NON è FACILE.VIVERE.

Dove eravamo rimasti?

Marco, grazie alla fortuna e ad una dose di sfrontatezza, riesce ad uccidere i tre omacci. Riuscirà a condurre i suoi amici al confine? Si. (100%)

Luce.

Quant’è bella l’amicizia; l’esperienza più grandiosa dell’esistenza umana: due o più esseri umani che si incontrano e decidono di riunire in un unico simbiotico le proprie vite, i propri destini. L’amicizia, quella vera, è come la cenere di un fuoco appena spento: apparentemente fredda, innocua, passiva, in realtà bollente, attiva, sempre pronta a generare nuove fiamme; basta volere, desiderare l’amicizia, coltivarla, salvaguardarla, proteggerla. Tante volte può capitare che qualcuno si dimentichi di questa cenere incandescente, desideri spegnerla, annientarla totalmente con acqua e discussioni, ma questa cenere resiste e resisterà sempre, per rinvigorire nuovamente, attraverso carezze, abbracci e parole: perdono. Proprio questa fase stava affrontando l’amicizia tra Marco Calciano e Simone Di Porto: il primo, dopo aver chiesto scusa, si abbadonò ad un pianto disperato che commosse il secondo talmente tanto, da non desiderare altro che abbracciare l’amico ritrovato. Tutti gli attriti, tutte le sofferenze, tutto il pesante macigno che Marco aveva dovuto sopportare, sin da quando aveva proferito la sciagurata frase “Sarà fatto signor prefetto”, ora si scoglievano nell’abbraccio affettuoso tra due amici. Nessun altra parola, nessun altro gesto, se non un intenso abbraccio: sincerità. Questa scena stupenda si protrasse per ben due ore, benchè ciò possa apparire inverosimile. Pur essendo per i due un momento quasi paradisiaco, queste due ore scaturirono, nella mente e nei cuori di Marco e Simone, agitazione e paura per il destino del signor Di Porto: cosa era potuto succedergli? Era realmente andato a fare compere? La voglia di sapere e la paura per eventuali avvenimenti, fece aprir bocca automaticamente a Simone “Devo andare a cercarlo, potrebbe essergli successa qualsiasi cosa” – “No,”- interruppe Marco – “non puoi mettere a rischio la tua vita, andrò io. Dopo tutto son la causa di tutto questo”. Simone tentò di opporre resistenza, invano, perchè lo spirito temerario di Marco, ormai indurito da ben tre omicidi, non sentì ragioni.

Marco uscì dalla massiccia porta dell’appartamento, subito dopo aver salutato Simone, come fosse l’ultima volta nella vita. Scese le scale, facendo attenzione a qualsiasi rumore, a qualsiasi particolare che potesse variare il suo destino. In questo scenario da guerra segreta, bigio, precario e pericoloso, Marco si avvicinò al portone, pronto a battagliare, a dare il sangue contro chiunque si opponesse al suo incedere. Palpitazioni, paura, disagio; poi, il cigolio di uno dei battenti del portone sancì una rottura definitiva con la realtà cupa appena affrontata. Davanti a Marco, infatti, si aprì l’immagine cortese e florida di un signorile pomeriggio milanese: belle vetrine, auto di ogni tipo; gente che passeggia, negozianti pronti ad accogliere quanti più clienti possibile; lavita. Marco, seppur stupito, non si perse in chiacchiere, anzi si mise subito alla ricerca del signor Di Porto. A dir la verità, non ci volle molto per trovare il padre di Simone. Il signor Di Porto, infatti, stazionava di fronte ad un fruttivendolo, discorrendo con una ragazza. Marco si avvicinò e subito, un po’ adirato disse “Dico, ben trovato!” – ironicamente – “Ha mai pensato che qualcuno potrebbe impaurirsi, non vedendola tornare e non sapendo dove è andata?”. Il signor Di Porto rispose in maniera tranquilla “Mi dispiace” – in tono menefreghistico, quasi volesse tagliare, per concentrarsi su altre problematiche – “Ti volevo presentare Lucia, mia cara amica” – poi si interruppe e proseguì a bassa voce – “Ci darà una mano a scappare da qui e ad andare in Svizzera” – quindi, rialzando il tono di voce –  “Questa sera cenerà con noi”. Marco rimase colpito dalle parole del signor Di Porto. Ora si sentiva inutile, dal momento che il padre di Simone già sapeva cosa fare e dove andare. Inutile, ma felice, perchè svuotato di problemi troppo pesanti, troppo incombenti. Ora poteva tornare ad essere un giovane spensierato e libero, grazie a questa Lucia.

Giunsero nell’appartamento dove la signora Di Porto attendeva impaziente che suo marito le portasse vivande da cucinare. Mentre tutti mangiavano, Marco non staccò mai i suoi occhi da quella giovane, ne era atratto, era attratto da quello sguardo attento, intenso e profondo; da quella bocca che scandiva discorsi in maniera melodiosa. Era talmente immerso in questa venerazione mistica e silenziosa, che quasi non comprese il discorso che la giovane Lucia proferì a voce stentorea di fronte ai commensali “Seppur apparentemente semplice, il piano che noi abbiamo ideato può divenire complicato, imbattendosi in complicazioni. Dovremo essere veloci, attenti e, se necessario, letali. Ne va della nostra e della vostra libertà. Ci muoveremo domani: in prima mattinata, verremo a prendervi con un furgoncino e vi scorteremo fino al confine svizzero a Ponte Tresa, dove dovrete restare in una casa ed attendere dei documenti; quindi sarete liberi di vivere una serena e nuova esistenza”.

Una nuova figura, Lucia: riusciranno a raggiungere Ponte Tresa?

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24 Commenti

  1. Ho votato per il sì perché, alla fine della storia, vorrei i Di Porto finalmente al sicuro.
    Anche se…
    Ci si potrà fidare di questa Lucia? Marco si è già infatuato di lei, quindi potrebbe non avere la giusta obbiettività per riconoscere un pericolo. Quel furgoncino potrebbe essere una trappola? Oppure la trappola sarà nella casa in cui dovranno attendere i nuovi documenti?

  2. Ciao,
    Questo racconto mi piace un sacco! Ho votato per la libertà, perché la domanda dice che “la sorte aiuta Marco” e ciò è incompatibile sia con la morte, che con il campo di concentramento. Del resto, se tutti morissero al quinto capitolo, il racconto non potrebbe proseguire. Inoltre “libertà” è la mia parola preferita, perciò non potrei scegliere altro.
    Però, qualora la famiglia dovesse effettivamente morire, vorrei che Marco si schierasse ufficialmente dalla loro parte, morendo insieme a loro.

  3. E’ il tipo di scelta che non vorrei mai affrontare.
    Se non ha la soluzione, né il coraggio di affrontare il suo superiore adesso, non li avrà neanche dopo che i Di Porto saranno deportati.
    Se disubbedisce al prefetto, sarà punito.
    Se li consegna, sarà dannato.
    Sarò romantica. Si mette a rischio e li salva.

  4. Non posso resistere a un racconto storico, specie se ambientato negli anni della guerra 😉
    Lo stile mi piace, hai reso bene i primi due personaggi. Stai solo attento alle ripetizioni ^^
    Trovo troppo rischioso per lui disubbedire e non mi sembra il tipo da voltare le spalle al suo migliore amico. Perciò troverà un sistema alternativo.
    Aspetto il seguito! Ciao!

  5. Sembra davvero bello
    E poi questo ”ambiente”, o meglio le vicende che girano intorno al fascismo, mi son sempre piaciute. Ma sopratutto mi ha piacevolmente colpito la prima parte del racconto, bellissimo! Ho scelto la seconda opzione. Comunque fremo per il prossimo episodio 🙂

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