Il Giardino degli Dei

Dove eravamo rimasti?

E’ il momento di salvare Azzurro, in questa circostanza Michele… stupirà con una sua invenzione (100%)

9. Circondati dal mare

Il terzo giorno della mia permanenza sull’isola di Tarqui, con l’aiuto di Michele, avvistai la Sirena dei Venti. Segnalammo la nostra presenza accendendo un falò e, nel giro di un paio d’ore, potei riabbracciare i miei amici.

Ci imbarcammo tutti e salpammo. Nel giro di alcune ore avvistammo l’isola di Attila.

“Ho una sorpresa per voi” ci informò il capitano Carota. Contemporaneamente due marinai tolsero un telone e noi ci trovammo davanti un sottomarino giallo.

“Si chiama Freccia degli Abissi” proseguì Carota “al fine di non sprecare tutte le nostre risorse solo un gruppo di otto persone si recherà sull’isola. Ecco i nomi dei fortunati: Michele, Leonardo, Marco, Carolina, Fausto, Mario, Agata ed io.”

L’idea di entrare in quella scatola per sardine non mi entusiasmava affatto ma per salvare Azzurro serviva anche la mia collaborazione. Ci introducemmo all’interno della capsula e la chiudemmo dall’interno. Il sottomarino fu calato in acqua. Giungemmo in un’insenatura dell’isola. Michele, Leonardo, Carota ed io scendemmo mentre gli altri quattro restarono a bordo pronti per fuggire non appena fossimo tornati.

Approdammo in un’insenatura seminascosta dalle rocce, là dove finisce il mare e comincia la spiaggia. C’incamminammo per un sentiero che conduceva alla fortezza. Essa era inerpicata sopra le rocce, al riparo dalle onde del mar Tempestoso e anche dai possibili invasori come noi. Notammo che, attorno ad essa, ogni duecento metri, era collocato un soldato col compito di respingere gli estranei.

Io mi chiedevo come avremmo fatto a introdurci all’interno di quella costruzione così temibile e imponente. Michele, con la sua solita impassibilità, ci spiegò dell’esistenza di una galleria, nascosta tra la vegetazione, che s’immette direttamente nelle prigioni.

Michele ci guidò sicuro verso l’ingresso della grotta. Accendemmo le torce elettriche ed entrammo nella cavità. Camminammo per dieci minuti poi, giunti in prossimità della fine del tunnel ci fermammo ad ascoltare se dall’altra parte c’erano dei soldati.

“Non è quella la nostra porta. Venite, si trova in questa direzione” intervenne Michele “non vi sembra assurdo poter entrare così facilmente in una fortezza praticamente inespugnabile?”

Ancora una volta il tarquese dimostrò di saperne una più degli altri.

“Siamo sicuri che i soldati non conoscano il passaggio segreto?” chiesi.

“Sì” affermò seccatamente Michele.

“E cosa ti da questa certezza?” domandò Leonardo.

“L’ho costruito io!” disse tutto d’un fiato Michele.

Subito dopo il capitano Carota gli si parò davanti ammonendolo: “Michele, esigo una spiegazione immediata e convincente! Sei forse dalla parte del nemico?”

Michele si sedette su una sporgenza del tunnel, invitandoci a fare altrettanto. Dopo un lungo silenzio cominciò a raccontare il suo segreto: “Si tratta di un’esercitazione scolastica. Dovevamo progettare l’uscita di sicurezza di una prigione. Purtroppo il professore bocciò la mia proposta perché era troppo… fantasiosa. Poiché volevo verificare comunque se la mia idea poteva essere applicata mi affrettai a raggiungere l’isola di Attila quando seppi che questa sarebbe stata adibita a prigione. Dato il viavai di operai, non mi fu affatto difficile introdurmi in questa grotta, scavare un buco che s’introducesse nelle prigioni e costruire il meccanismo per la sua apertura. L’ingresso della grotta era stato ostruito dagli operai all’inizio dei lavori quindi nessuno ne sospetta l’esistenza. Terminata la mia opera aspettai la notte per fuggire dall’isola. Mi assicurai che l’ingresso sembrasse ostruito in modo da non destare sospetti. Poi, col tempo, crebbe la vegetazione che completò la mia opera. Questo è tutto.”

“Mi hai convinto, Michele!” esclamò il capitano Carota.

Michele aprì lentamente il muro, guardò di là e ci fece segno di seguirlo. Entrò Carota e dopo di lui Leonardo. Si posizionarono ai lati dell’ingresso principale della prigione. Intanto io raggiunsi Michele.

Ci trovavamo in un luogo buio e umido. Il fetore che emanava era insopportabile. All’interno delle celle entrava poca luce e, attraverso lo stretto finestrino della porta, mi era difficile distinguere il volto di chi vi era all’interno. A un tratto vidi chiaramente l’immagine di Bart Simpson dipinta sulla felpa di Azzurro.

“E’ qui!” esclamai sottovoce.

“Arriva un soldato!” comunicò Carota.

Per Leonardo fu facile immobilizzare l’avversario appena entrato nella zona delle prigioni. Michele gli prese le chiavi. Aprì la cella, liberò Azzurro e intanto Carota e Leonardo portarono il guardiano all’interno di essa. Lo lasciammo là, chiudemmo a chiave e fuggimmo attraverso il tunnel da cui eravamo entrati. Michele chiuse il meccanismo e percorremmo in un paio di minuti la grotta.

Una volta sulla spiaggia Azzurro, pallido come non l’avevo mai visto, corse a gettarsi in mare per lavare via l’odore della prigione. Quando uscì dall’acqua, nonostante fosse piuttosto agitato e stordito, riuscì ad arrivare con le proprie gambe nel sottomarino.

Ultimo capitolo della serie ma non della storia… di cosa parliamo?

  • della rocambolesca fuga dalla prigione di Selenia (40%)
    40
  • del compito assegnato da Carota ad Agata e Leonardo (60%)
    60
  • delle ricerche effettuate dai professori per stabilire l’identità del vero re di Magicland (0%)
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67 Commenti

    • Stavolta procedo spedita perché è la versione condensata di una storia che ho già scritto, ho pensato di proporvela per farvi conoscere personaggi e ambientazioni così poi per il seguito sapete già di cosa sto parlando 😉

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