Il pendolo fermo

Deus ex machina

La pioggia continuava a battere incessantemente, ormai erano cinque ore che le strade venivano percosse dalle tante piccole gocce fitte e incessanti, simbolo dell’umido clima inglese. Erano ormai le 6 del pomeriggio e John continuava a girare in tondo nel suo studio in maniera compulsiva, patendo la sofferenza che quel tipo di giornate gli provocavano. Odiava il clima inglese, soprattutto nelle giornate in cui pioveva senza sosta, e l’aria diventava umida e pesante a causa del fumo prodotto dalle ciminiere delle fabbriche e che veniva intrappolato dalle nuvole, rendendo l’aria londinese ancora più malsana. <<5 Dicembre 1845, ore 6 e 3 minuti, 5 Dicembre 1845, ore 6 e 4 minuti, 5 Dicembre 1845…>> John continuava a ripetere la data e l’ora in maniera compulsiva, quasi volesse che quei minuti che stavano scorrendo incessanti come l’acqua per le strade si potessero fermare. Nella lettera inviatagli da Mary Jane l’appuntamento era fissato per le 4 del pomeriggio: da lì la coppia avrebbe preso una carrozza per poi raggiungere il porto. I due non sapevano con quale nave sarebbero salpati e la loro destinazione sarebbe stata designata all’arrivo, quasi fosse il destino a dover scegliere per loro. Nelle tante mattine passate insieme mentre il famoso avvocato McBain era occupato a lavorare nel suo studio a pochi metri da casa, la coppia aveva fantasticato sui posti che avrebbero visitato una volta partiti: le Indie , l’Africa o le isole selvagge del Pacifico venivano ornate di fantasticherie quasi infantili: i due immaginavano di essere una coppia di reali orientali vestiti di stoffe sfarzose e ricche di gioielli che, all’arrivo in queste terre esotiche venivano accolti dagli autoctoni con una pioggia di fiori di albiccocco e venivano posizionati su delle portatine di pelle di tigre con le  quali venivano portati nel loro palazzo. Alla fine di ogni appuntamento John ripensava a queste fantasticherie come delle sciocchezze a cui non capiva come potesse aver dato importanza e si riprometteva di non ricadere in tale errore grossolano la volta successiva. Questo voto naturalmente veniva infranto nell’incontro seguente: John era sempre stato un uomo tutto d’un pezzo, un gentleman di sani principi e rispettato in società, ma purtroppo quegli occhi color smeraldo che brillavano nel viso dei Mary Jane e i suoi riccioli dorati gli facevano dimenticare i suoi valori e lo facevano diventare un individuo a tratti infantili, a tratti animaleschi. Per questo motivo Mr. Craze (questo era il cognome di John) non capiva chi fra i due avesse sedotto l’altro. Più John cercava di mostrare contegno e più i loro incontri si concludevano con una passione violenta e irresistibile: si ritrovavano stesi sul letto, lui con le mani intrecciate fra i riccioli dorati e lei con in bocca il sapore del fiele che si era formato dalla mistura fra la loro saliva e il sudore che la donna assaporava quando baciava il suo amato: il sapore che questo veleno le restituiva era acre e intenso, simile a quello del whisky mentre si fuma del tabacco, ma al tempo stesso dissetante. Mary Jane non era mai sazia di quel sapore, che veniva reso ancora più irresistibile dalla trasgressione che i due sapevano di compiere.

Il signor Craze stava diventando sempre più impaziente: la donna non si faceva ancora viva e non si era presentato neache un domestico, magari per annunciare un eventuale ritardo o la triste notizia di un rimando del tanto sospirato giorno della partenza. L’orologio continuava a ticchettare incessantemente e John guardava il muoversi della lancetta dei secondi, poi il moto del pendolo in una maniera talmente intensa da rimanere quasi ipnotizzato, per poi tornare a guardare la lancetta: era ormai diventata un’azione compulsiva. Stava cominciando a temere la scoperta da parte di McBain dell’intrigo e al solo richiamare questo timore, la mente veniva affollata da pensieri orribili. Chissà cosa stava patendo la sua amata, magari era stata malmenata dall’avvocato ed ora si trovava lì fuori sotto la pioggia, sporca, bagnata e in lacrime, o forse era stata uccisa…Basta! Il fantasticare su una tale tragedia non faceva che aumentare la tensione.

Tic, tac…tic, tac…il ticchettio dell’orologio continuava e ormai era diventato un unico suono con il battere della pioggia sulla finestra nella mente di John. Tic, tac…tic, tac…piccole gocce di sudore cominciavano a scendere sulla sua fronte. Tic, tac…tic, tac. L’uomo ormai cominciava a sperare in un intervento divino, un miracolo, un aiuto inaspettato che potesse portare davanti al suo uscio quella donna zuppa, ma salva. Tic, tac, tic, tac, tic…il suono dell’orologio si fermò improvvisamente e la stanza fu invasa da un silenzio solenne: solo la pioggia continuava a battere sulla finestra incessantemente. Dopo questi pochi istanti di quiete che gli sembrarono un’eternità si sentì nella stanza un tonfo fortissimo provenire dall’orologio a pendolo ormai fermo: segnava le 6 e 13.

Da dove proveniva il tonfo?

  • Il suono è stato immaginato dall'uomo (45%)
    45
  • Da una stanza adiacente allo studio di John (27%)
    27
  • Dall'orologio a pendolo (27%)
    27
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