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Dove eravamo rimasti?

Dissolvenza in nero. Dieci minuti dopo. Un'inquadratura dall'alto li segue mentre girano l'angolo e, insieme, entrano... In un'altra agenzia interinale (67%)

Déjà Vu

Manifesti identici a quelli di stamattina tappezzano le pareti dell’agenzia dall’altro lato della strada. Pressati a caldo sui pannelli divisori alti due metri degli uffici, incollati con riccioli di scotch che cominciano a perdere la presa sull’intonaco giallo corriere espresso. Lo sprint finale di una regata, o qualunque altra immagine evochi i concetti di impegno, di lavoro di squadra. Che prometta il successo e la ricchezza dell’annuncio per formare una rock band affisso alla bacheca della scuola. Futuri store manager, progettisti macchine elettriche rotanti, addetti buste paga mi sorridono come da un polveroso album di famiglia, come solo quando il domani non ti spaventa più perché sai di averlo messo nelle mani giuste. Sviluppatori Java, grafici. Agenti plurimandatari settore biglietti augurali, scommesse sportive online, biglietti augurali. È la legge dell’accelerazione. Per mantenere elevata la domanda, ed evitare che il vostro business duri il tempo di un base jump o di una sniffata di trielina, il trucco è non soddisfarla mai del tutto.

L’uomo seduto difronte a me, un altro cacciatore di teste che non chiede altro che tu non gli faccia sprecare i prossimi sette secondi, mi studia da quando ci siamo presentati. Di tanto in tanto, mentre sfoglia il mio curriculum caldo come se fosse appena uscito dalla stampante, o da una sparatoria, mi guarda da sotto il sopracciglio inarcato, cercando ogni volta di collegarmi a una fototessera o al mazzo di biglietti di visita lasciati sulla sua scrivania all’ultimo open day. Quindi rituffa il naso tra le mie ultime esperienze, disossate per non sforare le due facciate. Liofilizzate in frazioni di sette secondi. E ridacchia: “Quando si dice che cercare lavoro è un lavoro.”

Ma non sto davvero ad ascoltarlo. La sua voce è coperta dalla risacca di suoni che filtra a ondate dalla porta automatica che si apre e si chiude sul marciapiede – il pianto senza consolazione di un neonato; miliardi di schegge di vetro che esplodono all’impatto con il camion della nettezza urbana; una sirena che si allontana o si avvicina, non saprei dire, non saprei cosa è meglio. Si confonde con quella di Alex, faccia di bronzo che non è altro, che nell’ufficio alla mia destra, nel tono calmo e indifferente di un giocatore di poker che non ha uno straccio di carta in mano, sta dicendo: “Certo che so programmare in mandarino.” Si sovrappone alla voce di Cristina che in quello alla mia sinistra si contorce sulla sedia di plastica che incide, che infiamma le ossa sporgenti dal suo bacino. Che lottando con le parole che grattano contro la gola infiammata dai conati dice: “Sono disponibile da subito.” Cristina, vederla firmare il contratto con un nome falso attraverso il vetro sabbiato giallo limonata è un viaggio di due ere geologiche nel futuro per guardare il suo scheletro fossilizzato nell’ambra.

I mouse ottici che pulsano sulle scrivanie, i portaombrelli, gli infissi. Qui dentro ogni cosa è gialla, solo del giallo sbagliato, quello che può affossare di debiti un supermercato di prodotti macrobiotici. La tonalità troppo forte che non riesci a fissare abbastanza a lungo perché possa rinforzare la tua autostima. Le tessere magnetiche prepagate della mensa, i post-it appesi ai monitor e scribacchiati di frasi motivanti come neanche all’anonima alcolisti. La cornice del poster che un centimetro, un back office assicurativo alla volta si sta scollando dalla parete alle sue spalle. Una foto di gruppo, di quelle che saltano fuori durante un trasloco e per delle ore te ne stai seduto su uno scatolone tintinnante di cianfrusaglie cercando di ricostruire dove e quando sia stata scattata. Una distesa a perdita d’occhio di promettenti ex neolaureati prima esperienza su un accecante sfondo al calor bianco. Futuri disoccupati che procedono compatti e fiduciosi senza altra ambizione che essere ambiziosi. Il Quarto Stato su carta lucida Kodak e dopo un adeguato casting.

E in mezzo a loro, indistinguibili se non sapessi dove cercarci con lo sguardo, io Alex e Cristina seguiamo alla lettera le indicazioni del fotografo. Lui ci chiede di concentrarci sul primo ricordo che associamo alla parola PROSPETTIVA e ognuno di noi rivive la propria laurea, l’autunno precoce di un soggiorno-studio all’estero. Di strizzare appena gli occhi come per proteggerci dal riverbero di un sole immaginario, alto e caldo sopra l’orizzonte, in realtà uno dei fari dello studio fotografico, e noi fissiamo un punto indefinito davanti a noi e sorridiamo. Sorridiamo perché quel momento, quel punto che brilla in lontananza. Ci dicono: è il vostro futuro.

 

 

 

 

 

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49 Commenti

  • Chiudiamo in bellezza, facciamo che si tratta di una banca 😉 e scateniamo l’inferno 😉

    Se una delle migiori penne che letto qui.
    Purtroppo – ora che sei quasi alla fine posso dirtelo -quando si partecipa a un gioco di scrittura interattiva, non basta essere fenomeni, bisogna interagire. E’ un gioco di scambio – non di incipoint, eh, per carità, si gioca a colpi di penna. Tutto qui. Ma tu non leggi molto e non ti si vede giocare con altre storie e finisce che gli autori non ti conoscono e non si sono accorti del tuo immenso talento. Non è un problema perchè tu puoi pubblicare ovunque, racconti, romanzi, avrai certamente il tuo pubblico, però quando si gioca si gioca 😉
    Aspetto il gran finale!
    kiss

  • Buondì e bentornato…
    sei stato anche tu due mesi al centro addestramento di Provo? Perchè ho perso le tue tracce…. 😉
    Un altro episodio egregio, sì… ormai ti definisco sempre così… egregio.
    Dunque, stavolta direi che fissano tutti e tre l’orologio.
    Siamo nelle mani di un 20% di marketingari che ci lobotomizzano, dici? Io credo che siamo in mani ben più potenti e misteriche… un po’ più… come dire… illuminate 😉

  • Leggendo questo tuo ultimo egregio episodio, sono giunta a una conclusione, non conclusiva, ma interessante per me: tu scrivi monologhi.
    Che se li recitassi mentre scorrono immagini di ciò che dici – un po’ alla Woody Allen, per capirci – sarebbero perfetti; godibili; divertenti; acuti eccetera… che è quel che sono, in definitiva, lo si percepisce anche solo leggendoli. MA… siccome qui si legge a video, in silenzio, episodicamente… non funzionano con la stessa efficacia e nemmeno con la stessa immediatezza e urgenza con la quale, se fossero recitati a dovere, scorrerebbero favolosamente in un filmato.
    Mi spiego? Non finisco di visualizzare un pennarello, che devo annusare una fragranza; non faccio in tempo a vederla specchiata nel plexiglass, che vedo una coca nel distributore… troppe immagini, troppo velocemente, in altre parole. Monologhi… non racconti. Non so se mi spiego. Una scrittura fluida, colta, accattivante, perfetta per un doppiatore, un attore… ma non per un lettore… a mio pensare.
    Ma è solo la mia opinione.
    Comunque il talento è assodato. Già detto.

    Dove ci siamo già visti?

    • Grazie dell’ “egregio”. Su questo episodio sei meno critica persino di me 🙂
      Monologhi? Ma no dai, non credo sia questo l’effetto, di certo non è il mio intento. Quello che secondo te non funziona penso possa dipendere dalla compressione del racconto. Come ascoltare un 33 giri al ritmo di un 45. Ed eventualmente si tratterebbe di un limite, intendiamoci. O magari no, magari per te non funzionerebbe comunque. Credo dipenda anche da quello che il lettore cerca in una storia. Cosa legge? Perché? Cosa è per lui “azione”? E viceversa, che tipo di storia NON leggerebbe mai.

  • “Mi sorprenderò di quanto arrendevole possa rivelarsi una zia nubile appena le si pratichi un misero cinque per cento di sconto su un set completo di detergenti per pelli scamosciate. Lo stesso con un cugino divorziato da poco e un weekend premio in Costa Brava …”

    Non è così che funziona. La vita è diversa e va in modo diverso. La zia nubile non è idiota e sa che col 5% di sconto non ci massaggia nemmeno le narici; il cugino separato non è disperato, è incazzato… e in Costa Brava non ci va finché non si vendica… In altre parole la tua storia è un po’ troppo settaria.

    Continua a piacermi moltissimo il tuo stile, trovo che tu sappia scrivere benissimo ma che dovresti farti un giro nel mondo reale, non in quello del marketing, per capire che la gente – TUTTA la gente – ha smesso da una ventina d’anni di essere idiota… e ha cominciato a svegliarsi. Abbiamo tutti problemi di soldi, di lavoro e di salute… non siamo più “occidentali viziati”, ora siamo ” poveracci”… questo – al protagonista della tua storia- dovresti dirlo, così da portarlo nel mondo reale. Altrimenti rimane una lista della spesa di come si potrebbe ottenere successo durante un colloquio di lavoro… ma non è una storia, è un consiglio in dieci episodi… 😉

    ti seguo sempre volentieri… pur polemizzando 😉

    • Lungi da me pensare che siano tutti allocchi, così come sono certo che tu non creda davvero che tutti abbiano aperto gli occhi sul potere di persuasione del marketing (settore nel quale non ho lavorato un solo minuto in vita mia). Negli ultimi vent’anni la situazione non è migliorata, forse solo cronicizzata. Sulla potenziale settarieta’ del mio racconto invece – ci ho riflettuto – hai ragione, probabilmente lo è lo stesso stile con cui scrivo. Ma lo penso e lo scrivo in questo modo perché è quello che vorrei leggere. Vorrei che qualcun altro lo avesse pubblicato, uno dei tanti ragazzi brillanti, creativi e geniali che ho conosciuto negli ultimi anni (loro sì per lavoro) pagati a cottimo o in nero o non pagati affatto; magari la mia amica scaricata a piedi a venti chilometri dalla prima periferia perché non se la sentiva di chiedere a una famiglia di scegliere tra le rate universitarie del figlio e quelle per un’aspirapolvere “antitumorale”.
      Naturalmente, è superfluo dirtelo, continua a seguirmi e a polemizzare 🙂
      Ho la sensazione te ne darò ancora motivo. 🙂

  • Io dico Cristina, ma non chiedermi il perché, temo d’averlo subliminalmente perso da qualche parte.

    Arrivo solo ora su questo tuo racconto. Ho letto i cinque capitoli tutti di filato. Ne sono uscito un po’ stordito, ma sicuro d’aver letto qualcosa di bello. Caotico ma bello, molto. Qualcosa che inizi senza capire più di tanto, ma poi ti ritrovi a leggere di corsa, inseguendo le parole. Lo stile cattura, forse in maniera un po’ egoistica, forse chiede più di quel che sembra dare, fatto sta che ha l’aspetto che hanno le scritture ben controllate, mature, portate dove si vuole… meglio se con il lettore ma non per forza di cose.
    Il rischio, secondo me – ma non sono un editor, quindi il mio parere vale solo sulla mia tastiera – è quello della stilizzazione, ma credo anche che sia una possibilità remota.

    In soldoni, bel racconto e un lettore in più.
    D.

    • In soldoni… grazie mille del tempo dedicato alla lettura del racconto e alla stesura di un commento così approfondito e costruttivo.
      “Uno stile che chiede più di quanto dia”… credo che in una certa misura tu abbia visto giusto. Forse, con tutti i miei limiti, pretendo quello che voglio i miei scrittori chiedano a me: di fidarmi, salire a bordo e seguirli.
      Grazie, davvero, bello spunto.

  • Oggi 8 marzo voglio ringraziare le mie lettrici. I vostri commenti e ancor di più le vostre scelte, immancabilmente opposte a quelle che mi aspetterei, mi spingono verso ipotesi mai contemplate, a sorprendermi della mia stessa scrittura. Che è come dovrebbe sempre essere. Grazie.

  • Altro episodio perfetto, ormai non ho più dubbi.
    La chiusa, poi, è eccezionale… quel tipo di scena che ti torna in mente quando ormai è troppo tardi… è capitato molto spesso anche a me.
    Tra le opzioni, beh… le labbra che sembrano un frutto di plastica… mi è piaciuto. In ogni caso restiamo dietro le quinte, non solo per l’epiteto…
    🙂

  • Ormai non ho più dubbi nel ritenerti un vero genio.
    Intelligente, riflessivo, creativo… di solito parlo degli episodi, dò consigli di scrittura creativa, mah, “creativa”, sì… però con te non riesco a parlare dell’episodio, tendo a pensare continuamente a te, alla persona di cui poco ho letto in bio, qui sopra, di cui non so nulla a parte che – considerazioni come queste dibattute in 5000 parole – siano assolutamente frutto di un pensiero superiore. E allora cerco di immaginare chi tu sia e cosa faccia e dove sia e come riesca a scrivere in un modo così trascendente. Per poi giungere ad una sola e unica e quasi claustrofobica conclusione: mi chiedo il “perché”.
    Io vorrei sapere “perchè”, e così ho votato. Poichè il “Chi”, il “come”, il “quando” non saranno mai sufficienti a soddisfare la mia deformazione professionale di giornalista se non lo scoprire il PERCHE’ delle cose e delle persone e delle loro azioni e delle loro genialità…
    In fondo, se ci pensi, “perché” è la prima domanda che il bimbo fa al genitore. Non gli interessa “chi” o “come”, vuole sapere “perché”.
    🙂

    • Grazie di cuore per il tempo dedicato a questo commento. L’opinione di chi condivide con me il piacere (bisogno?) di scrivere è la più preziosa. Restando in tema di “risposte”, quella alla domanda “chi o cosa sono?” probabilmente è: l’esatto contrario di come scrivo, che poi è la ragione per cui lo faccio ogni santo giorno. Come se la fiction, fingere, fosse l’unico modo per essere totalmente sincero su me stesso.

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