Attendendo

I vecchi in bici

A primo mattino ci sta un sole che ti piglia a pugni in faccia. 
Il mio corpo se ne sta accomodato sul sedile di guida, gli occhiali da sole mi proteggono gli occhi e le borse attaccate sotto. Pesanti come un continente. Quando apro il finestrino, un’aria al gusto di mare e sfogliatelle mi invade l’abitacolo, sconfiggendo con disinvoltura l’asettico odore di aria condizionata di scarsa qualità che mi alberga intorno alla persona.

Dicono che puzza la mia città, dicono la monnezza, dicono lo sporco, ma non capiscono un cazzo. La mia città tiene un profumo che non si può spiegare. Tiene odore di rivoluzione come dopobarba, tiene il profumo di una persona che conosci da tutta la vita, l’odore di qualcuno che ti cresce e ti insegna a campare, tiene quell’odore che quando lo trovi da un’altra parte ti commuovi come un coglione e ti fai venire il vuoto nello stomaco. 

Un odore che si è impossessato dell’interno di questo trasandato armadio motorizzato che con molta fantasia si potrebbe chiamare automobile. E il corpo mio, fine conoscitore del mio piacere, concierge di pregiata esperienza in materia di perfezionismo del momento, comanda alle dita di cercarmi il pacchetto di Marlboro morbide dalla giacca. Le dita obbediscono ed eseguono l’operazione con l’elegante zelo di un Golden retriever, trovando il pacchetto e il fuoco, cacciandomi tra i baffi e la barba un altro chiodo di bara ammaccato e dolcissimo. 

L’avambraccio sinistro prende possesso del taglio della portiera e si avventura all’esterno, la schiena scende lungo il sedile, poi la mano destra, veloce, fa saltare il cappuccio della Zippo e fa scintillare la pietrina in un movimento futile e infantile, quasi malinconico, una roba che mi imparai da giovane, che faceva colpo assai colle ragazze. 

O almeno così mi credevo io.

Tengo questa Zippo da quindici anni, piena di tagli e ammaccature come quello che la porta nella tasca, ci ho acceso la sigaretta alla prima ragazza con cui ho fatto l’amore.

La tengo la S.T. Dupont a casa, che vi credete?
Ma è un accendino da ricchioni.

Fumo. Mi tiro nel corpo boccate di fumo mischiandolo con l’aria, con l’aroma del caffè che esce dai bar, col profumo di crema pasticciera e ricotta dolce e sale di mare. Mi gonfio il petto di una nebbia densa come mollica di pane, calda. Soffio, inspiro e soffio ancora, con piglio cinematografico, con la presunzione del protagonismo. 

Guardo le lancette di un orologio brutto assai che porto sul polso destro, uno di quei brutti marchingegni che ti viene voglia di scaricarlo nel cesso ogni volta che lo guardi, ma è un regalo, mica si può fare. Le lancette dicono che è presto ancora.

Quindi gli occhi vanno alla ricerca di qualche spunto per tenermi impegnato.

Che dove sto io, gli spunti non mancano mai.

Trovo un individuo miserabile, anziano. Vestito in quel modo sgangherato che solo gli anziani tengono. Porta un cappello a coppola in testa di un colore che confina con la merda, una giacca scadente a tal punto da poter essere eguagliata solo dalla pesantezza del medesimo capo. Tiene dei pantaloni brutti e dei guanti che fanno cagare alla vita. E stanno ventisei gradi. Ma lui gira in bicicletta, il vile, sente il freddo del vento che, chiaramente, gli spara in petto potente, considerato i sei km orari di velocità che riesce a sostenere su quella bicicletta arrugginita del cazzo. 

La mia spina dorsale vibra di una rabbia antica. Configuro pericolosamente una strategia: accendere la macchina, far salire un poco i giri, accostarmi all’incrocio dopo quel cartello stradale, accelerare un poco, attirare la sua attenzione con il rumore del clacson, godermi la paura in fondo agli occhi. Frenare. Lasciar slittare la macchina sulle ruote posteriori che così “io ho frenato appena l’ho visto”.

Lo prendo col lato destro dell’auto, me la cavo con cinque o seicento euro da don Mimmo, carrozziere di qualità e di esperienza, e mi godo questo attimo di gloria. Che Dio ci mette sempre troppo tempo a punire stolti e maligni e si vede che sta impegnato assai se ‘sto vecchio del cazzo campa ancora. E gli conveniva fa’ in fretta a levarsi lui lo sfizio, sennò non vedo perché non me lo devo leva’ io. 

Disegno nella testa una scena epocale. “Ma comm’è succieso?”, “hanno ittato sotto a ‘on Gaetano”. Le grida. Perché ho deciso che si chiama Gaetano, il maledetto, come quel compagno mia di scuola media che mi spezzo’ il braccio, che da allora ho sempre pensato che chiama’ Gaetano a uno è uguale che chiamarlo faccia di cazzo.

E io che scendo dalla macchina spaurito, mi faccio attore navigato: “io non l’ho visto, vi giuro, mi è apparso avanti come la Madonna”. Chiamo l’ambulanza, do un indirizzo vago, così se è ancora vivo lo faccio spantechiare un altro poco. 

Cosa succede ora?

  • Il protagonista scende dalla macchina e va a fare colazione (75%)
    75
  • Il protagonista si distrae e trova qualcos'altro su cui concentrarsi e di cui parlar male (0%)
    0
  • Il protagonista mette in atto il piano (25%)
    25
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140 Commenti

  • Siccome tu sei pigro, ho letto anche questo in un momento di rara quiete. Ti hanno gia’ detto tutto, hai il grandissimo pregio di rendere tutto vivo.”La vita – e Batman – m’hanno insegnato una realtà sacrosanta: ci sono cose che solo a mazzate si possono risolvere.” E su questa frase AMEN!

      • No sarebbe come pisciarsi sulle scarpe e tu sei sempre così accorto a non farlo.Aaaah no scusa quello non sei tu! Quindi lo posso dire che mi pice un sacco e che me potrei leggere e rileggere senza annoiarmi e notando sempre un fatto nuovo tra le righe.L’orologio brutto perche’ non deve piacerti, ma ricordarti me ha tirato fuori la ragazza romantica sepolta in me!Ma dieci capitoli sono pochi e quattordici pure, è come meta’ sfogliatella che ti cade per terra…a meta’ tra la tragedia e na jastemm!

  • Eccezionale. Ma non solo.
    Talvolta capita di leggere qualcosa di buono in anestesia: sai che ti piace, riconosci una sintassi perfetta, dialoghi coinvolgenti e ambientazioni suggestive. Ma resti così, con l’anima immobile, aspettando di sentire quella carezza al cuore che, sola, può generarti un brivido.
    Chiudi il libro o il file, spegni l’ebook reader, e non ti resta niente se non l’impressione di aver perso un pò del tuo tempo con un mezzo sorriso stampato in faccia.
    Altre volte inizi a leggere con buona aspettativa, poi scorrono le parole e ti ci immergi sempre più. Ad un certo punto ti ricordi di respirare e senti che il tuo cuore ha preso dimensioni enormi, che te lo senti in gola. Il tempo è trascorso come sempre, ma stavolta sei arrivata al sublime.
    In questi casi l’ultimo punto può essere una porta da spalancare al futuro. Può essere una nave che riporta indietro Monica, o la tua terra che canta fieramente il proprio orgoglio al mondo intero. Puoi essere tu che fai poesia, tu che scrivi senza sapere quanto vali.
    Non sprecarti.

    • Eccezionale mi pare decisamente eccessivo, prima di tutto.
      Io la leggo la roba tua, sei tu che spari i cuori su Saturno, io appiccico le lettere quasi a caso. Tu sai dove vai, io no. La differenza si sente.

      Io ti ringrazio come si ringraziano i santi dalle mie parti, che quel che mi dici per me c’ha peso. E ci spero davvero che, almeno una volta, posso fare provare quelle cose con un mucchio di parole.

      Faccio un inchino, saltello, una capriola, un salto mortale di ringraziamento.

      Tanto, fino a che è scritto, lo posso fare.

  • Mario,
    in ospedale nelle ultime due settimane, mi è capitato di leggere alcune storie dal telefono. Non la tua. Ho atteso le dimissioni per tornare a scriverti, per leggerti con la calma che meriti. Per avere modo di ringraziarti di essere passato di qui e di averci regalato un pezzo di vera arte. Di quell’arte che sembra musica anche se è silenzio, che sembra colore anche se è in bianco e nero. Questo finale è degno dell’intero racconto.

    C’è personalità nelle immagini che dai, quando narri. Tu hai creato un personaggio che siede sul cofano dell’auto, che sembra osservare ogni cosa con l’ironia del genio incompreso, che della sua donna ricorda il modo di tagliare il pane: contro il petto, come ad abbracciarlo. Quando un dilettante scrive, di solito non fa di queste osservazioni, non gli vengono neanche in mente… non ci arriva. Quando è un professionista a scrivere – e questo professionista non lo è per laurea ad honorem ma per genio poetico naturale – si sente netta la differenza. E, accidenti, tu fai la differenza.

    E vai a bussare alle CE, che aspetti? vacci di persona e, le tue opere, narrale a voce alta, come dovessi decantarle. Quelli ti stendono il tappeto, ti offrono il caffè, ti fanno un contratto vincolante su due piedi pur di non farti andare via… e alla fine ti fanno pure un monumento. Perchè li farai diventare ricchi. E a noi pure… ci farai arricchire, se avremo occasione di continuare a leggerti.

    Eh? Sviolinata? Ma non ci pensare neanche. Io sono pessima coi complimenti. Per questo dico solo quel che penso.
    Sei un grande scrittore.

    • Alessandra,
      già che quando uno inizia con il nome, impregna di serietà e austerità il discorso intero, dunque, che ti devo di’?

      Grazie.

      Grazie perché fai quello che i geni fanno: mi metti il dubbio. Ho letto il commento alle due e quaranta e alle due e quarantacinque stavo allo specchio a fare le facce per la copertina del libro pensando “ma se fosse vero veramente”?

      E non lo so, cioè, ti credo, per carità, ma non lo so. Io faccio altro di mestiere e già il mestiere mio è ‘na lotta e solo la passione mi permette di trova’ la forza di alzarmi la mattina, non sono pronto a immaginare di poter fare pure un’altra cosa.

      Già ‘sta roba dell’ospedale, l’importanza che dai a quel che scrivo, cioè, ne dai più di me! E sono sicuro che ci impieghi più impegno tu a leggere che io a scrivere che, prometto, alla fine non ci penso poi tanto.

      Mi lusinga tutto questo. Io non ho creato niente, il protagonista della storia stava lì, è fatto di quel che il posto dove vivo mi regala ogni giorno. E a me che già fare la differenziata è ‘no sforzo intellettivo non da poco, cioè, tu mi vuoi far fare la differenza? E io piango così, mi commuovo, che tengo il cuore infantile io.

      Busso alle CE? Poi scappo? Mi ci immagino a me che entro lì dentro.
      “Certo signor Donisi, come no, i libri, certo: faccia ‘na cosa, prenda ‘sta scopa e ‘sto secchio vede, le faccio vede’ dove stanno i cessi”.

      Sì che continuo a scrivere, a me diverte costruire i personaggi che racconto, a volte ho l’impressione di “ragionare” veramente su altre prospettive solo quando scrivo.

      E no, non dico sia una sviolinata, l’ho detto che ti credo, solo che non credo a me. Magari ‘so come quei comici dozzinali che scrivono un pezzo solo e sbancano al primo spettacolo e poi non fanno ridere più. Cioè, il talento è ‘na cosa seria come si fa a sapere di averlo?

      Ma ci penso, prometto che ci penso davvero, forse mi servirà tempo, forse devo farci l’abitudine, però ci penso. Io so’ sì e no sei mesi che scrivo come abitudine, prima lo facevo al massimo ‘na volta l’anno, è una cosa tutta nuova per me.

      Grazie, dal profondo di questo strano ammasso di carne che mi ritrovo come corpo. Grazie.

      Che la Forza sia con te.

      Mi asciugo l’orgoglio adesso.

  • Veramente un bel finale! 😀
    La risposta sulla sigaretta buttata in mare mi ha fatto morire dal ridere. Intendo il modo in cui hai previsto la reazione al gesto. Così come tutti gli altri dettagli.
    Il finale mi ha incuriosito. Chi sarà la persona che aspetta? Se non ho capito male ci sarà un seguito. Sarà allora che la incontrerà? Se la incontrerà. Chi lo sa’.
    Alla prossima. 🙂

  • Bellissimo. Mi sono quasi commosso (e giuro che non capita spesso). Inutile citare una frase piuttosto che un’altra: la tua scrittura va guardata nel complesso, da lontano, come un albero maestoso pieno di rami e di foglie, senza scendere nel dettaglio a vedere se c’è un rametto spezzato o qualche foglia ingiallita. Quando c’è talento, la tecnica passa in secondo piano, ma quando c’è tanto talento, la tecnica viene innovata.
    Continua a scrivere, non fermarti.
    Chapeau!

  • Stavolta mi hai ricordato Erri De Luca. È un autore che amo molto, al quale invidio la capacità di scrivere romanzi senza trama, fatti solo di personaggi. Scommetto che lo hai letto anche tu.
    Niente napoletanismi stavolta, anzi hai virato verso una lingua colta. Non ti sarai fatto influenzare dai miei commenti? Non ti ho mai detto di eliminarli, ho solo ipotizzato che, almeno alcuni, potessero essere di difficile interpretazione per i più.
    Spero che tu non abbia forzato il tuo stile per colpa mia. Il tuo stile deve essere solo tuo, devi sentirtelo comodo addosso, devi sentirti libero nei movimenti.
    Sei molto efficace comunque.
    Parlami di Monica.

    • Leggevo Erri De Luca da ragazzino, è sempre stato uno dei miei miti letterari, temo che, in taluni casi, il lasciarsi contaminare sia incontrollabile. Ho usato “cuntrora”, e forse anche qualche altra cosa, ma no, non mi sono lasciato influenzare, però: sì, ho ascoltato il tuo consiglio. Ti avevo detto lo avrei fatto.

      Non credo di averlo fatto cambiando il mio modo di scrivere.

      E, comunque, adoro scrivere solo di personaggi!

      Grazie, sempre, davvero.

  • Capitolo bellissimo, bellissimo questo sovrapporsi dei due piani temporali.
    E’ sempre un piacere leggerti.
    Mi associo in modo molto più umile, essendo una semplice persona che utilizza ogni tanto la scrittura come catarsi e non assolutamente un esperto, ai complimenti che ti hanno fatto.
    Hai del talento e non stanchi mai, quindi dal mio punto di vista puoi continuare a parlare di questo tizio anche per altri venti capitoli, io ti seguo.
    Però, per favore, senza svelare il nome…

    • Ok, forse mi sono spiegato male sul finale.
      Diciamo che ti seguo in ogni caso, sequel o no.
      Però mi piace molto, come già ti dissi dal primo commento, il parlar del tempo che passa e di ciò che si fa mentre passa, quindi sono felice se continuerai questa storia.

      A presto,

    • Come dicevo, il capitolo è costato un pezzetto di anima, sono felice sia piaciuto.

      Ho letto quel che scrivi, tu hai più consapevolezza di me, tutti hanno più consapevolezza di me, non hai bisogno di essere umile.

      Sono felice però di non stancare, stancare sarebbe triste, mi piacciono le cose che fanno venire voglia di essere lette ed è un complimento bellissimo per me.

      No, non ho voglia di svelare il nome, mi piace l’idea che sia un personaggio fatto “di altro”. Non lo chiederò più ‘sto fatto del nome! 😀

      Grazie che mi segui, grazie per aver votato a favore del continuo dell’avventura di ‘sto tizio e grazie per il tempo che mi dedichi.

      Di cuore.

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