Enana

La bambina e le stelle

Il tramonto, visto dalla terrazza del ristorante, riusciva ad essere allo stesso tempo incredibilmente alieno e incredibilmente familiare.

Forse perché il sole che si nasconde dietro l’orizzonte è qualcosa che convive con gli uomini dagli albori della loro esistenza. Poco importava se si trattava di un altro orizzonte, e di un altro sole.

Kali teneva le braccia incrociate sopra la ringhiera e il mento posato su di esse.

Sentì alle sue spalle il rintocco dei passi sul metallo, non si voltò e pochi secondi dopo le dita di suo padre le passarono tra i capelli.

«Un altro tramonto?» le chiese, appoggiandosi alla ringhiera accanto a lei, nella sua stessa posizione.

Kali annuì.

Nel cielo di Enana, il sole era molto più grande che sulla terra. Al tramonto occupava quasi un quarto dello spazio tra la linea dell’orizzonte e lo zenit, e al tramonto era così rosso che metà del cielo sembrava bruciare.

Ma si trattava di una stella più fredda di quella attorno a cui ruotava la Terra, per cui la temperatura rimaneva ottimale. Kali indossava una maglietta a maniche corte. Suo padre portava quella a maniche lunghe della divisa.

«Ammetto che non c’è molto altro da fare» disse lui. «Però mi sembri triste, qui tutta sola ogni sera a guardare il tramonto».

Kali non era triste. Sentiva diverse emozioni dentro di sé e non era ancora in grado di identificarle tutte, ma non le pareva che la tristezza avesse un ruolo dominante.

C’era un po’ di malinconia, ovviamente. La malinconia venata di poesia che è normale provare davanti a tutto ciò che è grandioso, come un cielo di fuoco al di sopra di un pianeta sconfinato e privo di vita. La malinconia che si prova nell’assistere a spettacoli che non sono destinati al regno degli uomini, come la lunghissima danza dei pianeti attorno alla loro stella.

Kali rimpiangeva che il tempo concessole non fosse lo stesso di una stella, che le distanze siderali fossero abissi invalicabili. Se la luce impiegava quaranta miliardi di anni per raggiungere il limite dell’universo conosciuto, che speranze poteva avere lei di osservare coi suoi occhi i corpi sul ciglio del creato?

Ma allo stesso tempo era felice di essere quello che era. Perché le stelle erano un numero sterminato e sparse in ogni angolo dell’universo, mentre la razza umana ne occupava una porzione microscopica, talmente ridicola da essere a tutti gli effetti un miracolo.

C’erano almeno cento miliardi di galassie nell’universo. Ognuna racchiudeva da qualche milione a mille miliardi di stelle, e le stelle avevano i loro pianeti a ruotarvi attorno. Un raggio di luce avrebbe potuto attraversarle tutte senza mai incontrare un essere umano, perché loro esistevano solo sulla Terra, sulla Luna, su Marte e, in qualche decina di esemplari, su Enana.

Loro erano l’unicità che nessuna stella sarebbe mai potuta diventare.

E poi, una stella non era in grado di apprezzare un tramonto.

«No, papà. Va tutto bene. È solo che mi piace guardare il sole. È così grande».

Per un po’ suo padre guardò con lei.

«Stasera sono libero» disse poi. «Ho lasciato Malco a supervisionare il lavoro. Ti va di fare un giro?»

Kali si voltò.

«Fuori?»

Suo padre guardò il sole che si immergeva lontano, spegnendo il cielo poco a poco e consegnandolo alla notte.

«Fuori».

Kali strillò e strinse le braccia attorno alla vita di suo padre quando la moto si staccò da terra balzando sopra una duna.

Gli ammortizzatori delle ruote assorbirono l’impatto del terreno e lei rise. Guardando le distese di Enana dalla Base le era sembrato un mondo che non aveva niente di interessante di mostrarle, ma dovette ricredersi. Illuminata dai fari del quadriciclo, la notte era piena di mistero.

La moto superò un’altra duna, quindi suo padre rallentò e infine si fermò e spense il motore.

«Voglio farti vedere una cosa che abbiamo trovato oggi» le disse, sfilandosi il casco e aiutandola a scendere.

Accesero entrambi le luci pettorali sulle tute.

«Vieni. Dimmi cosa ne pensi».

Avanzarono per qualche secondo, i raggi luminosi che sottraevano al buio piccoli pezzi di mondo, e Kali stava per chiedere “di cosa?” quando vide la grande sagoma emergere dalla notte.

Si portò la mano alla bocca, voltandosi verso suo padre. Lui sorrise e le fece cenno che poteva avvicinarsi.

Kali vi posò la mano. Sembrava pietra, ma non lo era, e se lo era si trattava di una pietra diversa da qualunque altra avesse mai visto sulla Terra.

Stava toccando la sommità di qualcosa di enorme che emergeva dal suolo. La superficie era troppo liscia e la curva che intravedeva sopra la sua testa troppo perfetta per essersi formata in modo naturale.

«I rilevatori gravimetrici dicono che si estende per parecchio sottoterra».

«Quanto?» chiese Kali.

«Cento, forse anche duecento e più metri. Quella che hai sotto il palmo è la proverbiale punta dell’iceberg».

Lo sguardo di Kali fu catturato dal terreno sabbioso sotto di sé. Poggiava i piedi sopra un segreto gigantesco.

«Cosa credi che sia?» chiese a suo padre.

Lui scrollò le spalle. «Non ne ho idea. Potrebbe essere qualsiasi cosa».

Cosa farà Kali la mattina successiva?

  • Gironzolerà attorno alla Base (18%)
    18
  • Parlerà con Amanda, la biologa (14%)
    14
  • Andrà a parlare con Jorge, il geologo (68%)
    68
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158 Commenti

  • E’ di gran lunga la cosa migliore che abbia letto su guesta piattaforma e la cosa migliore che leggo da tempo. Sono onorata, dico sul serio, di averti ‘scoperto’. Il tuo racconto è semplicemente magistrale. Bellissimo. Profondo, intelligente, riflessivo (lo so, mi ripeto). Pensa che sono indecisa se posso darti del tu o devo trattarti con la deferenza che meriti!
    Ho scoperto uno scrittore, uno scrittore vero.
    Ho ‘risuonato’ col tuo racconto, mi hai toccato corde profonde,
    Basta, penserai che esageri.
    Io penso che voglio sentire ancora parlare di te e voglio ancora sentirti raccontare.

    Ciao

    • Ciao Moneta. No, non puoi darmi del tu: devi.
      Ti ringrazio moltissimo per le tue parole, l’onore è mio nel ricevere questi complimenti. Sono felice che questa storia ti sia piaciuta così tanto. Non so se posso definirmi “uno scrittore vero”, ma certo sono uno è felice sapendo che qualcuno ha risuonato con lui.
      A presto.

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