ARIA

La svolta

Erano le 21:30 della serata più torrida avuta ad agosto inoltrato: finalmente sembrava arrivata l’estate. L’aria calda avvolgeva tutto il corpo e l’afa lasciava che i miei pensieri si focalizzassero su un argomento soltanto: il mio odio per l’estate. Non ho mai capito come possano le persone cospargersi tutto il corpo di oli e creme e stare intere ore su un asciugamano sudando per abbronzarsi. Non ho mai trovato niente di piacevole in quella pratica: il sole cocente, la pelle umida e appiccicosa, la sabbia che si attacca addosso compreso il risultato finale ottenuto dall’imitare una lucertola; ho sempre pensato in più, che la carnagione chiara avesse qualcosa di più elegante…L’arrivo al pub bloccò tutte le mie “profonde” riflessioni. Nel buio appena sceso c’era solo una flebile luce di un lampione malandato e le luci del locale che mettevano in evidenzia i tavoli in legno massiccio con tutte le loro venature e, in controluce, anche le frasi sparse qua e là intagliate probabilmente da una chiave o da un oggetto simile. Entrai nel locale prendendo una frazione di secondo per chiudere gli occhi e ispirare a fondo: profumo intenso di hamburger e patatine fritte misto a quello più tenue che emanava il legno del mobilio rendeva quel luogo famigliare, ero abituata ad entrare lì ormai da cinque anni, i volti potevano anche cambiare ogni sera ma l’odore restava lo stesso, forse può essere stupido affezionarsi a un odore ma era proprio così per me. Arrivata al bancone mi sedetti sullo sgabello, ruotai a 90 gradi, quel punto permetteva la visuale dell’intero locale, compresa una piccola zona in penombra con un tavolino da due posti. Tutto era in ordine: le sedie ben sistemate con lo schienale vicino i bordi dei tavoli, i menù e i tovaglioli posizionati già al centro di essi. In quel momento emerse dalla porta della cucina, senza sorprendermi, il proprietario del locale
« Ben venuta Bea, mi sto avvantaggiando con il lavoro in cucina, stasera ci sarà molto movimento »
«Ne sono felice» risposi sorridendo
In effetti sapevo quanto il sabato sera fosse impegnativo e il signor Giacomo lo ripeteva ogni settimana probabilmente più per se stesso che per avvisarmi perché era il suo locale e ogni venerdì pieno lo riempiva di orgoglio e poi di gioia viste le spese che comportava avere un’attività.
Lui si occupava della cucina e sua figlia Ester, qualche anno più grande di me, pensava alle ordinazioni ai tavoli,al bancone e alla cassa. Una gran lavoratrice e una mia cara amica. In men che non si dica i tavoli vuoti diminuirono fino a scomparire, le persone occuparono tutte le sedie e arrivò il momento in cui la gente cominciò ad affluire e stare in piedi. Mi soffermai a guardare Ester che con grande maestria si faceva largo tra la folla.
Trovo il suo lavoro molto bello anche se effettivamente per gli altri fare la cameriera non è il massimo della carriera ma io non sono come gli altri e lei aveva tutta la mia stima: bisogna essere dotati di una pazienza illimitata e armarsi di sorriso anche con i clienti più indecisi o molesti. Ricordo ancora quando un uomo di mezz’età le ordinò un hot dog con panino caldo, carne ben cotta ma non bruciata, una foglia di lattuga asciutta, una spruzzatina di ketchup e un velo leggero di maionese e andando via Ester si sentì urlare alle spalle “Mi raccomando solo fette di pomodoro maturo!”  Avete mai visto “bianco,rosso e verdone”? Beh, la chiamai Magda per settimane! Il tavolo dell’angolo era occupato da una sola persona che dava le spalle al resto della sala, guardava in direzione della finestra sovrappensiero, come in attesa… Vidi la mia amica passarmi vicino sorridendomi, prendere il vassoio sul bancone e dalla tasca del grembiule, con un gesto meccanico e immediato, la penna e il block notes. Arrivata lì, il ragazzo girò la testa e vidi occhi assolutamente favolosi, neri, profondi, tristemente lontani
In quel momento mi cadde dalle mani la borsa che avevo appena afferrato e mentre mi chinai per recuperarla con la mano destra mi scivolarono dalla sinistra le chiavi della macchina, ripresi anche quelle e alzandomi vidi tutti gli sguardi concentrati su di me, compresi quelli che avevo appena ammirato (!) e sentii le guance in fiamme consapevole poi, di essere arrossita come il rosso del semaforo, mi sentii maggiormente a disagio, borbottai qualcosa di incomprensibile anche per me stessa e mi girai per andare il più lontano possibile. Mentre mi allontanavo sentivo quegli occhi particolari seguirmi tra la folla come se avessi un bersaglio stampato sulla schiena. Velocemente mi chiusi a chiave nel bagno, la luce automatica scattò appena mi girai verso lo specchio, appoggiai entrambe le mani sul lavandino e guardandomi:
«Che figura di merda»
Com’è possibile che qualcuno senza parlarmi mi abbia fatto sentire così a disagio?
«Adesso smettila»
La me stessa dello specchio era decisa.Tornai verso il mio sgabello fingendo la naturalezza che prima non avevo avuto e mi soffermai a guardare quel viso.

Cosa fa Beatrice?

  • Viene raggiunta dal suo fidanzato (21%)
    21
  • Prende coraggio e va a sedersi al tavolo dello sconosciuto (50%)
    50
  • Si avvia da sola verso casa (29%)
    29
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