Rosso

Rabbia

Numeri digitali erano proiettati sul soffitto dal laser rosso.

Come al solito aveva aperto gli occhi prima del suono effettivo della sveglia. Si rattristò all’idea che ormai la sua vita, la sua routine era impressa nel DNA; marchiata come una condanna.

Iniziò a vagare con la mente aspettando che suonasse.

 I romani erano soliti tatuare gli schiavi o i prigionieri per riconoscere le loro colpe.

Finalmente il display si illuminò, un mormorio ovattato lo fece voltare. Distesa al suo fianco una folta chioma riccia aveva preso a muoversi; non tardarono ad aprirsi due occhi verdi, brillanti e profondi.

“Dormito bene?” Gli chiese.

Non dormiva bene da anni, non ricordava neanche più la sensazione di svegliarsi riposato.

“Certo Rossa, dormo sempre bene se sento la tua pelle premuta sulla mia.”

La risposta piacque molto alla donna che rispose con uno dei suoi sorrisi dolci. Lo baciò delicatamente.

 “Vado a farmi la doccia, oggi a lavoro sarà una vera merda…”

*

Un uomo dovrebbe smetterla di illudersi. Essere realista. Sul serio credevi che solamente una volta arrivato a lavoro sarebbe stato un inferno? Pfiù… ridicolo.

La vecchia auto non voleva partire. La chiave stava girando per la quinta volta quando il pugno fracassò lo specchio retrovisore.

Una nocca si sbucciò ma non ci badò; doveva darsi una sbrigata, prendere la bicicletta e andare a lavoro pedalando. Sbatté con frustrazione lo sportello dell’auto rosso ruggine e sì infilò nella cantina.

*

Mentre saliva le scale quattro gradini alla volta si tormentava le dita facendole schioccare nervosamente. Sarebbe dovuto arrivare in anticipo, quel giorno.

Pochi giorni prima era arrivata una pratica delicata nel suo ufficio, un cliente prestigioso doveva essere soddisfatto, altrimenti l’avrebbero perso. Per sempre.

La sua idea era semplice, pulita, efficace. Si sarebbe risolto tutto con tanti sorrisi, qualche pacca e magari l’aumento che serviva.

Invece no!

 Arrivò il figlio del “boss” e iniziò a far volare paroloni e minacce di provvedimenti se non avesse fatto fare a lui.

Quel mattino però, prima di inviare il progetto avrebbe potuto ritoccare gli errori, ma l’auto non era partita…

  *

Allungò le mani verso la maniglia metallica quando la porta di vetro si aprì dall’altro lato, andando ad impattare sul suo naso. Dall’altro lato della maniglia, sogghignante il “Giovane Rampollo” ed alle spalle con in mano la ridicola tazza “boss” il padre.

“Certo, farci perdere il favore del Signor Rossini con quel lavoro di merda non bastava eh? Arriviamo pure con un cazzo di ritardo? Piccolo stronzo!”

“Non capisco cosa intendi”

“Certo, non capisce… allora spiegami chi ha disegnato questa merda.”

Una ridicola bozza finì tra le sue mani. Non la guardò neppure. I suoi occhi, mossi da un sesto senso, si spostarono nell’angolo in basso a destra del foglio. Falsificata senza un minimo d’impegno c’era la sua firma.

“Questo sgorbio non l’ho certo fatto io. Progettavo roba migliore al primo anno di studi.”

Il caffè corretto con panna arrivò dritto sulla sua camicia.

“Verme insolente! Osi prendermi per il culo? E chi cazzo avrebbe fatto questa merda?”

“Tuo figlio forse? non vedo nessun altro in quest’ufficio fallito.”

Suo figlio. Non sono un tuo amico. Si da del Lei, a chi ti paga la pagnotta, razza di stronzo impertinente. E poi, perché mio figlio mi dovrebbe mentire? I figli non mentono mai ai padri”

La risata esplose diretta e sincera, gelando i due uomini che lo fissavano sbigottiti.

“I figli mentono ai padri più che a chiunque altro.”

“Non mio figlio, forse tu! Noi abbiamo un rapporto splendido, condividiamo qualunque cosa; non abbiamo segreti”

“Nessun segreto eh? Quindi sai che si scopa la tua nuova moglie? Non che sia sbagliato eh, ha la nostra età!”

Si voltò e abbandonò quell’ufficio. Prese l’ascensore. Ormai solo in quella vecchia gabbia smaltata color oro si voltò verso l’ingiallito specchio.

Davanti a lui c’era un disoccupato.

In piena crisi economica.

Una compagna che non lavorava, il mese quasi finito e avrebbe dovuto pagare l’affitto, sicuramente il Boss non gli avrebbe dato lo stipendio. Avrebbe dovuto aspettare i soldi prima di fare quella scenata. 

La sua rabbia aveva prevalso sulla ragione. 

Di nuovo.

Urlò fuori tutta la sua frustrazione, il pugno fracassò lo specchio.

COMPLIMENTI!14 anni di sfiga!

Inforcata la bicicletta, si è sulla strada.

  • E' ancora presto, andiamo in palestra, qualche chilo sul bilanciere e due pugni al sacco sono ciò che serve. (64%)
    64
  • Niente di meglio che andare a sfogare la rabbia in fondo ad un boccale di birra cruda (considerando che sono le 9.00 del mattino) (20%)
    20
  • Torno verso casa, un buon sonno è quello che ci vuole per sbollire la rabbia, dopo pranzo uscirà per cercare lavoro. (16%)
    16
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55 Commenti

  • Ciao,

    Io vado in palestra, almeno mi sfogo un po’.
    Mi è piaciuto questo incipit, terrificante nel suo descrivere quanto può essere orribile la quotidianità. Non mi ha disturbato il turpiloquio, al massimo trovo forzata l’affermazione sulla sincerità dei figli, strumentale per la confutazione ad effetto.
    Ciao Ciao

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