Deserto

Dove eravamo rimasti?

Come continuiamo? Restiamo alla sessione di foto con la Reginetta. (89%)

V.

L’eccitazione si raccolse nel basso ventre. La Reginetta, magnifica, si sporgeva verso l’obiettivo, sostenendo il proprio seno, stringendolo tra le sue dita affusolate. La carne che sbordava tra una falange e l’altra accendeva il desiderio, interrogando la fantasia sulla consistenza di quel dolce frutto.

– Ehi? Ehi! Non sono qui per uno spettacolo privato. La vuoi scattare questa foto?

La sua voce mi costrinse a tornare alla realtà. Appoggiai l’occhio alla macchina fotografica, in cerca dell’inquadratura migliore. Attraverso l’obiettivo notai altri particolari, ingranditi dallo zoom.

Un piccolo neo sbucava tra i due seni. Era una piccola imperfezione, ma in quanto tale, rendeva quel corpo ancora più perfetto, ancora più bello: lo rendeva reale, fatto di carne e sangue. Quel piccolo neo trasformava quel fisico da dea, in una donna vera. E se la dea è irraggiungibile, la donna è a portata dell’uomo.

Inquadrai l’intero corpo e mentre lo fissavo dall’obiettivo, mi resi conto di quanto fosse complessa e geniale una simile posa.

Le gambe erano divaricate, ma nonostante quest’apertura, il suo sesso era coperto dal busto piegato in avanti; il seno, spinto in basso dalla gravità, era nuovamente elevato dalle mani; i capezzoli, infine, erano coperti dai capelli, lasciati scivolare davanti alle spalle. La Reginetta stava mostrando tutto, senza però mostrare nulla. E in questa contraddizione di nudo e coperto, vedo e non vedo, emanava un’aura di mistero, una rete capace di intrappolare ogni sguardo: l’eccitazione, infatti, spinta dal desiderio di svelare, non poteva fare a meno di volere di più. E la catena di immagini si sarebbe allungata, un anello dopo l’altro, così come le riviste vendute.

***

– Questa era l’ultima – dichiarò la Reginetta.

A quelle parole, mi staccai dall’obiettivo, avvertendo un lieve fastidio attorno all’occhio. Senza accorgermene, ero rimasto premuto contro la macchina fotografica, lasciando un solco sul mio viso.

Uscendo da quella visuale mi sembrò di risvegliarmi da un sogno.

Guardai l’orologio e mi accorsi solo in quel momento che erano già passate due ore.

– Ora puoi andare – mi comandò, mentre si era già infilata l’accappatoio.

– S-sì…

Uscii e mi diressi subito verso l’esterno. Avevo ancora il fiato corto e il battito accelerato. Mi serviva una boccata d’aria.

È stato incredibile… Non vedo l’ora di stampare queste foto!

Mentre pensavo alla sessione appena svolta, mi resi conto di aver lasciato la mia attrezzatura nella stanza. Corsi così indietro e senza pensare rientrai.

La Reginetta era ancora lì, seduta in un angolo, in accappatoio, lo sguardo perso nel soffitto bianco.

Al mio ingresso la vidi arrossire e rannicchiarsi ulteriormente.

– Che vuoi? – mi urlò. – Non ti avevo detto che potevi andare?

– Ho… ho dimenticato la mia attrezzatura…

– Sbrigati.

I pensieri erano come bloccati. L’imbarazzo, il disagio e lo stupore formavano una sorta di tappo nella mia mente, impedendomi di formulare qualsiasi ipotesi o domanda.

Smontai le mie cose il più in fretta possibile, trattenendomi dal voltarmi a guardarla. Appena pronto, mi avvicinai alla porta.

– Allora… arrivederci.

– Aspetta. Come ti chiami?

Iniziai a voltarmi verso di lei, per rispondere, ma subito mi interruppe: – Non voltarti!

– D-d’accordo…

– Come ti chiami?

– Maurizio.

Silenzio.

– Io sono Agata.

– È un bel nome.

Alle mie spalle arrivò una breve risata. – Io l’ho sempre odiato.

Restai in silenzio, senza sapere cosa dire.

– Oggi hai lavorato bene, Maurizio.

– G-grazie.

– Chiederò di averti ancora come fotografo.

– Grazie – ripetei.

– Ora puoi andare – mi disse. – Ah, un’altra cosa. Quello che succede qui, eccetto le foto, rimane fra me e te. Chiaro?

– Sì.

– Bene, ci vediamo.

Uscii, chiudendomi la porta alle spalle.

Agata…

Non sapevo cosa fosse successo o perché, ma appena misi un piede fuori dall’edificio, un nuovo pensiero occupò la mia attenzione.

Valeria.

***

Girai la chiave e spinsi la porta: questa volta, nessuna catena mi impedì l’accesso.

– Valeria? Ci sei?

Nessuna risposta.

Corsi verso la mia camera oscura e con gioia trovai tutto in ordine. A quel punto, entrai in camera. La parte di Valeria era come al solito: creme, profumi e rossetti erano sparsi sul suo comodino. Mancavano però le sue pantofole, le scarpe, alcuni vestiti e la valigia sopra l’armadio.

Se n’è andata?

Come poteva essersene andata senza portarsi dietro i suoi prodotti di bellezza? Forse voleva una pausa?

Sconsolato e stanco mi buttai sotto la doccia, sperando di lavare via qualche pensiero di troppo.

Fu solo quando entrai in cucina, che vidi il suo biglietto.

Ho bisogno di tempo per pensare. Credevo di conoscerti, ma scopro che sei diverso. Rivoglio il mio Mauri. Sono tornata dai miei. Per favore non mi chiamare, non mi scrivere e non mi cercare, a meno che tu non abbia lasciato quel posto (non riesco proprio a chiamarlo lavoro!). Spero di riaverti come prima.

Mi bastò una lettura per infuriarmi.

Ma chi si crede di essere?

Lo buttai.

Nel prossimo episodio darò spazio ai colleghi. Cos'altro volete?

  • Maurizio contatta Valeria. (12%)
    12
  • Nuova sessione con Agata. (76%)
    76
  • Valeria contatta Maurizio. (12%)
    12
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324 Commenti

  • L’ho riniziato e sono arrivato al sesto (mani occhi o labbra, senza specificare quali 😛 ). Davvero un gran bel racconto. Chiedo scusa per non aver seguito ma ero totalmente assente da incipit (più una cosa forzata che altro). RAcconto scorrevole e interessante, c’è voglia di sapere come andrà avanti. Domani lo finirò.

    diegozucca78@gmail.com è la mia mail, se ti interessa, mi piacerebbe spiegarti in privato delle olimpiadi letterarie che stanno organizzando su un’altra piattaforma e penso che potrebbero interessarti, e visto che sei un’ottima penna, penso che ti divertirai. Se ti interessa, scrivimi. A domani (o dopodomani) per il commento finale!

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