L’Aquìla daì Due Cuorì

Dove eravamo rimasti?

Come sì presento' Wolkonskì all'Autore? Come un edìtore popolare (100%)

Per noì Venerdì 1* non esìste: domanì è ìl 22 dì Adar

Piazza  San Marco è il più bel salone del mondo: un salone a cielo aperto. E Venezia è sempre piena di fantasmi volonterosi,  ben disposti a collaborare, soprattutto quando i turisti  sfoltiscono le loro schiere moleste. Lo spazio ideale per evocare una notte di dicembre a San Pietroburgo. Quelle che sciabordano in lontananza sulle chiglie delle gondole sono le acque della Moika. Quello che procede dal sotoportego di Palazzo Ducale è il monaco Rasputin, ospite del principe Feliks. Che lo spettacolo cominci! Non c’è tensione, non c’è disagio, non c’è sospetto. Un’orchestra suona da qualche parte: è quella del Florian o del dirimpettaio Quadri. Jussupov indossa con disinvoltura il suo fascino. Dalle origini tatare della stirpe di cui ha acquisito titolo e parentela per matrimonio degli antenati Sumarokov-Elston alle esperienze cosmopolite del Grand Tour, fino all’educazione British acquisita ad Oxford, tutto concorre a comporre la personalità di quello che è stato definito l’Uomo Più Bello d’Europa. Ma in più di una cancelleria è più nota e temuta la sua abilità in quella che è elegante definire la diplomazia segreta. Il monaco irsuto, presunta vittima designata, appare l’ambasciatore di un mondo sommerso, contrapposto a quello del principe. Il celebrato potere sessuale di Rasputin sembra qui implausibile e un po’ ridicolo. Gli altri congiurati sembrano preoccupati soprattutto di rubarsi la battuta. Il vino era avvelenato? Come mai ne bevevano tutti, versato dalle stesse bottiglie? Il granduca Dmitrji è nello stesso tempo, complice e rivale del principe Jussupov. Il deputato monarchico della Duma cerca di batterli entrambi, mettendosi nell’ottica del triplo gioco, un triangolo che ha ai suoi vertici l’amatissimo Czar, il temutissimo Kaiser e gli spaventosi spettri bolscevichi che si aggirano nell’Europa in guerra. Oggi più che mai, quello russo è l’Impero dei sensi (e dei sensi di colpa): una Serenissima sempre sul punto d’ inabissiarsi tanto da vivere l’angoscia come un’abitudine, ignorando che il baratro si spalancherà domani. Feliks prova l’ebrezza del precipizio e pregusta il sollievo dell’esilio giustificato. Tutta la Russia è il nostro giardino, tutta la Russia: uno sterminato giardino d’infanzia. Questo con il monaco erotomane dovrebbe dunque essere soltanto un gioco? Un gioco a…Mosca cieca?
 
New York city, NY: anni novanta.
Vivo qui a Manhattan, abito alla 57th, tra la 2th e la 3th, uptown, nei pressi del Pickwick Arms Hotel, dove uso fare colazione, quando non comincio la giornata con un chili delizioso gustato nei giardini della sinagoga di Sutton Place. Non è stato a colazione, è stato nell’atrio,  davanti all’ascensore, che ho conosciuto Rasputin, il mio vicino: ci ha presentati il doorman. Un tipo simpatico: Rasputin, non il portiere. Simpatico anche lui, comunque. Il vicino si dichiara scrittore, erede del monaco, di cui ha adottato il nickname. Appresa la mia identità, propone un risarcimento alla russa. Lo invito su da me. 
Si presenta a mia figlia, poco più che neonata, con il diminutivo di Dada Lona, ribattezzandola Chipaev, nome che si riferisce ad un buffo personaggio della mitologia infantile russa. Beviamo vodka. Dada Lona ne conserva a sufficienza per caricare la pistola ad acqua, con cui mi bersaglia, a simbolico risarcimento per l’eliminazione dell’antenato a Palazzo Jussupov. Sobrio, nei giorni successivi non vuole tornare sull’argomento, malgrado le mie sollecitazioni. Poi torno in Italia e ci si perde di vista.
 
Venezia ti trattiene, tra trine, lacci, trucchi e lazzi. Se cominci a viverci, metti ben presto radici in questa Amazzonia della storia. La partenza (la ripartenza, come si dice in gergo calcistico) la rimandi, quasi ti fossi disabituato a vivere la contemporaneità. Il passato mi ha ammiccato da una vetrina. Devo, voglio raggiungere la città che ha ritrovato il suo nome, murato sotto l’utopia leningradese. Compilando il modulo per il visto d’ingresso, mi trovo a dover rispondere alla voce: “ha attualmente dei parenti sul territorio russo?”. Suona la sirena, sale l’acqua alta del passato, che percorro sulla passerella, osservando relitti e delitti, glorie e sconfitte. San Pìetroburgo: annì recentì. Colà pervenuto, mì fecì rìconoscere a Palazzo Jussupov sulla Moìka come uno dì famìglìa, cìtando anche ìl collega scrìttore Mìchael duca dì Kent, che dì analoghe trame sì è occupato e la resìdenza trasformata ìn museo venne tosto chìusa aì vìsìtatorì per consentìrmì una vìsìta prìvata. 

Quando e dove ho ìncontrato ìl Cardìnal Wolkonskì?

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