La Catastrofe

Dove eravamo rimasti?

La fuga da KURETT è riuscita, ma è solo l'inizio! Dove si risveglierà ora Remigio? In un letto di pregiatissima fattura. (60%)

L’Ombra

Nel cielo notturno erano visibili distintamente le stelle, unico punto di riferimento sull’orizzonte vuoto del mare aperto. La vista di Remigio era annebbiata. Le sue mani tenevano stretta una pinna, grande e nera,  senza restituire alcuna sensazione tattile, come se fossero addormentate.  Sotto l’acqua si muoveva un’ombra. Una massa indistinta e scura. Si muoveva rapidamente, e non lasciava schiuma. Remigio vi si aggrappava, perché era ferito e non aveva forze. In quel momento non aveva freddo e non provava dolore.  Nella sua testa sentiva una voce cantare.

“Bianco e nero, falso e vero, questo il mondo fa girar…” Il suono era profondo e sembrava annegare in echi provenienti  dal nulla. “Per ogni qua c’è sempre un là, per ogni ‘SE’ c’è sempre un ‘MA’… “ Le armoniche predominanti erano quelle dissonanti. A Remigio sembrava di aver già sentito quella canzoncina. 

La pinna iniziò ad ondeggiare, poi l’ombra si immerse. Remigio  provò a lasciare la presa sulla pinna, ma dalle braccia non arrivò nessuna risposta alla sua volontà. Non potè fare altro che lasciarsi sprofondare, mentre il nero della notte si confondeva con quello del mare profondo, e diventava sempre più scuro. Sempre di più, fino a che non gli fu più possibile capire se avesse gli occhi aperti o meno. Passò del tempo, si udì un sibilo, e da quel nero apparvero dei grandi occhi senza pupille. Scrutavano il corpo sospeso di Remigio, le sue labbra che si muovevano impercettibilmente. “Chi sei?” Avrebbe voluto chiedere, ma il suono non si propagò nell’acqua; rimase invece sospeso  nella sua mente, come se stesse parlando tra sé e sé.

“Non chiedermi chi sono.” Fu la risposta.

(…)

Una brezza leggera faceva oscillare le tende di seta. Infastidito dalle ciocche di capelli che venivano sospinte sui suoi occhi, Remigio si svegliò.

Si trovava in uno spazioso letto a baldacchino, in una stanza riccamente ammobiliata e con diversi quali alle pareti, molti dei quali composti da figure geometriche. Aveva gli occhi stanchi, si sentiva debole, odorava di sudore. Provò a mettersi seduto, ma un dolore lo fermò. Si accorse di avere una fasciatura alla gamba sinistra e un’altra, più stretta, sull’avambraccio. Dalle nebbie del mal di testa iniziarono ad emergere i ricordi: il canguro dallo sguardo feroce, gli spari, poi quel cane randagio che lo aveva salvato. Carbone.

Non era il suo cane. Arrivava di quando in quando davanti alla sua porta, e lo fissava sperando di ottenere qualcosa da mangiare.  Spesso Remigio lo accontentava. Col passare del tempo le sue visite si erano fatte sempre più frequenti, allora aveva iniziato a chiamarlo Carbone, dal nome di Mario Carbone, un ex-compagno di liceo che era solito elemosinare cibo da chiunque stesse mangiando qualcosa all’interno del suo campo visivo.

Ricordò quindi la fuga, il dolore e la paura, e infine l’abbraccio materno dell’acqua che lo portava lontano dal pericolo. Si sforzò di poggiare un piede a terra, sul pavimento freddo. Il sole entrava dalla finestra e lo illuminava completamente. Quando riuscì a mettersi seduto si guardò di nuovo intorno. Si chiese dove fosse. E ricordò altre cose; ricordò la trasmissione alla televisione, il chitarrista morto e le parole che aveva lasciato per lui.

“La Catastrofe non si può evitare. Colpa di Remigio D’Uva.” 

 Nel silenzio di quella stanza enorme, Remigio si portò la testa tra le mani e accarezzò la sua faccia, con gli stessi gesti di chi voglia lavarla. Il venticello che lo aveva svegliato gli volteggiava attorno, freddo.  Per terra erano posate due pantofole. Non erano le sue pantofole. Si stiracchiò, sbadigliò, e uscì dalla porta a piedi scalzi.

Vagò per quella casa silenziosa, muovendosi a caso. Gli capitò di incontrare diverse rampe di scale, e scelse sempre di scenderle. Ad ogni porta aperta che incontrava, si sporgeva per vedere che tipo di stanza nascondesse, ma tutte erano vuote e silenziose. Remigio si muoveva nella penombra. In molte camere le tapparelle erano abbassate, e quelle in cui non lo erano avevano tende spesse a filtrare la luce. Tutto era perfettamente in ordine. Quando arrivò in quella che doveva essere la sala principale, riuscì a vedere che le scale terminavo al piano inferiore e per la prima volta sentì un rumore in lontananza. 

Era troppo debole per distinguere cosa fosse. Remigio strinse il corrimano con la mano destra e portò la sinistra sulla fasciatura alla gamba. Non voleva scendere. Fino ad allora si era mosso con curiosità, nell’ambiente estraneo ma immobile. Si era mosso nel silenzio. Nessun suono che potesse far presagire la presenza di altri esseri viventi.  I mobili stanno zitti e non possono spararti. Adesso, scendendo, si sarebbe dovuto scontrare con qualcosa di reale e ignoto. Chi si sarebbe trovato di fronte? Chi lo aveva portato lì, e con quali intenzioni? Fece un passo indietro. Guardò in basso. Le parole dell’Ombra riecheggiavano nella sua testa. “Non chiedermi chi sono.”  Remigio alzò la testa; lui,  invece, voleva proprio chiederglielo.

L'Ombra aspetta al piano di sotto?! Nel prossimo capitolo importanti sviluppi! E inoltre: la comparsa di una misteriosa forza ...

  • In una kebabberia. (43%)
    43
  • In un centro di ricerca. (29%)
    29
  • In un luogo molto freddo. (29%)
    29
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29 Commenti

  1. Far redimere il soldato, così ti metto le opzioni in parità e se ho capito qualcosa si questo sito, potrebbe rimanere definitiva.
    Ben ritrovato Invano. A suo tempo cliccai ‘segui’ sulla tua storia, l’avevo trovata originale e ben scritta. Per quel ‘segui’ sono tornato qui a leggere la rua ultima fatica. Certamente ben scritta, ma gli ultimi due capitoli, rispetto agli iniziali, mi hanno entusiasmato decisamente meno. Se c’è speranza che termimi entro il 2042 probabilmente leggerò anche i prossimi capitoli, ma con entusiasmo tendenzialmente calante.

    Ciao a presto

  2. Ciao,

    La tua storia mi ha incuriosito, allucinata quel tanto che basta per catturare la mia attenzione. Ho l’impressione che abbia lasciato quà e là diversi indizi ad uso del lettore, ma non riesco ad interpretarli… ad esempio che c’entra La Spada nella Roccia??
    Io stavo già interpretando il canguro come una sorta di Bianconiglio al contrario che piuttosto che farsi inseguire ti dà la caccia…
    Aspetto il seguito e nel frattempo voto kebabberia, mi pare la scelta più coerente con l’atmosfera che hai creato 🙂

  3. I canguri sono proprio persone orribili. Complimenti per il racconto, è veramente interessante e originale. Ben scritto, oltretutto.
    Per il prossimo episodio ho votato “centro di ricerca” (scusa per la parità, ma te la puoi cavare mettendo il centro di ricerca in Antartide o in un freezer).
    Seguo e aspetto gli sviluppi!

  4. Luogo freddo.

    La canzone all’inizio del capitolo l’ho riconosciuta: è una di quelle che Merlino canta al futuro re Artù nel film della Disney (almeno mi pare che sia della Disney) “La spada nella roccia”, più precisamente quando si trasformano in pesci.

  5. Ti ho portato in parità ma la spiaggia vicino a un carcere chiunque ti direbbe che è il mio ideale… almeno per quello che scrivo io ahahahah
    Bravo, sono contenta di averti scoperto stasera, davvero una storia intrigante che leggo volentieri.

    Seguo. 😉

  6. Ciao, sono rimasto davvero colpito da questo incipit, e il canguro ha un effetto davvero disturbante, anormale…. insomma, sbagliato, e questo rende la storia irresistibile.
    Ti seguo assolutamente, l’ho letta tutta di un fiato e non vedo l’ora che prosegua per sapere cosa ne è nel protagonista (immagino si ritroverà in un bel letto ^_^).

  7. Remigio riesce a salvarsi in modo bizzarro ma efficace!
    Sono rimasto interessato dall’incipit: questo tizio che sta scrivendo qualcosa, quando improvvisamente quello che ha scritto accade! Poi il canguro è stata la genialata finale 😀

    Vediamo che succede nei prossimi capitoli ^_^

    Ciao 🙂

    • All’asilo mi chiamavano ‘il filosofo’, alle elementari scrivevo poesie, al liceo ho iniziato a interessarmi di musica. Finirò i miei giorni come ingegnere … che tristezza crescere.
      Grazie per l’incoraggiamento, spero che la fantasia non mi abbandoni mai.

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