Finché morte non ci separi

Dove eravamo rimasti?

Quale scelta ha dovuto prendere la protagonista? Portare avanti una gravidanza rischiosa (80%)

Paura

PAURA: sensazione di forte preoccupazione, di insicurezza, di angoscia in prossimità di un vero o presunto pericolo.

Avevo sfilato una felpa blu dalla valigia. Non ricordavo di averla presa. Forse nella fretta l’avevo buttata nel mucchio senza nemmeno accorgermene. Ringraziai di averlo fatto. La pioggia era arrivata a rompere quel bel pomeriggio di sole, scuotendo le mie ossa di brividi e freddo. Los Angeles era imprevedibile tanto quanto ogni stato di quella immensa nazione. Era arrivata forte e violenta, costringendomi a trovare rifugio sul ciglio di una strada infangata. Solo io e la pioggia, insieme a un fiume di fulmini e vento. Avevo lasciato la mia casa senza strade o direzioni.

Nessun dove. Soltanto un perchè.

Sollevai lo sguardo sullo specchietto retrovisore, osservando un viso stanco e malnutrito. Il mio. Stentavo ormai a riconoscerlo,ma non m’importava. Poche cose riuscivano più a importarmi oramai,svuotata e dismessa dalle mie stesse angosce. Angosce che mi divoravano ogni giorno l’anima, succhiandomi via ogni briciolo di volontà, ogni alito di respiro. Osservai l’ematoma sul mio volto, gonfio, rosso, tendente al violaceo,pronto ad affacciarsi verso lo stadio due: il più difficile da nascondere. Stirai le labbra in un sorriso spento e sottile, incapace di descrivere emozioni.  Non era stato quel livido a farmi paura. Nessuna di quelle violenze, non uno di quei soprusi. Non il male che avrebbe voluto farmi. A quello mi ci aveva abituato ormai da tempo. Non a me, no, ma quello che avrebbe voluto fare a mio figlio. Mi sfiorai il ventre,  forse nel desiderio di sentire una compagnia amica, di sentirlo vicino, attaccato a me. Lo volevo più di ogni altra cosa. Più della mia stessa vita. Non era bastato un aborto a fermarmi …ne il secondo, ne il terzo …nemmeno il quarto. Volevo quel figlio più di me stessa, tanto forte da essere pronta anche a morire. L’avevano definito un caso senza speranza, un miracolo inesistente. Ma non ci avevo creduto. Ne la prima, ne la seconda, ne la terza …nemmeno la quarta. E più quegli episodi si verificavano e più cresceva in me la violenta ossessione di attaccarmi anche alla più piccola speranza, una speranza che ora mi trovai ad accarezzare con le punta delle dita. Ti voglio. E non c’era nessuno che potesse mettersi contro di me, nemmeno lui. Nemmeno il pericolo di lasciarci le penne.Era la sola cosa potesse darmi ancora la voglia di vivere, la voglia di farcela, di combattere. E io volevo provarci. Appoggiai la fronte sul volante, cullandomi nel rumore della pioggia, stringendomi in un fragile abbraccio e lasciando scorrere amare lacrime sul volto, cercando risposte insolute, sfilando solo incaute e barbare domande: Come siamo arrivati a tutto questo?Che cosa ci siamo fatti? 

– – – 

Avevamo costruito un impero. Un impero fatto di nastri di seta e merletti, pizzi losanga e calze di nylon. Biancheria intima. La gente impazziva per la biancheria intima e noi avevamo solo asscondato i desideri delle masse. Avevamo scalato il mondo con slippini in tafettà e tanga color carta da zucchero. Un successo che aveva investito il mondo tanto quanto noi. Un fiuto per gli affari unito a intuito e sfacciato talento. Un intuito che a Jay non era mai mancato, un talento che io avevo coltivato con passione. Successo. Crudo e spudorato successo. Un successo che ci aveva plasmato, riverito, innalzato e assecondato, viziato e nutrito, un successo che ci aveva amato ed infine distrutto. Aveva asciugato le nostre anime trasformandoci in avari e leziosi fantocci di dura e fredda plastica, fatti solo per essere esibiti davanti a un mondo capriccioso e insoddisfatto. Aveva preso il nostro amore e lo aveva consumato, logorato e smembrato da paure ed egoismo, trascinato in un incubo di follie e ossessioni. Un amore a cui continuavamo ad aggrapparci senza successo, finendo solo per precipitare in un nuovo baratro di torture ed angosce.

E’ solo colpa tua se sono diventato questo!Soltanto colpa tua!

E forse era vero …forse era solo mia la colpa, io quella ad averlo trasformato nel mostro che era. Una verità a cui non potevo voltare la faccia, se non soltanto per nascondere la mia biasimevole e abbietta vergogna. Un faccia a faccia con cui mi misuravo ogni giorno, una coscienza impossibile da redimere, una colpa impossibile da cancellare. E se quel giorno non fosse arrivato, forse Jay avrebbe continuato ad essere il mio Jay, lo spigliato ragazzo di cui mi ero innamorata, il bel giovane dai riccioli castani che aveva spogliato i miei sensi ricostruendoli di passione e dolcezza, simpatia e spensieratezza, un profondo e nutrito amore. Perchè mi amava. Mi aveva sempre amato e non aveva mai smesso di farlo. E forse nemmeno ora. Un amore che era semplicemente mutato, trasformato e trasfigurato dall’odio e dal rancore, dalla psicosi e dall’ossessione, ma che era ancora amore. E allora perchè non poterlo chiamare ancora così? Perchè io lo amavo. Non avevo mai smesso. Non lo avrei mai fatto.

Che cosa ha fatto Amy ( la protagonista) a Jay?

  • Gli ha rubato un'idea spacciandola per sua (0%)
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  • Lo ha tradito (100%)
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  • Lo ha trascinato ( a sua insaputa) in un sporco giro d'affari (0%)
    0
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11 Commenti

    • Ciao!Grazie infinite per il tuo commento!Sono contenta che ti piaccia, spero possa continuare a interessarti!
      Ma certo, mi fa sempre piacere sfogliare nuove storie, e devo dire che già il titolo mi piace parecchio!Mi ricorda una serie racconti e vicende a cui sono legata!Non mancherò!
      Grazie ancora. A presto

  1. Ciao!
    il capitolo è breve ma mi ha incuriosita! Ho votato per l’amante, mi sembra il più coerente visto che parla di una scelta che le viene imposta.
    Lo stile è piacevole, non amo la prima persona ma per ora calza benissimo con il taglio che hai dato al racconto. Aspetto i prossimi capitoli per farmi un’idea più chiara.
    A presto =)

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