Deserto

Dove eravamo rimasti?

Vi lascio con una scelta delicata, quella che deciderà il finale. Quale di questi tre? Oasi. (45%)

X.

– Ehi, Maurizio?

Carlo, il collega dalle camicie scure e la forfora, mi chiamò.

– Ciao.

– È vero quello che si dice? La Reginetta si è licenziata?

– Sì, è vero.

Feci per andarmene.

– Aspetta. Ed è vero che tu eri con lei nell’ufficio del capo?

Sospirai.

– Sì, è vero.

– Ma si può sapere come mai lei…? Insomma… tu e lei insieme…?

– Non credo che siano affari tuoi.

Tentai di essere il più calmo possibile, ma il mio nervosismo emerse, perché Carlo si ritrasse seccato.

– D’accordo, fai come credi. Ma se quella stronza se n’è andata, tanto meglio!

– Non è una stronza! Nemmeno la conosci!

– Ah, quindi tu la conosci.

Mi paralizzai un secondo di troppo.

– Questo significa sì – constatò Carlo, con un sorrisetto compiaciuto.

– Senti… – cominciai, cercando di svicolare dalla conversazione. – Ora devo andare, ho delle foto da scattare.

– Sì, vai, vai, ma dopo ci rivediamo tutti a pranzo. Hai molte cose da raccontare!

***

La ragazza appena entrata nella stanza iniziò a spogliarsi. Disinibita, disinvolta, masticava un chewing-gum. Mi salutò appena con un cenno del capo.

Appena fu completamente nuda, iniziò ad avvinghiarsi a un palo da lap-dance.

Iniziai a scattare quelle foto in maniera automatica, senza riflettere, senza reagire. Senza eccitarmi.

Pensavo ad Agata, al modo in cui lei si muoveva, si posizionava, alla cura con cui si preparava. Pensai prima al suo corpo, ma quasi immediatamente ricordai il suo viso, i suoi capelli, i suoi occhi. E il suo sorriso così fragile, ma autentico.

Il giorno prima l’avevo accompagnata a licenziarsi ed erano passate meno di ventiquattro ore da quando ci eravamo salutati, ma già sentivo la sua mancanza. E non delle sue pose, non della sua presenza come modella.

No, mi mancava Agata.

– Ehi? Ehi! – urlò la ragazza. – La scatti questa foto, oppure no?

– Sì, Agata – risposi in un lapsus.

– Iris.

– Sì, certo… scusa.

Scattai le ultime foto in fretta, controvoglia. Non mi importava nulla: volevo solo andarmene a casa.

***

Tre settimane!

Girovagavo in casa, nervoso, irritato.

Erano già trascorse tre settimane dall’ultima volta che avevo visto Agata, e ancora non si era fatta viva. Era finita ancora prima di poter iniziare?

Tirai un pugno al divano.

Potessi almeno sapere dove abita…

Avevo anche provato a chiedere al capo, ma non ne aveva voluto sapere niente. Dopo che Agata si era licenziata, tacitamente ero stato incolpato del suo gesto. E da quel momento, infatti, mi furono affidati solo i compiti più ingrati, oltre a essere diventato l’oggetto di tutti i pettegolezzi.

Non mi sarebbe importato nulla, se avessi potuto rincontrare Agata. Ma forse le mie speranze erano ormai vane.

***

– Pronto?

– Ciao, Maurizio!

– Agata? Sei… sei tu?

– Sì, Maurizio, sono proprio io.

– Ma… ma…?

– Come ho fatto ad avere il tuo numero?

– No! Sì… anche!

– Sull’elenco.

– Bene, bene! Ma dimmi… come stai? Dove sei, cosa fai?

– Maurizio, calmati, non scappo.

– D’accordo.

– Sto… abbastanza bene.

– Che succede?

– Il cambiamento è stato forte.

– Ma dove sei?

– Sono… alla polizia.

– Come? Cos’è successo?

– Maurizio, calmati. Va tutto bene.

– Cosa ci fai lì?

– Ti ricordi che ti ho parlato di quell’uomo, quello… quello alla festa di mio cugino?

– Sì. Sì, mi ricordo.

– Ti avevo anche detto che si era di nuovo fatto vivo.

– Sì… aspetta! Vuoi dire che ha di nuovo…?

– No, Maurizio. Ascoltami.

– Va bene.

– Mi ha chiamata più volte, ma dopo la prima non gli ho più risposto. Un giorno, però, mi ha seguita per strada.

– Oddio, Agata! Lui ha…

– No, ha provato a parlarmi, ma non l’ho ascoltato.

– E adesso perché sei alla polizia?

– Ho voluto farla finita.

– Di cosa parli?

– Ho raccontato tutto. L’ho… l’ho denunciato.

Resto in silenzio, incapace di rispondere.

– Maurizio, ci sei?

– Sì, sono qui, solo che non so cosa dire…

– In che senso?

– Ti conosco ancora poco, è vero, ma nelle poche occasioni che abbiamo avuto hai sempre dimostrato un coraggio e una forza che ti invidio. Prendi queste decisioni così definitive con una sicurezza che…

– Sicurezza? Quale sicurezza? Ci sono momenti in cui mi sembra di morire. Non ho più un lavoro, i soldi finiscono, ho probabilmente condannato la vita di un uomo e poi…

– Poi, cosa?

Dall’altro lato della cornetta, sento Agata tirare su col naso.

– Maurizio… mi sei mancato.

– Anche tu, Agata.

– Solo che… ho paura di trascinarti a fondo con me.

– Se ci sei tu, anche il fondo mi sembra bellissimo.

Agata si lasciò sfuggire una risata.

– Come sei sciocco.

– Ma almeno ti ho fatto sorridere.

– Vero.

– Agata… posso raggiungerti?

***

Agata si avvolse al mio braccio.

– Eccoti!

La guardai. Il suo sorriso era caldo e accogliente. Mi aveva aspettato. Aveva atteso me.

– Ricordi la domanda che mi hai fatto quella sera? – le domandai.

– Quale?

– Se era possibile vedere una strada nuova nel deserto.

– Sì, certo, mi ricordo.

Il mio cuore saltò un battito.

– Be’, io la mia strada nuova la sto guardando proprio adesso.

– E dove porta?

– Oltre il deserto.

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324 Commenti

  • L’ho riniziato e sono arrivato al sesto (mani occhi o labbra, senza specificare quali 😛 ). Davvero un gran bel racconto. Chiedo scusa per non aver seguito ma ero totalmente assente da incipit (più una cosa forzata che altro). RAcconto scorrevole e interessante, c’è voglia di sapere come andrà avanti. Domani lo finirò.

    diegozucca78@gmail.com è la mia mail, se ti interessa, mi piacerebbe spiegarti in privato delle olimpiadi letterarie che stanno organizzando su un’altra piattaforma e penso che potrebbero interessarti, e visto che sei un’ottima penna, penso che ti divertirai. Se ti interessa, scrivimi. A domani (o dopodomani) per il commento finale!

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