Shuffle

Natura morta con pistola.

Una scrivania.
Sulla scrivania, una lampada da tavolo. Ottone brunito e paralume in vetro verde. Accesa.
Di fianco alla lampada, un telefono. Design un po’ retrò, ma tasti in abbondanza.
Vicino al telefono, un’agenda. Pelle nera, logora sugli angoli.
Sopra all’agenda, una penna stilografica. Una OMAS, modello Ogiva, mezzo stipendio d’un comune mortale. Lasciata orribilmente aperta.
Più in là, sul ripiano in teak della scrivania, il cappuccio.
Oltre il cappuccio, una busta. Formato A4. Gialla. Chiusa.
A sinistra della busta, una pistola.
Una pistola.
Molto nera, la pistola.

 

Introdursi in quella villetta, seppur controvoglia, era stato facile.
Quasi troppo.
Nessun sistema d’allarme, nessun cane da guardia, nessuna casa nei dintorni con vicini impiccioni.
Tutto troppo liscio.
A questo pensava, mentre si muoveva con cautela – forse eccessiva, data la situazione – verso la stanza in fondo al corridoio, l’unica da cui filtrava un po’ di luce, accompagnata dal vocio del televisore.
Appesi alle pareti del corridoio aveva contato cinque quadri – per lo più delle croste, uno forse poteva valere qualcosa – e tre foto. Gente in posa, una stretta di mano dall’aria noiosa e ufficiale, un paesaggio sciapo e sovraesposto.
Registrare le cose era diventata un’abitudine, per lui. Uno sguardo e mandava a memoria tutto quello che c’era in una stanza, dettagli compresi. Era una cosa dettata dall’istinto di sopravvivenza, o imparava a far così o gli inconvenienti rischiavano di diventare troppi. E, nel suo mestiere, gli inconvenienti era meglio ridurli al minimo.
Non avrebbe voluto trovarsi dove si trovava, non era stata una sua decisione, ma non aveva altra scelta, quello era un test che non poteva permettersi di fallire.
Un passo davanti all’altro, allora. E quella pistola, stretta nella mano destra, pesante come non mai.

 

«Un incarico, è questo il prezzo per poter incontrare Mister White. Un incarico da portare a termine.»
L’uomo dietro la scrivania, illuminato in faccia di verde, aveva parlato con tono talmente neutro da diventare grigio. Il suo compito era semplicemente quello di dire come stavano le cose, provare emozioni a riguardo evidentemente non rientrava nelle sue mansioni.
«Un incarico di che genere?» chiese l’altro, quello in piedi in mezzo alla stanza, quello che non aveva idea nemmeno di dove si trovasse quella stanza, lo sguardo fermo tra la busta gialla e la pistola nera.
«Quello che si dice le riesca meglio.» rispose l’uomo seduto, sempre in toni di grigio. E con due dita spinse in avanti la busta.
Uccidere qualcuno, a questo si riferiva. Un’eliminazione.
«Accetta?»
«Di chi si tratta?»
«Nella busta trova le informazioni che le servono. E questa… » aggiunse il padrone di casa avvicinando all’altro anche la pistola, «…beh, credo che anche questa potrebbe servirle, a meno che i miei uomini non abbiano disimparato a perquisire gli ospiti.»
I due si guardarono per un po’, poi l’uomo in piedi fece un cenno d’assenso con la testa.
«Una macchina la sta aspettando di fuori per portarla a destinazione. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirglielo, naturalmente, ma adesso la pregherei di lasciare che le venga rimessa la benda sugli occhi. Capisce, le precauzioni non sono mai troppe.»
Un fruscio. Stoffa.
E poi nero.

 

Quello che proprio non riusciva a capire era perché quell’uomo sembrasse non aver paura, in fin dei conti gli stava puntando contro una pistola.
Silenzioso, era entrato nella stanza in fondo al corridoio ed era scivolato fin dietro alla poltrona che l’uomo occupava, davanti alla televisione, registrando mentalmente la presenza di una grande libreria, un acquario scarsamente popolato, un tappeto finto-persiano, un mobile-bar abbastanza vicino ai suoi gusti e il fatto che in tv stavano dando un vecchio film con Dean Martin nel ruolo del vice-sceriffo ubriacone.
Era arrivato a un passo dall’obiettivo senza che questi se ne accorgesse e, da lì, gli aveva intimato di alzarsi. Non gli sembrava onesto freddarlo senza che nemmeno se ne rendesse conto.
Quello si era alzato subito, come doveva fare.
E lui gli aveva puntato contro la pistola, mirando al petto.
Solo che l’altro sembrava non aver paura.
E lui, a quel punto, non capiva. Sapeva solo di dover sparare e che fuori, davanti alla villetta, c’era un tizio in macchina con l’incarico di controllare che lo facesse.

 

Seduto in macchina al posto del passeggero, l’uomo strizzava gli occhi per riabituarli alla vista, dopo il lungo viaggio bendato, di fianco a quello che doveva essere l’autista più silenzioso della storia.
Erano fermi davanti a una villetta, una costruzione un po’ triste, appoggiata mollemente contro il profilo di una collina. Attorno aveva il nulla, nessun’altra abitazione.
«Chi è il tizio?» chiese l’uomo.
L’altro, il guidatore, non rispose.
«Sistemi di sicurezza? Cani? C’è qualcosa che dovrei sapere?»
Niente, di nuovo.
«Non funziona così, lo sapete, vero? Uno deve prepararsi prima, deve saperle certe cose… »
«Tu non devi sapere niente, devi solo entrare e fare quello che sei stato mandato a fare.»

Prese un po' le misure (o almeno lo spero), nel prossimo capitolo cosa succede?

  • Non muore nessuno dei due. Per ora. (49%)
    49
  • Muore quello senza la pistola. (Così impara a fare quello che non ha paura) (9%)
    9
  • Muore quello con la pistola. (Far fuori subito quello che pare il protagonista ha un suo fascino) (42%)
    42
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266 Commenti

    • Ciao bicchio.
      Prima cosa, grazie della lettura.
      Seconda cosa, grazie del voto e soprattutto dell’opzione scelta. La morte dell’uomo con la pistola, apparente protagonista ma quasi unicamente perché uomo giusto nel posto giusto al momento giusto, pensavo fosse destinata al plebiscito. Come si fa a resistere a una possibilità del genere, uccidere subito il personaggio più rilevante di quanto letto? Credo, insomma, che avrei scelto pure io quell’opzione, sicuramente la più divertente.

      Detto questo, son contento che le descrizioni funzionino e che tirino dentro… in questo primo capitolo, come spesso mi succede, c’è quasi solo quello.

      Grazie ancora e saluti,
      D.

  • S’è svejaaaaato! Queste son le notizie che uno vorrebbe sempre avere il lunedì mattina! Ammetto che io leggerei sempre e comunque dei La Solfa ma capisco la necessità di una boccata d’aria…Non muore nessuno sempre e comunque Peace&Love

  • Sono molto felice di trovarti qui e di poterti leggere ancora votando!… ahahaha, poiché leggerti senza poterti “provocare” è meno divertente.

    Avrei un paio di domande da farti riguardo a questo incipit – noiosa roba tecnica – ma penso che lo farò in privato per evitare lunghi possibili dialoghi pubblici… 🙂

    Fai venir voglia di sfidarti, se non fosse che sto lavorando a troppe cose, per tornare adesso… peccato!

    Non muore nessuno… per ora.
    A.

  • Ti spiego del mio voto e di come ho barato. Prima di tutto il racconto mi è piaciuto tantissimo (l’incipit almeno) e la mia paura è che uno dei personaggi (o quello che entra o quello senza paura) si chiami Giech, E l’autista Giivs 🙂 paura perché vorrei leggere qualcosa di tuo di diverso, ma se alla fine ce li troverò, sarò contento ugualmente. Io volevo votare per far morire quello senza pistola, che secondo me è il vero protagonista (vuoi scommetterci un dollaro d’onore?). Però non vorrei che non morisse nessuno. Vinto dalla curiosità ho guardato (è come confessare di leggere i giornaletti in bagno) le percentuali. La mia ha solo il 6% e se non voglio che vinca quella dei non morti, non mi è rimasto che far morire quello che tu hai definito protagonista 🙂 Macchiavellico?

  • Nessuno dei due per adesso. Mi sarebbe piaciuto votare per la morte del protagonista ma mi intrigava di più l’idea di sapere ciò che succederà quando gli uomini che l’hanno portato lì per compiere la missione scopriranno che, invece, non l’ha portata a termine.
    Quello che mi ha colpito di questo incipit è che ero lì, in quella grande casa, insieme a loro.
    Ho letto un altro tuo racconto già terminato recentemente e mi fa piacere poter partecipare allo svolgimento di questo. Ti seguo 😉

  • Questa domenica ho sentito qualcosa…
    Come una mano, che mi ha artigliato la gamba e mi ha riportato giù, nell’oscuro mondo di THe iNCIPIT.
    Davide… non mi perderei un tuo racconto neanche se dovessi interrompere la finale dei mondiali per leggerlo (beh, in questo caso, forse sì).
    Volevo solo dirti questo prima di iniziare a divertirmi…

    • Boost, ciao!
      Approfitto del fatto che non si stia giocando la finale dei mondiali di curling (ti riferivi a quella, vero?) per chiederti un favore: alla prima avvisaglia di infiltrazione di un qualunque La Solfa in questo racconto, impediscimi di concedergli spazio, anche con maniere decise.

      Ciao,
      D.

      • Mi sembra chiaro non debba morire nessuno: per contrastare il pensiero espresso al punto 4 della mia analisi.

        Di conseguenza, D., la mia analisi. Sarò breve:

        Incipit da sogno: lo zoom iniziale è tutto.
        Si fa un po’ fatica a passare da un momento all’altro, proprio perché secondo me questa, più che un racconto, è la sceneggiatura di un film (e nel film non avresti dubbi, muovendoti tra inquadrature).
        Penso a un altro racconto breve (2 pagine) di un famoso autore: iniziava con un uomo seduto su una poltrona, in una villa, che sognava di un guerriero su una collina che… non dico altro.
        Qualcuno vuole morire.

        • Boost, devo sentirmi molto idiota se non capisco di che racconto stai parlando?
          Sì, lo immaginavo che la lettura (per parole e non per immagini) rischiasse di diventare un po’ faticosa, spero di limare un po’ la tecnica, perché l’idea è quella di andare avanti così per altri nove capitoli: micro-sbalzi temporali, avanti e indietro continui, sostanzialmente stacchi di montaggio.

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