L’Aquìla daì Due Cuorì

Dove eravamo rimasti?

Chì è morto per fìnta e chì morìrà veramente? la Zarìna (100%)

Sotto Mentìte Spoglìe

Puta Muerte, Cambìa la Sorte.                                                                             La Sìnger del 1933 scodella ìl cardìnale (segreto o ex cardìnale o falso prelato) , uomo dì classe, comunque, classe 1935, per la precìsìone e la ex allumeuse Lucìlla, dì 50annì pìù gìovane, presso una sontuosa vìlla prefabbrìcata edìfìcata ìn una vallata protetta a sud dì Roma. Ad accoglìere la strana coppìa è ìl prìore ìtalìano dì un hotel de charme alle porte dì Parìgì che ospìta un celebre cìrco nel suo vasto parco. Qui accoglìe Wolkonskì e la pìvella : a bordo pìscìna , S.E leggerà ad alta voce al suo pìccolo pubblìco (chì, oltre a Lucìlla e al prìore?) un passo salìente del Dìarìo dì Mustìn, dove sì rìvela la Falsa Morte del vero Rasputìn. E la Morte Vera del Falso Monaco. Questo costerà la vìta a qualcuno…  Alla Zarìna, per prìma. Ma, prìma dì rendervì notì ì fattì secondo ìl Memorìale Mustìn, debbo premettere la genesì della vìcenda: accadde a Venezìa…

Era uno di quei giorni di foschia che merlettano Venezia del suo passato. La nebbia pareva formata dal fiato dei fuggiaschi da Aquileia appena approdati in laguna. La luce diurna stava svanendo in dissolvenza, inghiottendo i turisti e i fuochi fatui dei flash delle loro macchinette digitali. Tornavo dalla Fenice. Quando il teatro era bruciato, grazie ad un’amica regista che girava in quella rovinosa, suggestiva location il suo film, avevo realizzato un servizio fotografico della grande ballerina Carla Fracci. Nella Fenice ricostruita avevo appena visto un’ installazione di videoarte canadese. Una delle solite: tre schermi allineati che trasmettono tre diverse andature di attraversamento di piazza San Marco con l’acqua alta: roba da Biennale, insomma. bei tempi quelli in cui si esponevano tori da monta meccanici qui ai Giardini. Passai distrattamente davanti alla vetrina di un antiquario, attraversato il Ponte dei Cuoridori. Un’occhiata subliminale alla mercanzia esposta m’ indusse a fermarmi, per tornare poi sui miei passi. Prima, però, mi accesi un cohiba, aggiungendo fumo cubano alle brume veneziane. La visione velata di un documento incorniciato mi spinse ad affacciarmi nella bottega, in fondo alla quale sedeva uno di quegli uomini che la Serenissima conserva in una sorta d’eterna vecchiaia sospesa, un Pantalone dallo sguardo di pantegana, che rimase silenzioso a guardarmi osservare da vicino la pergamena dove un  Dimitri, a suo dire granduca di Mosca e di Kiev (quale misteriosa relazione con l’altro Dmitrji, partecipante al Complotto Rasputin, o promotore dello stesso o esecutore materiale del delitto), conferiva, in tempi relativamente recenti, il cavalierato dell’Ordine di San Giorgio Moscovita a…ad un tale che conoscevo: la circostanza dell’identità a me nota, associata all’aristocrazia russa, mi colpì profondamente.  Offerto un sigaro come quello che stavo fumando al mercante di Venezia, che l’accettò, ebbi con lui una conversazione istruttiva. Di lì a poco, partii per San Pietroburgo. Il documento e la relative informazioni raccolte dall’antiquario avevano riacceso i candelieri sullo scenario di un dramma epocale. 
 
A quasì cent’annì dai fatti, ancora si discute animatamente degli enigmi irrisolti e dei misteriosi retroscena del complotto per eliminare il monaco soprannominato Rasputin. Mia madre Anthos, a Jewish princess dal nome greco del fiore dovuto ad una bisnonna di Salonicco e fanciulla in fiore di suo, ne sentì parlare direttamente da mio padre Valentin, sollecitato dalla contessa Grigorovna, che ospitava i neofidanzati nella sua villa a Santa Margherita Ligure. L’anziana Elena aveva frequentato il mio nonno paterno in Costa Azzurra, prima e durante la guerra. Anthos, invece, aveva conosciuto il pittore ritrattista Valentin ad una ballo studentesco a Milano, gìuntovì dopo un lungo girovagare, dalla Libia, dove aveva combattuto durante il conflitto, all’India, dov’era stato in prigionia e dove s’era trattenuto, una volta liberato, a coltivare tabacco, riportandone schizzi e disegni di ìndìan Ladìes del Nord, da una delle quali, sikh, aveva avuto un figlio. L’altro, unico erede ufficiale, l’avrebbe fatto con Anthos qualche anno dopo. Le descrizioni di quella cena a palazzo Jussupov sulla Moika in una notte di dìcembre, ovviamente gelida, si sovrappongono le une alle altre, fino a comporre una rappresentazione teatrale. E di teatro, un po’, io me ne intendo. Insomma, c’è sempre, in ogni versione, qualcosa che non va nella distribuzione dei ruoli. Feliks è il solo che ho conosciuto e, forse per questo, rimane il più difficile da decifrare. Ci presentò lo zio Leonid, l’architetto fratello minore di Valentin. I rapporti che Leo intratteneva con l’esule a Parigi non mi sono mai stati chiari, fino a quando…fìno a quando ho ìncontrato Wolonskì. Che sì era presentato sotto le mentìte spoglìe dì…
 

 

 

Come sì presento' Wolkonskì all'Autore?

  • Come un produttore televìsìvo (0%)
    0
  • Come un edìtore popolare (100%)
    100
  • Neì pannì dì un pope (0%)
    0
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