NON è FACILE.VIVERE.

Dove eravamo rimasti?

Preso coraggio, Marco decide di salvare i Di Porto, tentando di portarli ad Ovest. Prima, però bisogna uccidere gli omacci: ci riuscirà? No, verrà scoperto e, insieme agli amici consegnato al campo di prigionia. (33%)

Milano, decessi e perdono.

Nei pressi della stazione di Bologna, sono stati recuperati i corpi privi di vita di tre illustri signori, dalla polizia. Ignoti, ancora, il movente del delitto ed i criminali che si sono macchiati di tale abominio, nei confronti di nobili ed innocenti servitori della Nazione. Stando alle prime indagini, il delitto deve essere stato commesso da un singolo individuo su una delle carrozze del treno diretto verso il capoluogo emiliano, probabilmente nella notte. La polizia sta cercando tracce per arrivare al criminale e per assicurarlo ad una pena giusta per un individuo ingiusto.

Marco, terminato di leggere quell’articolo, piegò il giornale e lo ripose sul tavolo di quel salotto milanese. Negl’occhi e nella mente erano ancora impresse le gesta che aveva, poco tempo prima, portato a termine: come dimenticare il lago, provocato dallo zampillare del sangue dal collo di uno degliillustri signori; come cancellare la furtività, la velocità omicida con cui aveva posto fine alla vita di tre esseri umani. Forse, proprio la consapevolezza di aver ucciso non esseri umani, non uomini, nonillustri signori, ma bestie pronte a divorare, boia capaci solo ad eseguire gli ordini di persone superiori, indipendentemente da ciò che devono compiere, gli alleggerì il fardello di un omicidio plurimo.

Provava ribrezzo nei confronti dell’uso di certe parole, lette nell’articolo di giornale: si parlava di giustizia, di assicurare un criminale alla giustizia, senza nemmeno aver raccolto prove, collezionato testimonianze del fatto che quel gesto, seppur estremo e sbagliato, era giustificato da una doppia ingiustizia di fondo: è giusto, infatti, l’odio? Oppure è giusto l’abuso di potere a fini esclusivamente personali?

Marco non aveva assolutamente paura delle parole intimidatorie appena lette, perchè sapeva di stare nel giusto, perchè consapevole che, seppur illegalmente, aveva agito per un fine superiore: la salvezza dei Di Porto e, in fondo, l’uguaglianza di tutti gli italiani e di tutti gli esseri umani.

Ora pensava ai volti stupefatti di Simone, della madre e del fratellino, di fronte ai cadaveri di quei tre uomini; alle lacrime di terrore, soprattutto, del fratellino, portato a conoscere la morte prematuramente. Nella mente di Marco balenava l’immagine fissa del padre di Simone: quegl’occhi fissi non sui cadaveri, quello sguardo sicuro e deciso, quasi avesse previsto tutto quello che, poi, sarebbe accaduto.

Marco, seduto su quella comoda sedia di legno pregiato, non potè non ricordare la prontezza di quell’uomo che, non appena aveva visto giungere il treno alla stazione di Bologna, aveva chiamato una macchina, aveva caricato tutta la famiglia e Marco, aveva dato una grossa somma di denaro all’autista e si era fatto condurre a Milano. Qui, aveva portato tutta la famiglia presso un appartamento appartato e tranquillo vicino al centro della città, dove aveva lasciato tutti per andare, probabilmente, a comprare del cibo, nel silenzio e nello stupore generale di un salotto ben arredato.

La madre di Simone, per provare a “rompere” il silenzio e la tensione, disse con un’allegria mascherata e finta ” E’ un po’ di tempo che qualcuno non pulisce questa casa, forse è il caso che faccia qualcosa”. Quindi, lasciò il salotto e, insieme a lei anche il fratellino di Simone che, spinto da una voglia tutta umana, prettamente infantile di scoprire, si recò ad ispezionare le varie stanze della casa.

Nel bel salotto rimasero soltanto due ragazzi, due uomini, due amici (forse), in un silenzio assordante. Nessuno dei due ebbe il coraggio di proferire una parola, finchè le pareti non sentirono la parola Perdonami ed i singhiozzi di Marco Calciano, singhiozzi di una vita. 

Marco, grazie alla fortuna e ad una dose di sfrontatezza, riesce ad uccidere i tre omacci. Riuscirà a condurre i suoi amici al confine?

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24 Commenti

  1. Ho votato per il sì perché, alla fine della storia, vorrei i Di Porto finalmente al sicuro.
    Anche se…
    Ci si potrà fidare di questa Lucia? Marco si è già infatuato di lei, quindi potrebbe non avere la giusta obbiettività per riconoscere un pericolo. Quel furgoncino potrebbe essere una trappola? Oppure la trappola sarà nella casa in cui dovranno attendere i nuovi documenti?

  2. Ciao,
    Questo racconto mi piace un sacco! Ho votato per la libertà, perché la domanda dice che “la sorte aiuta Marco” e ciò è incompatibile sia con la morte, che con il campo di concentramento. Del resto, se tutti morissero al quinto capitolo, il racconto non potrebbe proseguire. Inoltre “libertà” è la mia parola preferita, perciò non potrei scegliere altro.
    Però, qualora la famiglia dovesse effettivamente morire, vorrei che Marco si schierasse ufficialmente dalla loro parte, morendo insieme a loro.

  3. E’ il tipo di scelta che non vorrei mai affrontare.
    Se non ha la soluzione, né il coraggio di affrontare il suo superiore adesso, non li avrà neanche dopo che i Di Porto saranno deportati.
    Se disubbedisce al prefetto, sarà punito.
    Se li consegna, sarà dannato.
    Sarò romantica. Si mette a rischio e li salva.

  4. Non posso resistere a un racconto storico, specie se ambientato negli anni della guerra 😉
    Lo stile mi piace, hai reso bene i primi due personaggi. Stai solo attento alle ripetizioni ^^
    Trovo troppo rischioso per lui disubbedire e non mi sembra il tipo da voltare le spalle al suo migliore amico. Perciò troverà un sistema alternativo.
    Aspetto il seguito! Ciao!

  5. Sembra davvero bello
    E poi questo ”ambiente”, o meglio le vicende che girano intorno al fascismo, mi son sempre piaciute. Ma sopratutto mi ha piacevolmente colpito la prima parte del racconto, bellissimo! Ho scelto la seconda opzione. Comunque fremo per il prossimo episodio 🙂

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