Il Giardino degli Dei

Dove eravamo rimasti?

Nel prossimo capitolo… c’imbarchiamo sulla Sirena dei Venti (100%)

6. La Sirena dei Venti

“Vedete quella nave?” disse Carota indicando un relitto ormeggiato nella baia “è un po’ malandata ma ci porterà all’isola di Attila!”

“Ma è un relitto! Affonderemo sicuramente” esclamai.

“No. Un po’ di tempo fa sarebbe stato più semplice farla apparire diversa da così ma abbiamo risorse limitate e dobbiamo accontentarci. Si chiama Sirena dei Venti” dichiarò Carota “salperemo dopo cena. Ragazzi, oggi comincia una nuova vita.”

Il resto del pomeriggio trascorse senza intoppi. Una ventina di ragazzi diedero una sistemata all’imbarcazione. Emma era ancora diffidente nei confronti del capitano Carota e di Leonardo. Gli altri nostri compagni di viaggio erano perplessi, si sentivano presi in giro, aspettavano che prima o poi sbucasse fuori qualcuno dicendo “questa è una candid camera”. Io, invece, ero fermamente convinta che il capitano Carota ci avrebbe aiutati a liberare i nostri amici.

Quando il sole tramontò Carota ci riunì tutti per cenare. Terminato il pasto diede le ultime istruzioni prima di partire: “Pietro, durante la mia assenza sarai tu a dirigere il campo. Dovrete fare delle ricerche per scoprire come decidere chi sarà il nuovo re una volta mandato via Brutus.”

Alcuni ragazzi, con le scialuppe, ci portarono sulla nave poi tornarono a riva poiché sull’imbarcazione c’erano già delle lance di salvataggio. L’equipaggio era composto dal capitano Carota, Leonardo, il professor Patriota, Emma ed io oltre a trenta ex banditi. Visconti e le professoresse Zamponi e Demichelis erano rimasti a riva. Salpammo.

La Sirena dei Venti aveva le sembianze di un’antica nave corsara. Era lunga venti metri e larga sette. L’albero maestro, in mezzo al ponte, misurava sette metri. Vi erano collocate una vela più grande e altre più piccole che, in caso di vento favorevole, contribuivano ad aumentare la velocità di navigazione. La parte dello scafo che affiorava dall’acqua era di tre metri, come pure quella sommersa. La struttura dell’imbarcazione era in legno e, sulle fiancate sbiadite dal sole, se ne leggeva a stento il nome. Il ponte della nave era anch’esso identico a quello di una nave dei pirati e, per rendersi conto che essa era ben più di un semplice vascello, bisognava recarsi nella cabina di comando e nella sala macchine. Nella prima, oltre al timone, vi erano un moderno radar satellitare, una radio per comunicare con altre imbarcazioni e con la terraferma e addirittura il pilota automatico. La nave si muoveva grazie alla forza di un’enorme motore che veniva azionato come un carillon. Per caricare completamente il meccanismo occorreva che dieci uomini piuttosto forzuti spingessero un’enorme ruota attorno a un perno per mezz’ora. Ciò garantiva alla Sirena dei Venti di marciare ininterrottamente per tre ore.

Il mar Tempestoso separava la parte continentale di Magicland a clima temperato da quella a clima equatoriale. La sponda opposta a quella che ci eravamo lasciati alle spalle era a circa settecento chilometri. Su quella costa vi erano una città di circa quattromila abitanti, poi il deserto e, ancora più in là, la foresta equatoriale. Ma a noi non interessava giungere fin là. Il mar Tempestoso, che aveva una larghezza di circa quattromila chilometri, era disseminato di isole di varia grandezza. Ed era su una di quelle che noi eravamo diretti: l’isola di Attila.

La navigazione non ci dava problemi. Quello che io continuavo a considerare un relitto scivolava gentilmente sulle onde. Dopo mezz’ora che eravamo partiti attorno a noi c’era solo acqua, non un’isola o un’altra imbarcazione nelle vicinanze. Eravamo soli in mezzo al mare. M’impauriva la sua profondità, che poteva giungere fino a quattromila metri. Dopo un paio d’ore si vedevano già le luci dell’isola di Attila. Contemporaneamente le acque si agitarono un po’ e io sentivo il pavimento mancarmi sotto i piedi.

“E’ meglio che andiate in cabina. Il mar Tempestoso ci sta ricordando come si chiama” consigliò Carota. Ormai era troppo tardi: la burrasca si era scatenata con tutto il suo fragore e consistenti masse d’acqua si riversarono sul ponte. Emma e Patriota raggiunsero faticosamente la coperta. Io, quando fui quasi arrivata, fui sbalzata da un’onda un po’ più in là. Subito dopo un’altra onda mi travolse e un’altra mi spinse verso prua. Un’altra onda, più vigorosa della precedente mi buttò giù dall’imbarcazione. Finii in mare e mi aggrappai a un pezzo di legno che galleggiava vicino a me. Era forse della nave?

Le onde mi stavano portando via. Io nuotavo da una parte e loro mi trascinavano da quella opposta. L’acqua mi schiaffeggiava, mi spintonava verso gli abissi, mi stringeva in una morsa da cui non potevo liberarmi. Tenevo saldamente la tavola di legno, l’unico appiglio a cui potevo affidarmi. Chiusi gli occhi e vomitai acqua, cercando inutilmente di oppormi al mar Tempestoso. Speravo di approdare da qualche parte, che le acque si calmassero, che una nave di passaggio mi salvasse.

A un certo punto mi accorsi che l’acqua era più bassa, toccavo il fondo.

Nel prossimo capitolo incontreremo un personaggio fondamentale che…

  • si aggregherà agli ex banditi di Boscoscuro (17%)
    17
  • aiuterà Agata a contattare i suoi amici (17%)
    17
  • spaventerà Agata con un’insolita invenzione (67%)
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67 Commenti

    • Stavolta procedo spedita perché è la versione condensata di una storia che ho già scritto, ho pensato di proporvela per farvi conoscere personaggi e ambientazioni così poi per il seguito sapete già di cosa sto parlando 😉

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