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Uno

Sette secondi. Il tempo che gli occorre a sorridermi, porgermi la mano in modo che sia io a dovergliela stringere, farmi strada fino alla sua scrivania attraverso l’openspace brulicante di colloqui, ispezionando nel frattempo il mio completo, impeccabile e del grigio satinato di una fuoriserie, il grigio che ti chiede di essere sfiorato ma non toccato, studiandomi alla ricerca della più piccola imperfezione, uno sbaffo di cappuccino sulle labbra, una briciola incastrata nel doppio nodo alla cravatta regimental.

Che ci crediate o meno sette secondi è quanto basta a rovinare tutto con la prima impressione.

In questo centro di reclutamento, questo laboratorio di deprivazione sensoriale camuffato da società multibrand del settore energia e telecomunicazioni, qui dentro ogni cosa è blu: gli schedari semitrasparenti in ordine alfabetico sugli scaffali, i moduli per il consenso al trattamento dei dati personali, le veneziane alle finestre. Blu è il colore predominante nei poster che mi guardano dalle pareti, sfilate di venti-trentenni sorridenti come nelle pubblicità dei dentifrici sbiancanti con cui si sono pagati gli studi, fiduciosi nella parola PROSPETTIVA a caratteri cubitali sopra alle loro acconciature perfette. Scene di vita quotidiana, di debriefing notturni intorno a lunghi tavoli seppelliti di appunti, grafici, prospetti. PROSPETTIVE. E non un indefinito azzurro cielo, no, questo è un rassicurante blu corporate, il blu dei fari al neon sul velluto nero a un vernissage di design.

L’annuncio diceva: cercasi agenti anche senza esperienza per ampliamento organico commerciale.

Il mio futuro mentore, colui che da un mio tic all’altro può decidere che non ho l’attitudine a lavorare sotto stress è il tipo di persona in grado di misurare a occhio nudo la larghezza delle righe di un gessato, di dire che il loro target è proprio un profilo come il mio, ma guarda un po’, giovani motivati ed entusiasti dei valori aziendali (la Dedizione, la Sostenibilità, il Domani). Il tipo di persona che parla per acronimi e ti chiama abbreviando il tuo nome di battesimo, perché il loro è un viaggio nel futuro e c’è ancora un posto libero e se accetto allora diventeremo un team e dovremo guardarci le spalle l’uno con l’altro. Sicuro dell’Ave Maria da piazzista mandata a memoria davanti allo specchio, annusandosi le dita nel bagno comune che ho visto entrando in fondo al corridoio, abbastanza da non farsi mai sfuggire il nome della multinazionale, anche perché ufficialmente un nome non ce l’ha, che sta dietro alla rete di venditori dormienti, di agenti infiltrati in giro per il mondo a sussurrarti all’orecchio di lucidatrici ad alimentazione nucleare di derivazione sovietica, a lasciar cadere ai tuoi piedi la brochure di una nuova Tv On Demand, talmente nuova che ancora non esiste, è solo un’idea, ma una grande idea, che è per l’appunto il loro, il nostro core business, ciò che nessuno ha mai pensato prima. Nel nome del padre, del figlio e della prima legge del marketing: meglio essere primi che migliori degli altri.

La voce su nastro del mio corso privato di autostima, il gobbo della mia prima trattativa dice: “Master in marketing editoriale.” Legge: “Direttore artistico film cinema indipendente.”

Le sue lenti a contatto, la penna a sfera personalizzata con lo slogan aziendale (Il Tuo Bisogno Prima Che Tu Ne Abbia Bisogno) e con cui segue la cronologia del mio curriculum, sono blu vendita persuasiva, così come le finiture della scrivania, in vetro per verificare se e quando accavallo le gambe, registrare la tensione che scarico sui talloni. Fine settimana buttati in seminari sulla comunicazione non verbale quando la più valida delle ragioni per scartarmi è in quelle due pagine di titoli di studio prestigiosi, competenze, hobby e interessi stampati in Arial corpo 12. Sono troppo e allo stesso tempo troppo poco qualificato per abboccare a un annuncio che promette minimo garantito, provvigioni più alte della media nazionale, bonus a salire.

Sette secondi, un tempo più che sufficiente a dare o a togliere la vita a un altro essere umano. Più di due volte la durata media dell’eiaculazione maschile, quattromila volte il tempo che mi servirebbe a colpirlo in pieno petto con una calibro 9. Sette come i secondi che mi sono bastati a fotografare la situazione: due uscite di sicurezza; cinque dipendenti di cui tre donne, più forse un altro paio chiusi con il loro branco di venditori alfa nella sala riunioni nel seminterrato, l’ipocentro della musica da discoteca che sento rimbombare sorda come un’esplosione subacquea; la telecamera di una banca straniera che dall’altro lato della strada inquadra a malapena la porta d’ingresso; sei candidati nei loro spezzati troppo larghi, nei loro leggings troppo aderenti; Alex e Cristina.

Sette è un numero e anche dodici lo è. Che ci crediate o meno, le prime dodici parole sono l’inizio di qualunque storia.

Quali saranno le prime dodici parole pronunciate dal protagonista?

  • Ora, molto lentamente, estraggo le mie referenze dalla tasca interna della giacca. (33%)
    33
  • Delle ventidue leggi del marketing la mia preferita è quella del sacrificio. (56%)
    56
  • Il posto mi interessa ma sappia che ho già la mia squadra. (11%)
    11
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49 Commenti

  • Chiudiamo in bellezza, facciamo che si tratta di una banca 😉 e scateniamo l’inferno 😉

    Se una delle migiori penne che letto qui.
    Purtroppo – ora che sei quasi alla fine posso dirtelo -quando si partecipa a un gioco di scrittura interattiva, non basta essere fenomeni, bisogna interagire. E’ un gioco di scambio – non di incipoint, eh, per carità, si gioca a colpi di penna. Tutto qui. Ma tu non leggi molto e non ti si vede giocare con altre storie e finisce che gli autori non ti conoscono e non si sono accorti del tuo immenso talento. Non è un problema perchè tu puoi pubblicare ovunque, racconti, romanzi, avrai certamente il tuo pubblico, però quando si gioca si gioca 😉
    Aspetto il gran finale!
    kiss

  • Buondì e bentornato…
    sei stato anche tu due mesi al centro addestramento di Provo? Perchè ho perso le tue tracce…. 😉
    Un altro episodio egregio, sì… ormai ti definisco sempre così… egregio.
    Dunque, stavolta direi che fissano tutti e tre l’orologio.
    Siamo nelle mani di un 20% di marketingari che ci lobotomizzano, dici? Io credo che siamo in mani ben più potenti e misteriche… un po’ più… come dire… illuminate 😉

  • Leggendo questo tuo ultimo egregio episodio, sono giunta a una conclusione, non conclusiva, ma interessante per me: tu scrivi monologhi.
    Che se li recitassi mentre scorrono immagini di ciò che dici – un po’ alla Woody Allen, per capirci – sarebbero perfetti; godibili; divertenti; acuti eccetera… che è quel che sono, in definitiva, lo si percepisce anche solo leggendoli. MA… siccome qui si legge a video, in silenzio, episodicamente… non funzionano con la stessa efficacia e nemmeno con la stessa immediatezza e urgenza con la quale, se fossero recitati a dovere, scorrerebbero favolosamente in un filmato.
    Mi spiego? Non finisco di visualizzare un pennarello, che devo annusare una fragranza; non faccio in tempo a vederla specchiata nel plexiglass, che vedo una coca nel distributore… troppe immagini, troppo velocemente, in altre parole. Monologhi… non racconti. Non so se mi spiego. Una scrittura fluida, colta, accattivante, perfetta per un doppiatore, un attore… ma non per un lettore… a mio pensare.
    Ma è solo la mia opinione.
    Comunque il talento è assodato. Già detto.

    Dove ci siamo già visti?

    • Grazie dell’ “egregio”. Su questo episodio sei meno critica persino di me 🙂
      Monologhi? Ma no dai, non credo sia questo l’effetto, di certo non è il mio intento. Quello che secondo te non funziona penso possa dipendere dalla compressione del racconto. Come ascoltare un 33 giri al ritmo di un 45. Ed eventualmente si tratterebbe di un limite, intendiamoci. O magari no, magari per te non funzionerebbe comunque. Credo dipenda anche da quello che il lettore cerca in una storia. Cosa legge? Perché? Cosa è per lui “azione”? E viceversa, che tipo di storia NON leggerebbe mai.

  • “Mi sorprenderò di quanto arrendevole possa rivelarsi una zia nubile appena le si pratichi un misero cinque per cento di sconto su un set completo di detergenti per pelli scamosciate. Lo stesso con un cugino divorziato da poco e un weekend premio in Costa Brava …”

    Non è così che funziona. La vita è diversa e va in modo diverso. La zia nubile non è idiota e sa che col 5% di sconto non ci massaggia nemmeno le narici; il cugino separato non è disperato, è incazzato… e in Costa Brava non ci va finché non si vendica… In altre parole la tua storia è un po’ troppo settaria.

    Continua a piacermi moltissimo il tuo stile, trovo che tu sappia scrivere benissimo ma che dovresti farti un giro nel mondo reale, non in quello del marketing, per capire che la gente – TUTTA la gente – ha smesso da una ventina d’anni di essere idiota… e ha cominciato a svegliarsi. Abbiamo tutti problemi di soldi, di lavoro e di salute… non siamo più “occidentali viziati”, ora siamo ” poveracci”… questo – al protagonista della tua storia- dovresti dirlo, così da portarlo nel mondo reale. Altrimenti rimane una lista della spesa di come si potrebbe ottenere successo durante un colloquio di lavoro… ma non è una storia, è un consiglio in dieci episodi… 😉

    ti seguo sempre volentieri… pur polemizzando 😉

    • Lungi da me pensare che siano tutti allocchi, così come sono certo che tu non creda davvero che tutti abbiano aperto gli occhi sul potere di persuasione del marketing (settore nel quale non ho lavorato un solo minuto in vita mia). Negli ultimi vent’anni la situazione non è migliorata, forse solo cronicizzata. Sulla potenziale settarieta’ del mio racconto invece – ci ho riflettuto – hai ragione, probabilmente lo è lo stesso stile con cui scrivo. Ma lo penso e lo scrivo in questo modo perché è quello che vorrei leggere. Vorrei che qualcun altro lo avesse pubblicato, uno dei tanti ragazzi brillanti, creativi e geniali che ho conosciuto negli ultimi anni (loro sì per lavoro) pagati a cottimo o in nero o non pagati affatto; magari la mia amica scaricata a piedi a venti chilometri dalla prima periferia perché non se la sentiva di chiedere a una famiglia di scegliere tra le rate universitarie del figlio e quelle per un’aspirapolvere “antitumorale”.
      Naturalmente, è superfluo dirtelo, continua a seguirmi e a polemizzare 🙂
      Ho la sensazione te ne darò ancora motivo. 🙂

  • Io dico Cristina, ma non chiedermi il perché, temo d’averlo subliminalmente perso da qualche parte.

    Arrivo solo ora su questo tuo racconto. Ho letto i cinque capitoli tutti di filato. Ne sono uscito un po’ stordito, ma sicuro d’aver letto qualcosa di bello. Caotico ma bello, molto. Qualcosa che inizi senza capire più di tanto, ma poi ti ritrovi a leggere di corsa, inseguendo le parole. Lo stile cattura, forse in maniera un po’ egoistica, forse chiede più di quel che sembra dare, fatto sta che ha l’aspetto che hanno le scritture ben controllate, mature, portate dove si vuole… meglio se con il lettore ma non per forza di cose.
    Il rischio, secondo me – ma non sono un editor, quindi il mio parere vale solo sulla mia tastiera – è quello della stilizzazione, ma credo anche che sia una possibilità remota.

    In soldoni, bel racconto e un lettore in più.
    D.

    • In soldoni… grazie mille del tempo dedicato alla lettura del racconto e alla stesura di un commento così approfondito e costruttivo.
      “Uno stile che chiede più di quanto dia”… credo che in una certa misura tu abbia visto giusto. Forse, con tutti i miei limiti, pretendo quello che voglio i miei scrittori chiedano a me: di fidarmi, salire a bordo e seguirli.
      Grazie, davvero, bello spunto.

  • Oggi 8 marzo voglio ringraziare le mie lettrici. I vostri commenti e ancor di più le vostre scelte, immancabilmente opposte a quelle che mi aspetterei, mi spingono verso ipotesi mai contemplate, a sorprendermi della mia stessa scrittura. Che è come dovrebbe sempre essere. Grazie.

  • Altro episodio perfetto, ormai non ho più dubbi.
    La chiusa, poi, è eccezionale… quel tipo di scena che ti torna in mente quando ormai è troppo tardi… è capitato molto spesso anche a me.
    Tra le opzioni, beh… le labbra che sembrano un frutto di plastica… mi è piaciuto. In ogni caso restiamo dietro le quinte, non solo per l’epiteto…
    🙂

  • Ormai non ho più dubbi nel ritenerti un vero genio.
    Intelligente, riflessivo, creativo… di solito parlo degli episodi, dò consigli di scrittura creativa, mah, “creativa”, sì… però con te non riesco a parlare dell’episodio, tendo a pensare continuamente a te, alla persona di cui poco ho letto in bio, qui sopra, di cui non so nulla a parte che – considerazioni come queste dibattute in 5000 parole – siano assolutamente frutto di un pensiero superiore. E allora cerco di immaginare chi tu sia e cosa faccia e dove sia e come riesca a scrivere in un modo così trascendente. Per poi giungere ad una sola e unica e quasi claustrofobica conclusione: mi chiedo il “perché”.
    Io vorrei sapere “perchè”, e così ho votato. Poichè il “Chi”, il “come”, il “quando” non saranno mai sufficienti a soddisfare la mia deformazione professionale di giornalista se non lo scoprire il PERCHE’ delle cose e delle persone e delle loro azioni e delle loro genialità…
    In fondo, se ci pensi, “perché” è la prima domanda che il bimbo fa al genitore. Non gli interessa “chi” o “come”, vuole sapere “perché”.
    🙂

    • Grazie di cuore per il tempo dedicato a questo commento. L’opinione di chi condivide con me il piacere (bisogno?) di scrivere è la più preziosa. Restando in tema di “risposte”, quella alla domanda “chi o cosa sono?” probabilmente è: l’esatto contrario di come scrivo, che poi è la ragione per cui lo faccio ogni santo giorno. Come se la fiction, fingere, fosse l’unico modo per essere totalmente sincero su me stesso.

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