Attendendo

I vecchi in bici

A primo mattino ci sta un sole che ti piglia a pugni in faccia. 
Il mio corpo se ne sta accomodato sul sedile di guida, gli occhiali da sole mi proteggono gli occhi e le borse attaccate sotto. Pesanti come un continente. Quando apro il finestrino, un’aria al gusto di mare e sfogliatelle mi invade l’abitacolo, sconfiggendo con disinvoltura l’asettico odore di aria condizionata di scarsa qualità che mi alberga intorno alla persona.

Dicono che puzza la mia città, dicono la monnezza, dicono lo sporco, ma non capiscono un cazzo. La mia città tiene un profumo che non si può spiegare. Tiene odore di rivoluzione come dopobarba, tiene il profumo di una persona che conosci da tutta la vita, l’odore di qualcuno che ti cresce e ti insegna a campare, tiene quell’odore che quando lo trovi da un’altra parte ti commuovi come un coglione e ti fai venire il vuoto nello stomaco. 

Un odore che si è impossessato dell’interno di questo trasandato armadio motorizzato che con molta fantasia si potrebbe chiamare automobile. E il corpo mio, fine conoscitore del mio piacere, concierge di pregiata esperienza in materia di perfezionismo del momento, comanda alle dita di cercarmi il pacchetto di Marlboro morbide dalla giacca. Le dita obbediscono ed eseguono l’operazione con l’elegante zelo di un Golden retriever, trovando il pacchetto e il fuoco, cacciandomi tra i baffi e la barba un altro chiodo di bara ammaccato e dolcissimo. 

L’avambraccio sinistro prende possesso del taglio della portiera e si avventura all’esterno, la schiena scende lungo il sedile, poi la mano destra, veloce, fa saltare il cappuccio della Zippo e fa scintillare la pietrina in un movimento futile e infantile, quasi malinconico, una roba che mi imparai da giovane, che faceva colpo assai colle ragazze. 

O almeno così mi credevo io.

Tengo questa Zippo da quindici anni, piena di tagli e ammaccature come quello che la porta nella tasca, ci ho acceso la sigaretta alla prima ragazza con cui ho fatto l’amore.

La tengo la S.T. Dupont a casa, che vi credete?
Ma è un accendino da ricchioni.

Fumo. Mi tiro nel corpo boccate di fumo mischiandolo con l’aria, con l’aroma del caffè che esce dai bar, col profumo di crema pasticciera e ricotta dolce e sale di mare. Mi gonfio il petto di una nebbia densa come mollica di pane, calda. Soffio, inspiro e soffio ancora, con piglio cinematografico, con la presunzione del protagonismo. 

Guardo le lancette di un orologio brutto assai che porto sul polso destro, uno di quei brutti marchingegni che ti viene voglia di scaricarlo nel cesso ogni volta che lo guardi, ma è un regalo, mica si può fare. Le lancette dicono che è presto ancora.

Quindi gli occhi vanno alla ricerca di qualche spunto per tenermi impegnato.

Che dove sto io, gli spunti non mancano mai.

Trovo un individuo miserabile, anziano. Vestito in quel modo sgangherato che solo gli anziani tengono. Porta un cappello a coppola in testa di un colore che confina con la merda, una giacca scadente a tal punto da poter essere eguagliata solo dalla pesantezza del medesimo capo. Tiene dei pantaloni brutti e dei guanti che fanno cagare alla vita. E stanno ventisei gradi. Ma lui gira in bicicletta, il vile, sente il freddo del vento che, chiaramente, gli spara in petto potente, considerato i sei km orari di velocità che riesce a sostenere su quella bicicletta arrugginita del cazzo. 

La mia spina dorsale vibra di una rabbia antica. Configuro pericolosamente una strategia: accendere la macchina, far salire un poco i giri, accostarmi all’incrocio dopo quel cartello stradale, accelerare un poco, attirare la sua attenzione con il rumore del clacson, godermi la paura in fondo agli occhi. Frenare. Lasciar slittare la macchina sulle ruote posteriori che così “io ho frenato appena l’ho visto”.

Lo prendo col lato destro dell’auto, me la cavo con cinque o seicento euro da don Mimmo, carrozziere di qualità e di esperienza, e mi godo questo attimo di gloria. Che Dio ci mette sempre troppo tempo a punire stolti e maligni e si vede che sta impegnato assai se ‘sto vecchio del cazzo campa ancora. E gli conveniva fa’ in fretta a levarsi lui lo sfizio, sennò non vedo perché non me lo devo leva’ io. 

Disegno nella testa una scena epocale. “Ma comm’è succieso?”, “hanno ittato sotto a ‘on Gaetano”. Le grida. Perché ho deciso che si chiama Gaetano, il maledetto, come quel compagno mia di scuola media che mi spezzo’ il braccio, che da allora ho sempre pensato che chiama’ Gaetano a uno è uguale che chiamarlo faccia di cazzo.

E io che scendo dalla macchina spaurito, mi faccio attore navigato: “io non l’ho visto, vi giuro, mi è apparso avanti come la Madonna”. Chiamo l’ambulanza, do un indirizzo vago, così se è ancora vivo lo faccio spantechiare un altro poco. 

Cosa succede ora?

  • Il protagonista scende dalla macchina e va a fare colazione (75%)
    75
  • Il protagonista si distrae e trova qualcos'altro su cui concentrarsi e di cui parlar male (0%)
    0
  • Il protagonista mette in atto il piano (25%)
    25
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140 Commenti

  1. Siccome tu sei pigro, ho letto anche questo in un momento di rara quiete. Ti hanno gia’ detto tutto, hai il grandissimo pregio di rendere tutto vivo.”La vita – e Batman – m’hanno insegnato una realtà sacrosanta: ci sono cose che solo a mazzate si possono risolvere.” E su questa frase AMEN!

      • No sarebbe come pisciarsi sulle scarpe e tu sei sempre così accorto a non farlo.Aaaah no scusa quello non sei tu! Quindi lo posso dire che mi pice un sacco e che me potrei leggere e rileggere senza annoiarmi e notando sempre un fatto nuovo tra le righe.L’orologio brutto perche’ non deve piacerti, ma ricordarti me ha tirato fuori la ragazza romantica sepolta in me!Ma dieci capitoli sono pochi e quattordici pure, è come meta’ sfogliatella che ti cade per terra…a meta’ tra la tragedia e na jastemm!

  2. Eccezionale. Ma non solo.
    Talvolta capita di leggere qualcosa di buono in anestesia: sai che ti piace, riconosci una sintassi perfetta, dialoghi coinvolgenti e ambientazioni suggestive. Ma resti così, con l’anima immobile, aspettando di sentire quella carezza al cuore che, sola, può generarti un brivido.
    Chiudi il libro o il file, spegni l’ebook reader, e non ti resta niente se non l’impressione di aver perso un pò del tuo tempo con un mezzo sorriso stampato in faccia.
    Altre volte inizi a leggere con buona aspettativa, poi scorrono le parole e ti ci immergi sempre più. Ad un certo punto ti ricordi di respirare e senti che il tuo cuore ha preso dimensioni enormi, che te lo senti in gola. Il tempo è trascorso come sempre, ma stavolta sei arrivata al sublime.
    In questi casi l’ultimo punto può essere una porta da spalancare al futuro. Può essere una nave che riporta indietro Monica, o la tua terra che canta fieramente il proprio orgoglio al mondo intero. Puoi essere tu che fai poesia, tu che scrivi senza sapere quanto vali.
    Non sprecarti.

    • Eccezionale mi pare decisamente eccessivo, prima di tutto.
      Io la leggo la roba tua, sei tu che spari i cuori su Saturno, io appiccico le lettere quasi a caso. Tu sai dove vai, io no. La differenza si sente.

      Io ti ringrazio come si ringraziano i santi dalle mie parti, che quel che mi dici per me c’ha peso. E ci spero davvero che, almeno una volta, posso fare provare quelle cose con un mucchio di parole.

      Faccio un inchino, saltello, una capriola, un salto mortale di ringraziamento.

      Tanto, fino a che è scritto, lo posso fare.

  3. Mario,
    in ospedale nelle ultime due settimane, mi è capitato di leggere alcune storie dal telefono. Non la tua. Ho atteso le dimissioni per tornare a scriverti, per leggerti con la calma che meriti. Per avere modo di ringraziarti di essere passato di qui e di averci regalato un pezzo di vera arte. Di quell’arte che sembra musica anche se è silenzio, che sembra colore anche se è in bianco e nero. Questo finale è degno dell’intero racconto.

    C’è personalità nelle immagini che dai, quando narri. Tu hai creato un personaggio che siede sul cofano dell’auto, che sembra osservare ogni cosa con l’ironia del genio incompreso, che della sua donna ricorda il modo di tagliare il pane: contro il petto, come ad abbracciarlo. Quando un dilettante scrive, di solito non fa di queste osservazioni, non gli vengono neanche in mente… non ci arriva. Quando è un professionista a scrivere – e questo professionista non lo è per laurea ad honorem ma per genio poetico naturale – si sente netta la differenza. E, accidenti, tu fai la differenza.

    E vai a bussare alle CE, che aspetti? vacci di persona e, le tue opere, narrale a voce alta, come dovessi decantarle. Quelli ti stendono il tappeto, ti offrono il caffè, ti fanno un contratto vincolante su due piedi pur di non farti andare via… e alla fine ti fanno pure un monumento. Perchè li farai diventare ricchi. E a noi pure… ci farai arricchire, se avremo occasione di continuare a leggerti.

    Eh? Sviolinata? Ma non ci pensare neanche. Io sono pessima coi complimenti. Per questo dico solo quel che penso.
    Sei un grande scrittore.

    • Alessandra,
      già che quando uno inizia con il nome, impregna di serietà e austerità il discorso intero, dunque, che ti devo di’?

      Grazie.

      Grazie perché fai quello che i geni fanno: mi metti il dubbio. Ho letto il commento alle due e quaranta e alle due e quarantacinque stavo allo specchio a fare le facce per la copertina del libro pensando “ma se fosse vero veramente”?

      E non lo so, cioè, ti credo, per carità, ma non lo so. Io faccio altro di mestiere e già il mestiere mio è ‘na lotta e solo la passione mi permette di trova’ la forza di alzarmi la mattina, non sono pronto a immaginare di poter fare pure un’altra cosa.

      Già ‘sta roba dell’ospedale, l’importanza che dai a quel che scrivo, cioè, ne dai più di me! E sono sicuro che ci impieghi più impegno tu a leggere che io a scrivere che, prometto, alla fine non ci penso poi tanto.

      Mi lusinga tutto questo. Io non ho creato niente, il protagonista della storia stava lì, è fatto di quel che il posto dove vivo mi regala ogni giorno. E a me che già fare la differenziata è ‘no sforzo intellettivo non da poco, cioè, tu mi vuoi far fare la differenza? E io piango così, mi commuovo, che tengo il cuore infantile io.

      Busso alle CE? Poi scappo? Mi ci immagino a me che entro lì dentro.
      “Certo signor Donisi, come no, i libri, certo: faccia ‘na cosa, prenda ‘sta scopa e ‘sto secchio vede, le faccio vede’ dove stanno i cessi”.

      Sì che continuo a scrivere, a me diverte costruire i personaggi che racconto, a volte ho l’impressione di “ragionare” veramente su altre prospettive solo quando scrivo.

      E no, non dico sia una sviolinata, l’ho detto che ti credo, solo che non credo a me. Magari ‘so come quei comici dozzinali che scrivono un pezzo solo e sbancano al primo spettacolo e poi non fanno ridere più. Cioè, il talento è ‘na cosa seria come si fa a sapere di averlo?

      Ma ci penso, prometto che ci penso davvero, forse mi servirà tempo, forse devo farci l’abitudine, però ci penso. Io so’ sì e no sei mesi che scrivo come abitudine, prima lo facevo al massimo ‘na volta l’anno, è una cosa tutta nuova per me.

      Grazie, dal profondo di questo strano ammasso di carne che mi ritrovo come corpo. Grazie.

      Che la Forza sia con te.

      Mi asciugo l’orgoglio adesso.

  4. Veramente un bel finale! 😀
    La risposta sulla sigaretta buttata in mare mi ha fatto morire dal ridere. Intendo il modo in cui hai previsto la reazione al gesto. Così come tutti gli altri dettagli.
    Il finale mi ha incuriosito. Chi sarà la persona che aspetta? Se non ho capito male ci sarà un seguito. Sarà allora che la incontrerà? Se la incontrerà. Chi lo sa’.
    Alla prossima. 🙂

  5. Bellissimo. Mi sono quasi commosso (e giuro che non capita spesso). Inutile citare una frase piuttosto che un’altra: la tua scrittura va guardata nel complesso, da lontano, come un albero maestoso pieno di rami e di foglie, senza scendere nel dettaglio a vedere se c’è un rametto spezzato o qualche foglia ingiallita. Quando c’è talento, la tecnica passa in secondo piano, ma quando c’è tanto talento, la tecnica viene innovata.
    Continua a scrivere, non fermarti.
    Chapeau!

  6. Stavolta mi hai ricordato Erri De Luca. È un autore che amo molto, al quale invidio la capacità di scrivere romanzi senza trama, fatti solo di personaggi. Scommetto che lo hai letto anche tu.
    Niente napoletanismi stavolta, anzi hai virato verso una lingua colta. Non ti sarai fatto influenzare dai miei commenti? Non ti ho mai detto di eliminarli, ho solo ipotizzato che, almeno alcuni, potessero essere di difficile interpretazione per i più.
    Spero che tu non abbia forzato il tuo stile per colpa mia. Il tuo stile deve essere solo tuo, devi sentirtelo comodo addosso, devi sentirti libero nei movimenti.
    Sei molto efficace comunque.
    Parlami di Monica.

    • Leggevo Erri De Luca da ragazzino, è sempre stato uno dei miei miti letterari, temo che, in taluni casi, il lasciarsi contaminare sia incontrollabile. Ho usato “cuntrora”, e forse anche qualche altra cosa, ma no, non mi sono lasciato influenzare, però: sì, ho ascoltato il tuo consiglio. Ti avevo detto lo avrei fatto.

      Non credo di averlo fatto cambiando il mio modo di scrivere.

      E, comunque, adoro scrivere solo di personaggi!

      Grazie, sempre, davvero.

  7. Capitolo bellissimo, bellissimo questo sovrapporsi dei due piani temporali.
    E’ sempre un piacere leggerti.
    Mi associo in modo molto più umile, essendo una semplice persona che utilizza ogni tanto la scrittura come catarsi e non assolutamente un esperto, ai complimenti che ti hanno fatto.
    Hai del talento e non stanchi mai, quindi dal mio punto di vista puoi continuare a parlare di questo tizio anche per altri venti capitoli, io ti seguo.
    Però, per favore, senza svelare il nome…

    • Ok, forse mi sono spiegato male sul finale.
      Diciamo che ti seguo in ogni caso, sequel o no.
      Però mi piace molto, come già ti dissi dal primo commento, il parlar del tempo che passa e di ciò che si fa mentre passa, quindi sono felice se continuerai questa storia.

      A presto,

    • Come dicevo, il capitolo è costato un pezzetto di anima, sono felice sia piaciuto.

      Ho letto quel che scrivi, tu hai più consapevolezza di me, tutti hanno più consapevolezza di me, non hai bisogno di essere umile.

      Sono felice però di non stancare, stancare sarebbe triste, mi piacciono le cose che fanno venire voglia di essere lette ed è un complimento bellissimo per me.

      No, non ho voglia di svelare il nome, mi piace l’idea che sia un personaggio fatto “di altro”. Non lo chiederò più ‘sto fatto del nome! 😀

      Grazie che mi segui, grazie per aver votato a favore del continuo dell’avventura di ‘sto tizio e grazie per il tempo che mi dedichi.

      Di cuore.

  8. Caro Mario,
    ho recuperato gli episodi persi, purtroppo tu pubblichi molto velocemente e io non riesco a tornare qui spesso in questo periodo; causa: “vita che chiama”… 😉

    Stasera ho addirittura fatto in tempo a leggere il tuo scambio di missive con il mio amico e maestro Napo ( Roberto, comunque) e voglio dirti una cosa sul tuo atteggiamento nei confronti della scrittura: non è equo.
    Tu sai scrivere, non ci sono dubbi, per cui definirti uno che ci prova ma che non ha nulla a che vedere con i professionisti ( dove? ) che bazzicano questo sito, suona un po’ stridulo… come le unghie sulla lavagna… sì, producono un suono ma… che suono?

    Ami la scrittura e si legge, per cui continua ad impegnarti, vai benissimo così.
    Posso solo dirti che le tue lacune si trovano nella costruzione, ma a quello si rimedia con lo studio della tecnica. Qualcosa mi dice che tu un po’ hai studiato poiché la “scrittura” è un mestiere, prima che un lavoro e prima che un divertimento. Nessuno scrive come te perché ci si è svegliato una mattina. Tuttavia non hai studiato abbastanza, questo sì, ma lo studio non è mai abbastanza… come si dice? Gli esami non finiscono mai.
    Però… devi essere onesto con te stesso e smettere di dire che lo fai solo per gioco…
    se giochi così… non voglio immaginare cosa potresti tirar fuori facendo sul serio… sì, sai… quando il gioco si fa duro… e i duri….

    • Eh, ti capisco, a me quando la vita chiama tengo silenzioso al cellulare, perciò scrivo.

      Io so’ contento che tu e Roberto – ci siamo conosciuti, un grande – mi dite ‘ste cose e vi prometto: avrò un atteggiamento un po’ più consapevole.

      Grazie, veramente grazie, è bello scoprire di cavarsela bene in qualcosa che non pensi di saper fare… pensavi! Pensavi!

      No, facciamo che mi prendo la tua definizione: non ho tecnica. Non ho studiato. Cioè, sì, chi non lo fa? Come ho detto più volte: sono un nerd, quando incontro un argomento che mi piace, devo smontarlo e rimontarlo e comprenderlo al meglio.

      È vero che lo faccio per gioco, ma per me il gioco è ‘na cosa seria. Il mio lavoro è il gioco più divertente del mondo. E, sì, quando faccio sul serio le cose mi riescono meglio, quindi, mi sa che devo scrivere un po’ più sul serio.

      Ti ringrazio, un milione di volte, mi inchino ai tuoi incoraggiamenti, riverisco e assorbo. Poi faccio una capriola e un triplo salto mortale sul posto, tanto è scrittura, chi mi controlla se l’ho fatto davvero?

      Grazie sempre, Alessandra.

  9. Credo di essere stata l’unica a voler sapere come era andata a finire con i due ragazzi. 🙂
    Comunque, è stato un bel racconto fino a questo momento. Mi piace il senso di indolenza nel modo di raccontare del tuo personaggio. Almeno io l’ho interpretato in questo modo.
    Ti seguo … alla prossima. 🙂

  10. Napo, ma tu mi onori.
    Sono molto contento ti sia piaciuto, io questo capitolo l’ho scritto con una forte emozione dentro, lo avevo immaginato dondolante tra queste due esperienze vissute dal protagonista e desideravo strutturare qualcosa che il lettore non fosse capace di aspettarsi.

    I tuo complimenti, t’assicuro, commuovono trenta e passa anni di cento chili di un nerd che un riscontro del genere non lo auspicava nemmeno.

    Per la faccenda delle vecchie zoccole: a me farebbe piacere avere più riscontri dalle persone, avere più lettori critici che mi aiutino a migliorare il mio modo di scrivere, ma non capisco bene come fare e sono pure abbastanza convinto di scrivere in un modo che non è detto piaccia a molti.

    Qui ci sta gente che scrive di mestiere e lo fa veramente bene, io faccio l’illustratore, il grafico. Rrispetto la scrittura, in modo reverenziale, non mi sento manco all’altezza di paragonarmi a chi scrive veramente e con criterio, al contrario di me che ho una terza media regalata e scrivo per insonnia.

    Non è detto che piaccia a molti, dicevo, anche perché, per esempio, come giustamente dici tu: ci metto i “napoletanismi” e lo so che non dovrei farlo, ma poi l’istinto vince. Sento quella voce dentro che mi ricorda che alla fine so’ un povero stronzo che scrive per sfogo, che non ci sta da aspettarsi ‘sto pubblico largo da accattivare: sono dieci persone che mi fanno la grazia enorme di dedicarmi cinque minuti di vita e una risata, ma restano dieci persone. E otto so’ napoletani.

    E allora mi faccio sconfiggere da una distrazione falsa come una banconota da undici euro, mi persuado che “abbunato” mi è scappato e scrivo velocemente le parole successive per allontanarmi il più possibile da quella parola.

    Tu tieni ragione, tu tieni tutte le ragioni del mondo, ma io so’ un deficiente, che devo fa’?

    Odio anche io i sequel e odio l’idea di svelare il nome di un protagonista che, nella mia testa, non lo tiene il nome. Mai avuto. Però io voglio vedere i miei lettori cosa dicono, cosa pensano, me lo hai detto tu che ‘sto sito è una bella prova da sostenere.

    Tornando al sequel, sono contento ti piaccia l’idea e mi basta l’approvazione tua è quella di un altro paio di persone per continuare a scrivere di questo personaggio. Stiamo ad un terzo del “sì, ci sarà un seguito”.

    Dovrei accattivare lettori? Lasciare commenti sotto ai racconti degli altri? Che dovrei fare secondo te?

    Suggeriscimi, io tutto quello che so l’ho imparato da quelli più bravi di me, quindi ti sto a sentire se mi fai un consiglio.

    E grazie, grazie ancora per il tempo che mi dedichi.

  11. Bellissimo. Apprezzo moltissimo questo modo di giocare su due livelli, distinguere e confondere due emozioni forti, intrecciare due piani temporali con maestria. Se potessi ti darei cento punti in un colpo solo, perché questo racconto, in assoluto (non “secondo me”) dovrebbe avere almeno il quadruplo di incipoints. Però tu su questo sito ti comporti da nerd, te ne stai in disparte con le tue cose, invece questo (ma non solo questo) è un sito per vecchie zoccole che vanno in giro nei racconti degli altri a farsi conoscere, ad adescare lettori. Se vuoi continuare a fare il nerd ed essere ignorato da chi ti è nettamente inferiore, va bene così.
    In generale non amo i sequel, i prequel e quel che è una riproposizione di un filone o di personaggi, ma in questo caso – visto che ti mancano solo due episodi e non potrai che chiudere questo racconto con un finale aperto – mi faresti un regalo se iniziassi un nuovo racconto, senza soluzione di continuità, su questi “moti muti” dell’animo del tuo protagonista.
    Hai dei rimandi, nel tuo stile di scrittura, che non sono sempre comprensibili al pubblico. Te l’ho già detto. Mentre però Sienkiewicz, ad esempio, uno può sempre andarselo a cercare (e così facendo contribuisci a fare cultura, che è il fine ultimo di un autore che deve sempre lanciare degli spunti che i lettori migliori possano raccogliere), non so quanti possano capire “abbunato” (il rischio, in questo caso, è che fraintendano o che restino spiazzati e ancor peggio infastiditi).
    Quanto all’opzione, io farei riprende al protagonista la sua passeggiata. Sui tre ragazzi hai già dato il meglio con queste sapienti pennellate: inutile scendere nei dettagli, si perderebbe poesia. Dire il nome del protagonista? No, è inutile e banale. Non è da te.

  12. Allora,

    ho preferito scrivere il continuo dell’episodio prima di chiedervi scusa per quello precedente. Scuse che nascono da un dato di fatto concreto: non sono capace di sostenere questo limite delle cinquemila battute, pertanto, non sono capace di scrivere sempre un capitolo come vorrei. Il capitolo precedente è saltato fuori diverso da come avrei voluto, con una qualità inferiore a quella che avrei potuto ottenere se non avessi avuto limiti.

    Come tento di spiegare, il settimo capitolo è stato scritto quasi insieme al sesto, spero mi perdoniate e vi godiate entrambi come una cosa sola e mi auguro, vivamente, vi piacciano.

    Per dopo, vi prego di tollerare il modo sconnesso in cui scrivo o, in alternativa, di trovarmi un editore.

    Grazie e, ancora: scusate.

    • A me piace “il modo sconnesso” in cui scrivi. Si sente che c’è talento.
      Proprio per questo dovresti importi una disciplina, perché il talento da solo non basta. Se c’è una cosa che TI insegna è gestire il numero delle battute: non stai scrivendo un racconto per i cazzi tuoi, stai scrivendo un racconto interattivo in dieci episodi da cinquemila battute. Ti assicuro che è un’esperienza molto formativa. Se entri nel mood giusto, impari a gestire il numero di battute e, soprattutto, la cazzimma per agganciare i lettori e per accrescere il consenso. Non mi rispondere che non t’interessa, altrimenti non ci avresti invitato a trovarti un editore. Tu puoi farcela alla grande a coniugare talento e tecnica. Datti da fare o l’atteggiamento da nerd si trasforma in quello di pesce pigliato ca’ botta.
      Questo settimo episodio mi è piaciuto moltissimo, ma è inevitabile che continui a parlarci dei tre ragazzi. Non c’è altra scelta.

      • No no, mi interessa e come, è solo che per me è la prima volta in un contesto del genere e mi ritrovo spesso che il risultato che ottengo non è quello che vorrei. Mi impegno per il tempo che ho a disposizione e quel tempo non sempre è sufficiente per toccare certi punti che sento di poter raggiungere.

        Grazie, Napo, di tutto. Quella sull’editor era una battuta, non penso che ci arriverò mai ad un editor. È che nel lavoro che faccio i maestri sono necessari e a volte sulla scrittura mi sento un poco sposato.

        Grazie ancora, anche per il modo in cui mi dici le cose, sono carezze con le nocche; mi piace.

        Farò del mio meglio; promesso.

  13. Non so… forse il protagonista potrebbe partire raccontando di suo padre, collegarsi quasi casualmente alla sua infanzia e infine approdare a parlar di sè… o forse no.
    Diciamo che voto per raccontar del padre come punto di partenza, il resto è nelle tue sapienti mani.
    E’ sempre un piacere leggerti.
    A presto

  14. Temo che i complimenti (della Startari in primis) ti possano fare male: stai cominciando ad aggiungere troppo. Non hai bisogno di “aggiungere”, non affollare il testo di immagini e locuzioni a effetto: il tuo stile va benissimo quando è rarefatto con un tocco qua e là che risalta in contrasto. Dal “guizzo filosofico politico” in poi però – secondo me – recuperi alla grande.
    Ho creduto di cogliere un messaggio subliminale che invita a votare per il racconto dell’infanzia del protagonista.

    • Napo, lo so, ho fatto un casino con quel capitolo, mi è sfuggito dalle mani. A volte ho la sensazione di scrivere veramente troppo e non sono capace di tagliare. Come ho detto, mi serve un editor.

      Non penso mi facciano male i complimenti, penso mi faccia male il limite dei caratteri. Almeno, mi auguro.

      Grazie per aver colto il messaggio, in verità avevo materiale per tutti e tre anche se preferivo, in effetti, quella.

      Ho scritto veramente tanto l’altra sera, ma tanto.

      Grazie sempre per la tua partecipazione.

  15. Scusa, avvoca’ ma mo come lo spieghiamo che non sei avvoca’? 😀
    Ho votato che racconta di sé, il che può implicitamente accogliere anche le altre due opzioni, qualche aneddoto sulla sua infanzia e qualche riflessione sul suo rapporto col padre. In realtà, tutte e tre le opzioni possono scambiarsi tra loro, ma questa, credo sia quella più generica e intima allo stesso tempo, che consente, quindi, di spaziare come meglio si crede. 🙂
    P.s. ho fatto un “papiello”! ahahahah

  16. Mingere? Ero indecisa tra “espressione napoletana” e “latinismo poco usato”… ho dovuto cercare sul vocabolario per votare… 🙁 e ho votato Ernesto! Conosciamolo.

    QUESTA ME LA RIVENDO:
    “se rimango qua mi innamoro di te e già tengo abbastanza casini così.”

    DIVERTENTE E AZZECCATISSIMA:
    “mi godo quel che vedo mentre – distintamente – sento le fanfare di quando passi di livello in Final Fantasy.”

    QUALCOSA DI UNICO: SEI GRANDE.
    “Lei ricambia il sorriso, ma per paura di non sopravvivergli, me lo lascio vigliacco alle spalle …”

    e… IL MERCATO DEL PESCE è anche uno dei miei posti preferiti, sì. Insieme a tutti i porti e porticcioli d’Italia da sud a nord 😉 e agli autogrill… ( non per consumare, per pensare — ma è una storia lunga —)

    Sempre bravissimo.

    • Grazie mille Alessandra,

      rivenditi quel che vuoi, è un piacere.

      Quella della musichetta di FF non ero sicurissimo di metterla, perché ero convinto che fosse una cosa un po’ di nicchia. Però poi me ne so’ fottuto. Io so’ bravissimo a fottermene.

      Sono grande. Sì, sono piuttosto alto e ingombrante e, prometto, quella cosa l’ho fatta davvero mentre pensavo esattamente quello.

      Sono scemo proprio sul serio.

      A me piacciono gli Autogrill perché, come le stazioni, i mercati, gli aeroporti, si tratta di “non” luoghi. Posti che pare che esistono solo quando ci stai tu.

      Si ha quella netta sensazione che, quando tu vai via, si smantella tutto e si va a fare altro.

      Il circo! Uguale. Però lì mi sa che lì è un po’ più vero.

      Grazie per il bravissimo, ti credo, ma non mi credo davvero.

  17. Sono stato preso per un braccio da Alessandra (Startari) e portato di peso qui. Ho letto cinque episodi di seguito. Se Alessandra non mi avesse segnalato questo racconto, credo che non lo avrei mai letto perchè trovo il titolo veramente poco attrattivo. Mi sarei perso qualcosa di interessante. Ho deciso di seguirti (il che non è detto sia positivo per te, essendo io notoriamente ipercritico). Inizio folgorante del primo episodio, veramente notevole. Resa molto bene la lentezza – che non è indolenza – partenopea (per inciso: sono napoletano di nascita e ho vissuto a Napoli i miei primi ventott’anni). Gestisci abbastanza bene l’uso di termini dialettali, ma devi stare molto attento: da napoletano trovo un po’ troppo violento l’uso del vernacolo perché è molto potente e carico di significati, a tratti drammatici. Per i non napoletani, invece, questo linguaggio rischia di risultare gradevole ma folkloristico. Ricordati che, nonostante illustri scrittori partenopei abbiano fatto uso di strutture dialettali nei loro testi, ormai Camilleri ha fatto un gran danno con il successo del suo siciliano inventato e chiunque utilizzi ibridazioni tra l’italiano e i suoi dialetti rischia di apparire un suo emulo.
    Non mi dilungo oltre, per questa volta.
    Voto – senza speranze – per il mercato del pesce. Visto che vincerà Ernesto Cofanetto, cerca almeno di non cadere nella macchietta da avanspettacolo verso la quale ti stanno spingendo i lettori italioti.

    • Ciao Napo,

      grazie prima di tutto. Per i commenti, le note e i suggerimenti. Grazie per il tempo speso a leggere quel che scrivo.

      Il titolo è terribile, lo so, ma è terribile tutto secondo me, anche le scelte e le situazioni e il modo in cui poi la storia è andata.

      È che tutto questo è nato veramente per caso, io scrivo per sfizio, quando ho tempo, non ho mai pensato di saperlo fare e non ho mai nemmeno lontanamente immaginato che potesse leggermi qualcuno.

      Mi diverte, non mi sono onestamente mai preoccupato di poter correre il rischio di somigliare o meno a qualcuno per il mio modo di usare il dialetto o, in generale, di scrivere.

      Metto parole una dopo l’altra, tra il lavoro e le mie passioni. Pensa che nessuno che conosco dal vivo sa che scrivo.

      Questo implica che qualsiasi commento nella fascia “non è proprio lammerda” a me già mi suona di complimento.

      So cosa so fare, so che non so scrivere, mi basta far fare qualche sorriso ogni tanto a quei pochi intimi che mi leggono con piacere.

      Ma, ovviamente, da nerd quale sono, starò molto attento ai suggerimenti che mi hai dato e, sappi, saranno sempre molto graditi.

      Grazie ancora, amico mio.

      Che la Forza sia con te.

  18. Il nostro protagonista mette in atto il piano.
    Avrei voluto votare perché non lo facesse, perché restasse ancora un po’ uno di quelli che pensano cose del genere ma poi, per un motivo o per l’altro, non riescono a metterle in atto.
    Avrei tanto voluto votare questo, però Davide mo mi sta proprio sul culo e ‘sti quattro cartoni ci stanno tutti.

    Saluti,
    D. (che poi sta proprio per Davide)

  19. Dai, una colazione non si nega a nessuno… a meno che non si chiami Gaetano, chiaramente. E può risultare un buon diversivo per farla passare liscia al vecchio in bicicletta, che magari è pure patrimonio dell’Unesco. O del WWF.

    Stile particolare che mi piace, passo strascicato che non può che trovare il mio favore. E poi c’è tutto quel passaggio sulla sigaretta e l’accendino… sublime.

    Ben trovato,
    D.

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