Il Giardino degli Dei

Dove eravamo rimasti?

Nel prossimo capitolo… esploriamo ancora l’isola di Tarqui (83%)

8. L’isola di Tarqui

Giunsi a una biforcazione: il sentiero di sinistra era in salita, quello di destra pianeggiante. Quale scegliere? La logica suggerirebbe quello meno faticoso ma, siccome io sono curiosa, scelsi l’altro perché speravo di vedere l’isola dall’alto per capire esattamente dove mi trovavo.

Marciai per tre ore e mezza senza sosta, tra piante tropicali e tronchi che ostruivano il passaggio. Da ciò dedussi che quella non era una via molto praticata. Comunque arrivai in cima e, sostanzialmente, fu una delusione: si vedeva solo una sterminata massa di alberi che ricopriva tutta l’isola. Del villaggio nessuna ombra. Probabilmente era nascosto dal rilievo su cui mi trovavo. Nel mare non c’erano navi e nemmeno barche di pescatori. Siccome lassù non avevo più niente da guardare decisi di scendere dall’altra parte, nella speranza di raggiungere il villaggio.

Proseguii per tre ore e mezza senza sosta, tra rocce e rampicanti. Avevo fame: che fare? La prima cosa commestibile che trovai furono delle noci di cocco. Mi diedi da fare con una pietra e, dopo vari tentativi, riuscii ad aprirne una. Dopo che ebbi terminato di mangiare la prima noce di cocco ne aprii un’altra e poi un’altra ancora. Quello fu l’unico pasto della giornata. Raccolsi una noce di cocco per la colazione del giorno dopo e partii alla ricerca di una sistemazione per la notte. Non sapevo con certezza se in quell’angolo incontaminato ci fossero animali pericolosi, se di notte facesse freddo e se fosse prudente andare in giro da sola. Non avevo mai dormito all’aperto. Non mi ero mai trovata da sola su un’isola deserta. Non ero mai finita in un mondo parallelo.

Ero sicura che il villaggio fosse nella direzione che avevo preso? No. E anche se mi perdevo non era una novità. Se non era lì era un po’ più in là. Michele aveva detto che era dall’altra parte dell’isola e io stavo seguendo alla lettera la sua indicazione. Se non trovavo nessun centro abitato era colpa sua, non mia. Se non tornavo a casa in tempo per l’inizio dell’anno accademico anche. E pure se non ci tornavo affatto a casa.

Forse avrei dovuto tornare indietro, chiedere scusa a Michele (per cosa?), o per lo meno sistemarmi vicino a casa sua. Ma ero troppo orgogliosa per fare un qualsiasi passo in questa direzione. E lui anche.

A rischio di non dormire affatto per ascoltare con angoscia i rumori della notte, i brusii degli insetti e qualsiasi altro suono di provenienza sconosciuta risolsi di accamparmi in una radura che avevo appena raggiunto. C’era anche dell’acqua. Non so se fosse potabile ma la bevvi comunque. Il sole stava tramontando, dipingendo le poche nuvole che solcavano il cielo di rosa.

Mi sdraiai sull’erba perché ero stanchissima. Mi addormentai per svegliarmi la mattina successiva. Tanto per cominciare dovevo fare colazione perché se non mangio colazione mi arrabbio. Fortunatamente avevo una noce di cocco del giorno prima. In uno specchio d’acqua potei bere. Quindi partii alla ricerca del villaggio. Da qualche parte doveva pur essere, no?

Dopo un’ora e tre quarti lo avvistai. Per raggiungerlo ci voleva ancora un po’. Vedevo distintamente un agglomerato di case, il porto e i campi attorno. Camminai ancora un po’ e giunsi in prossimità di un cartello stradale: “Benvenuti a Tarqui”. Subito dopo si ergevano le prime abitazioni, in pietra e fango, col tetto di legno. Chiusi in recinti stavano degli animali da cortile, necessari per il sostentamento della popolazione. La prima impressione fu quella di un centro prettamente agricolo. Scorsi alcuni uomini e donne che lavoravano nei campi. Proseguii il mio tragitto e, dopo una decina di minuti, mi ritrovai nel centro del villaggio.

Con che moneta si pagava a Magicland? I miei compagni di viaggio avevano alloggiato in un albergo lussuoso e avevano speso poco. Io non so se loro avessero pagato in euro o se piuttosto avessero venduto le collanine che la professoressa Orsola Demichelis si divertiva a costruire.

In un angolo, seminascosto, tra la vegetazione esotica della piazza principale, scorsi un cartello univoco: “UFFICIO INFORMAZIONI”. Se volevo avere ragguagli sull’isola in cui mi trovavo quello era sicuramente il posto giusto. Mi avvicinai allo sportello e mi rivolsi con naturalezza all’impiegata:

“Scusi, qui si accettano gli euro?”

“Che?”

“Gli euro, monete e banconote come queste” e le mostrai alcuni soldi che avevo nel portafoglio.

“Mai visti, sono di qualche gioco in scatola?”

“No, sono la moneta del mio paese!”

“Dove abita? Sulle montagne dietro al castello di Casimiro Dolphin? No, là utilizzano i ganci, come nel resto del regno di Magicland.”

“Abito un po’ più in là, ma non molto lontano. Io ho solo questi soldi, come faccio a comprarmi da mangiare?”

“A casa sua cosa riesce a comprare?”

“Penso si tratti di un errore di stampa. Un collezionista potrebbe essere interessato a questi soldi. Per sicurezza le faccio un certificato in cui attesto l’autenticità del denaro che ha con sé.”

“Grazie.”

E’ il momento di salvare Azzurro, in questa circostanza Michele…

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  • esprimerà tutta la propria solidarietà al mondo degli scienziati (0%)
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67 Commenti

    • Stavolta procedo spedita perché è la versione condensata di una storia che ho già scritto, ho pensato di proporvela per farvi conoscere personaggi e ambientazioni così poi per il seguito sapete già di cosa sto parlando 😉

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