NON è FACILE.VIVERE.

Dove eravamo rimasti?

Quale sarà il destino della famiglia Di Porto? Campo di prigionia (67%)

In treno.

Una nebbia grigia velava leggermente il campo ove la famiglia Di Porto era stata lasciata,  abbandonata dal suo amico Marco ad un destino di sofferenze, di dolore, di morte. In due silenziose processioni, procedevano, da una parte gli uomini, dall’altra le donne; o meglio ciò che in loro rimaneva di umano. Nella fila degli uomini era possibile vedere Simone, il padre ed il fratello; in quella delle donne, la signora Di Porto: stremati, afflitti, trasformati in automi, in cani utili solo al lavoro. Deperiti, sporchi come non mai, le mani distrutte dalle fatiche e dalle sofferenze troppo pesanti da sopportare per gente resa sola, pur avendo familiari. Tra quegli occhi desolati, abbandonati alla disperazione, era quasi impossibile non riconoscere quelli di Simone: neri come le tenebre e cerchiati dal sonno, dal dolore, quasi avessero impressa un’immagine, l’immagine di quel giorno in cui Marco era venuto per catturarlo, per allontanarlo dalla condizione umana. Non rabbia, non rancore, ma desolazione, nella consapevolezza di un’amicizia che ora si rivelava precaria, ora si rivelava inutile, ora si rivelava quantomai falsa. Palpitazioni, sudore, voglia di urlare…

Il fischio del treno svegliò Marco da uno degli incubi più dolorosi e più brutti di tutta la sua esistenza. Non appena aprì gli occhi vide, dal finestrino, il cartello con su scritto il nome del suo paese allontanarsi e con lui, pian piano, la stazione.  Scrutando, il povero Marco non potè fare a meno di guardare il campo dove giocava con il suo amico Simone, a calcio. Tempi belli, soavi, tempi in cui non esisteva odio, dolore, tempi in cui gli esseri umani si mostravano per la loro normale vocazione, l’essere buoni; non indossando la maschera di crudeli e bastardi persecutori del male.

Ora Marco ricordava quando, insieme all’amico, facevano a gara di corsa per vedere chi arrivasse per primo al negozio della signora Bruna, dove si compravano caramelle e delizie per il loro palato. In fondo, non erano passati tanti anni. 

I giochi, le corse, l’allegria spensero per un momento il malessere dovuto al doloroso incubo. Malessere che si ridestò non appena Marco volse lo sguardo verso l’interno della carrozza e vide i tre omacci sorvegliare la famiglia Di Porto. Uno dei tre, vedendolo sveglio gli disse “Come ti senti?”, ma Marco non rispose se non con un cenno della testa poi, però, resosi conto di stare su un treno, con la famiglia Di Porto, ed in viaggio, volle sapere cosa stesse succedendo e, dopo aver chiesto, si sentì rispondere “Il prefetto vuole che sia tu, aiutato da noi, a portare a termine il compito”. Marco, a quella risposta, non potè esimersi dal pensare che il prefetto, vedendolo svenuto, avesse potuto collegare con l’impeto omicida mostrato qualche giorno prima e avesse deciso, in maniera crudele e proditoria, che proprio Marco dovesse porre fine alla condizione umana della famiglia Di Porto, così da punire, non solo i suoi amici, ma anche Marco stesso, per quella conoscenza. 

Marco fu preso da una sensazione strana, poliedrica, nella quale riconobbe la rabbia, la vendetta, la voglia di uccidere ma, al tempo stesso la desolazione e la consapevolezza di essere inerme di fronte ad un problema così grande, così doloroso. 

Tornò a guardare fuori dal finestrino; ora, però, non più nulla e non perchè non ci fosse qualcosa, vide solo grigio, per ben due lunghe ed inutili ore. Giunsero presso Roma, la capitale del Regno d’Italia; il simbolo, forse, di quella sua sofferenza, di lì infatti tutto nasceva e derivava. 

Vedendo in lontananza il Cuppolone della basilica di San Pietro, Marco ricordò quel giorno in cui, insieme al padre, era stato a Roma ed avevano visitato i luoghi più importanti della città. Ricordò il pranzo a base di pesce, il gelato al limone, come piaceva a lui, la passeggiata al Gianicolo, luogo da cui era possibile dominare Roma e, forse, sentirsi per un momento padroni del mondo intero… Ricordi, solo ricordi di un tempo che fu, di una vita che, secondo Marco, era stata e mai più sarebbe stata, di un’esistenza terminata quel dannato giorno in cui il prefetto gli aveva ordinato di catturare i Di Porto. 

Proprio nella stazione, ove il treno si fermò per far scendere e salire i passeggeri, Marco osservò la struttura quasi monumentale di quella costruzione, abituato com’era a quella del suo piccolo paese. Osservò una pianta su cui era raffigurata l’Italia e sotto cui era scritto “CARTINA FERROVIARIA-1914”; la squadrò, la studiò: a destra l’est, a sinistra l’ovest…

Sperare nell’Italia, sperare in quella cartina, forse era il modo per salvarsi e per salvare l’esistenza, per restare aggrappato alla vita. 

Salvare la propria vita e quella dei suoi amici un problema immenso, ma la sorte aiuta Marco fornendogli una cartina: cosa accadrà?

  • La morte attende i Di Porto e Marco prima ancora del crocevia est-ovest. (0%)
    0
  • Ad ovest, la Svizzera, libertà e salvezza. (80%)
    80
  • Ad est, andranno verso l'Istria, il Friuli, il più grande campo di concentramento in Italia. (20%)
    20
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24 Commenti

  1. Ho votato per il sì perché, alla fine della storia, vorrei i Di Porto finalmente al sicuro.
    Anche se…
    Ci si potrà fidare di questa Lucia? Marco si è già infatuato di lei, quindi potrebbe non avere la giusta obbiettività per riconoscere un pericolo. Quel furgoncino potrebbe essere una trappola? Oppure la trappola sarà nella casa in cui dovranno attendere i nuovi documenti?

  2. Ciao,
    Questo racconto mi piace un sacco! Ho votato per la libertà, perché la domanda dice che “la sorte aiuta Marco” e ciò è incompatibile sia con la morte, che con il campo di concentramento. Del resto, se tutti morissero al quinto capitolo, il racconto non potrebbe proseguire. Inoltre “libertà” è la mia parola preferita, perciò non potrei scegliere altro.
    Però, qualora la famiglia dovesse effettivamente morire, vorrei che Marco si schierasse ufficialmente dalla loro parte, morendo insieme a loro.

  3. E’ il tipo di scelta che non vorrei mai affrontare.
    Se non ha la soluzione, né il coraggio di affrontare il suo superiore adesso, non li avrà neanche dopo che i Di Porto saranno deportati.
    Se disubbedisce al prefetto, sarà punito.
    Se li consegna, sarà dannato.
    Sarò romantica. Si mette a rischio e li salva.

  4. Non posso resistere a un racconto storico, specie se ambientato negli anni della guerra 😉
    Lo stile mi piace, hai reso bene i primi due personaggi. Stai solo attento alle ripetizioni ^^
    Trovo troppo rischioso per lui disubbedire e non mi sembra il tipo da voltare le spalle al suo migliore amico. Perciò troverà un sistema alternativo.
    Aspetto il seguito! Ciao!

  5. Sembra davvero bello
    E poi questo ”ambiente”, o meglio le vicende che girano intorno al fascismo, mi son sempre piaciute. Ma sopratutto mi ha piacevolmente colpito la prima parte del racconto, bellissimo! Ho scelto la seconda opzione. Comunque fremo per il prossimo episodio 🙂

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