Deserto

I.

Odiai quell’edificio ancora prima di entrare.

A metà tra un capannone e un bunker, costantemente all’ombra, a causa degli alti palazzi che lo circondavano, l’edificio aveva poche finestre oscurate. La prima volta che vi entrai mi sembrò di andare in prigione. E in fondo, la mia prima impressione non fu poi così sbagliata.

Nonostante l’interno fosse più accogliente e decisamente più curato, l’atmosfera non era delle più allegre. L’ingresso, così come il corridoio che subito proseguiva, erano male illuminati e uno strano silenzio regnava sovrano. Pensai di aver sbagliato ingresso, quando un uomo, alto e palestrato, sbucò da una porta.

– Buongiorno. Il signor Maurizio Reme, immagino.

– Sì, sono qui per la prova.

– Certamente. Ha portato tutta la sua attrezzatura, come richiesto?

Feci segno di sì, mostrando il mio borsone.

–Perfetto, da questa parte.

Lo seguii lungo il corridoio. Nonostante fosse piena primavera e non ci fosse più bisogno di accendere il riscaldamento, i termosifoni erano attivi. Non capii subito il perché.

Entrammo in una piccola stanza. Era arredata molto bene. Da un lato c’era un letto con lenzuola lisce e colorate, su cui erano puntati due fari. Dall’altro lato, invece, c’era lo spazio che mi venne indicato per sistemare la mia attrezzatura.

Ero in ansia e così concentrato a montare le mie cose, pensando a quanto fosse importante per me quell’occasione, che non realizzai cosa stava per accadere, nonostante sapessi bene per chi stavo facendo quella prova.

Appena mi dichiarai pronto, l’uomo che mi aveva accompagnato, andò alla porta della stanza – una seconda porta, non la medesima da cui eravamo entrati – e bussò, come a dare un segnale.

Pochi secondi dopo, entrò una ragazza giovane, forse ventenne, dalla pelle liscia, truccata a dovere, con lunghi capelli biondi raccolti in due ciocche laterali da due fiocchi rossi. Era vestita da scolaretta. La divisa era composta da una minigonna che lasciava intravedere un paio di mutandine bianche e a pois rossi; lunghe calze, un paio di ballerine blu e una maglietta dall’abbondante scollatura.

Era dannatamente sensuale e provocante. Le sue labbra rosse, carnose, messe in risalto da un rossetto esagerato si stendevano in un sorriso tirato, ma comunque eccitante.

– Signor Reme, può cominciare. Voglio che faccia un po’ di foto, mettendo in risalto sia i particolari che la figura intera. Buon lavoro.

E detto questo, l’uomo mi lasciò solo con la ragazza, che quasi immediatamente cominciò a spogliarsi.

Il cavallo dei miei pantaloni divenne improvvisamente troppo stretto. Strinsi i denti e cominciai a scattare le prime foto.

***

– Ciao, amore!

Valeria, la mia compagna, mi salutò ancora prima che aprissi completamente la porta.

– Ehi, tesoro, sei già a casa.

– Sì, dalla parrucchiera c’era troppa gente, per cui ci torno domani. E tu? Dove sei stato?

– Beh… – iniziai, esitante. – A cercare lavoro, come al solito.

– E allora? Si è mosso qualcosa? Guarda che le bollette da pagare ti aspettano.

– Valeria, non potresti pagarle tu questo mese? Viviamo insieme da tre mesi, ormai, e tutte le spese le devo fare io. Ora sono anche senza lavoro, non credi che…

– Maurizio, non ricominciare. L’appartamento è tuo, per cui spetta a te pagare. Io, poi, do il mio contributo.

– Come?

– Parrucchiera, estetista, vestiti e scarpe li pago tutti io.

Sospirai, sfinito. La questione era sempre la solita: Valeria, così superficiale, così impulsiva controllava la mia vita. E io, come al solito, non riuscivo a ribattere.

– Comunque, amore, hai trovato qualcosa, oggi?

Sì, ho fatto una prova di fotografia presso la sede di una delle riviste più vendute e vuoi sapere quale? Hard Sex. Sì, tesoro, hai capito bene. Ho fotografato una pornostar che si è spogliata completamente davanti a me. Oh, sei gelosa? Ti stai arrabbiando? Suvvia, tesoro, non eri tu che insistevi perché trovassi un lavoro?

– No, purtroppo no…

– Ecco, come al solito! Quand’è che abbandoni la fotografia? Non ti porta a nulla! Vuoi forse diventare un fallito?

La fallita sei tu, sanguisuga! E il coglione sono io che non riesco a cacciarti…

– No, certo che no. È solo che…

– Ssh, amore – mi zittì, Valeria. – Non ti abbattere e vieni qui.

Attirandomi a sé, mi baciò con foga, accogliendomi nel suo caldo abbraccio. Mi abbandonai a lei, come argilla nelle mani dell’artista.

– Allora? Ti senti meglio?

– Sì, grazie, tesoro. E scusa, domani andrà meglio.

– Lo spero.

Mentre entravo in camera per togliermi le scarpe, maledissi me stesso. Coglione! Sei un povero idiota! Ti lasci ammaliare. Lo sai, ma ci caschi ogni volta. Perché non la mandi a quel paese? Perché?

Mi sfregai gli occhi, sfinito.

Una vocina nella testa mi diede la risposta: meglio una cattiva compagnia, alla solitudine, no?

Maurizio svilupperà le foto. Cosa succederà?

  • Valeria non si accorgerà di nulla. (30%)
    30
  • Valeria non si accorge di cosa sta stampando, ma viene a sapere che forse verrà assunto. (30%)
    30
  • Valeria si accorgerà di cosa sta stampando. (41%)
    41
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324 Commenti

  • L’ho riniziato e sono arrivato al sesto (mani occhi o labbra, senza specificare quali 😛 ). Davvero un gran bel racconto. Chiedo scusa per non aver seguito ma ero totalmente assente da incipit (più una cosa forzata che altro). RAcconto scorrevole e interessante, c’è voglia di sapere come andrà avanti. Domani lo finirò.

    diegozucca78@gmail.com è la mia mail, se ti interessa, mi piacerebbe spiegarti in privato delle olimpiadi letterarie che stanno organizzando su un’altra piattaforma e penso che potrebbero interessarti, e visto che sei un’ottima penna, penso che ti divertirai. Se ti interessa, scrivimi. A domani (o dopodomani) per il commento finale!

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