Partenope è cchiù bella ‘e Venere

Otto agosto

Si è spenta serenamente la cara esistenza di Antonio Pernacuocolo, di anni ottantasei.

Sotto, più piccolo, ma in grassetto, si chiarisce: “detto Tonino ‘o musicante”. Scritto bene, curiosamente. Viene poi aggiunto che il triste annuncio è dato dai figli: Armando e Pasquale, dal fratello Ciro e dalla madre Antonietta.

La madre di Tonino, ‘onna ‘Ntunetta ‘a pacchiana. Donna di modo e di mondo, esempio storico di orgoglio ed esperienza. C’è chi parla ancora delle sue prestazioni leggendarie e avveniristiche. Puttana di fama eroica. Caratterizzata tutt’oggi da una sigaretta sottile costantemente incastrata in un lunghissimo bocchino, tipico degli anni cinquanta. Fumatrice devota, accanita bevitrice di rum, presumibilmente attiva sessualmente – o, almeno, non esistono motivi concreti per congetturare il contrario – e rinomata consumatrice di fritture miste. Oggi ha più rughe che capelli, ma conserva un fascino consumato ed elegante che, se dovessi chiudere gli occhi mentre ti parla, potresti avere una colpevolissima erezione. 

Sì, mi è capitato, ma non ne parleremo.

Il grappolo radunatosi propinquo a me mi delizia con perle degne di nota:

Lo stupito – “ma come? Ma io ieri l’ho visto, steve buono”.

Perché vedere vivo qualcuno poche ore prima implica che sia in buona salute e impedisce automaticamente il trapasso.

L’incredulo – “Gesù, ma bello e buono è successo?”

Nella mia città non è considerato corretto morire di morte improvvisa.

La pragmatica – “Uh, ma mo’ addo’ ‘o ‘ccatt’ ‘o pesce?”

Perché dove abito io è impossibile trovare altri mercanti di prodotti ittici. 

Mentre sputo il fumo di una Marlboro tentando di sputare fuori il senso di colpa – insensato e assurdo – di aver aggirato la bancarella di Tonino, mi distacco dall’agglomerato gemente trasferendo il cuoio delle mie scarpe sul marciapiede opposto. Continuo a far lavorare bocca e polmoni per tramutare in cenere e nuvole grigie la sigaretta e mi cerco un assestamento di fortuna dove basare il culo. Trovo ragionevole arrangiarmi sul cofano di una 127 serie unificata, fine produzione, di un verde audace e consunto, colore micidialmente in voga in quegli anni e che si riscopre abbinarsi perfettamente con l’arancio vivo delle macchie di ruggine accumulate negli angoli della carrozza. 

Dopo quella rissa al mercato, da ragazzino, – che già chiamarla rissa è cosa grossa, diciamo “pestaggio” – mi risvegliai su un letto del Monaldi. Al capezzale dello sgangherato giaciglio ci stava l’austerità decorosa e implacabile di mio padre, le orecchie tumefatte di mio zio Vincenzo, il personale medico e i pantaloni lunghi che avvolgevano le gambe accavallate e la timidezza mista al senso di colpa di un ragazzino spaventato e a disagio. Mi fu raccontato che fu lui a trovare aiuto, a rimanermi accanto tutto il tempo, a bagnarmi di lacrime la maglia, a custodire i pezzi del mio He-Man. 

Armando, di cuore immenso e dal buon odore. L’anima stropicciata da un mondo che non era preparato a capirlo. 

Armando, il figlio di Tonino ‘o musicante. Armando ‘o delicato. Armando ‘o ricchione.

Di una manciata di mesi più grande di me, ma minuto e gracile come uno stambecco. Le nostre esistenze si sono indissolubilmente scontrate in più occasioni e quasi tutte gli hanno alimentato un affetto reverenziale e dolcissimo nei miei confronti. Un sentimento sincero ed elegante, sottile, minuzioso, quasi colpevole. Pregno di gratitudine. 

Quando avevamo due dozzine d’anni io ero da poco tornato in patria, era una notte bluastra di un otto agosto, di un’estate secca, e mentre tornavo a casa, incattivito dall’ennesima donna che mi aveva stuprato il cuore, incappai in un emblematico esempio di cattiveria volgare, di quelli che talvolta la mia città sa offrire. Quattro balordi vestiti di lusso umiliavano in un vicolo un ragazzo vestito da donna. Il trucco sciolto, le calze strappate, una borsa laccata rossa rovesciata in terra.
Lo tenevano in ginocchio, gli sputavano addosso e gli chiedevano, urlando violentemente, una fellatio. 

Stupisce come, nella mente di certe persone, essere froci sia ignobile e sbagliato, ma farsi fare un pompino da un ricchione sia classificabile come un’esperienza esotica, che lascia comunque inattaccabile la propria eterosessualità.

“Nun so’ cazz’ ‘re tuoje, vattenne!”

Mi fu detto da uno dei quattro quando mi avvicinai. Era passato molto tempo, molto sangue, molte ossa rotte, e in quel momento non mi accorsi della similitudine con la storia del mercato del pesce.

Ma stavolta non parlò He-Man, non parlai io. Non parlò nemmeno la giustizia, perché forse quella era solo la situazione in cui la mia rabbia desiderava trovarsi.

Non ricordo quel che accadde, ma ricordo i referti medici e il fatto che nessuno di loro fu capace di defecare da solo per parecchi mesi.

Armando mi riconobbe subito, io no. L’avevo salvato di nuovo, e stavolta ero io a raccogliere i pezzi da terra e a prendermi cura di lui. 

Da allora, ogni anno, l’otto agosto, trovo un pacco fuori la porta di casa.
“Grazie” – dice il biglietto.

Cosa facciamo adesso?

  • Il protagonista parla di zio Vincenzo. (91%)
    91
  • Il protagonista racconta ancora di Armando. (0%)
    0
  • Il protagonista decide di recarsi a fare le condoglianze. (9%)
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191 Commenti

  • Il presente, perché le altre due opzioni mi sembrano troppo simili. E scusa per il 33-33-33 🙁
    Ciao, Mario.
    Hai uno stile che trovo affascinante, mi è molto piaciuto leggere questi nove capitoli anche se devo ammettere che mi manca un po’ un filo conduttore, o come dicono quelli che ne sanno un “conflitto da risolvere”, È il diario di una vita, intimistico, profondo, a tratti decisamente “filosofico”; molto bello e piacevole da leggere, ma confesso che gli episodi iniziali mi avevano fatto pensare a una storia molto diversa: ho adorato l’incipit, l’eroismo goffo del protagonista bambino, il suo riscatto nella rissa da adulto, lo zio che lo indirizza, la palestra. Mi dirai “Hai adorato tutto”, e forse è così; fatto sta che il nono capitolo è giunto molto prima di quanto mi aspettassi, col risultato che mi devo accontentare di una tela enorme occupata da sapienti pennellate che però lasciano solo intuire la bellezza del quadro finito. Perché solo questo, dal mio punto di vista, posso “rimproverarti”: il racconto finirà quando pareva appena iniziato.
    O forse questo vuole solo dire che mi piacerebbe leggerti ancora.
    Ciao, a presto, spero

      • Eccomi di nuovo. Ho letto “Attendendo”. Mi sembra giusto commentare qui perché la storia è la stessa. Nel bene e nel male potrei riscrivere lo stesso commento che ti ho già lasciato.
        Affascinante eccetera… Scrivi benissimo e io, dal basso della mia cialtroneria, mi devo limitare a constatarlo, a complimentarmi, magari a invidiarti un po’.
        Scrivi benissimo ed è tangibile il fatto che le parole, le immagini, ti vengono così, istintive, belle subito o quasi. È una delle cose che mi stupisce di più.
        Però a me manca qualcosa. È come se mi chiedessi, a ogni bella riga che leggo, “Ma se questo avesse una storia in mente, dove c@zzo arriverebbe?”. Perché a me una storia, lineare, involuta, a entropia invertita o come meglio credi, manca. Non mi accontento di una serie di tavole belle da vedere, quelli sono fumetti e io qui voglio leggere.
        Scusami ancora, vedo che hai molti lettori e a quasi tutti la storia è piacuta moltissimo, segno evidente che una storia c’è e quindi io sono un imb&cill& 😀 😀
        Però, non so, in “Attendendo” impieghi tre capitoli per far mangiare una pasterella al protagonista. Quindicimila bellissimi caratteri che mi sono piaciuti ma che mi fanno pensare che il respiro di ciò che scrivi sia quello del romanzo lungo. Dov’è la pianificazione? Dov’è la selezione dei dettagli cogenti per riuscire a stare nei cinquantamila caratteri?
        Non c’è. La mia impressione è che tu sia uno straordinario improvvisatore.
        La mia speranza è leggere qualcosa di più pensato.
        Oh, però è la mia speranza, eh? Te la scrivo solo perché, nonostante affermi il contrario, ho un’alta comsiderazione delle mie opinioni 😀 😀
        Scherzi a parte, posso solo aggiungere che mi hai impressionato.

        Ciao, a presto

        • Amico mio, hai ragione. Cioè, hai ragione su tutta la linea.

          Questa cosa l’ho iniziata per gioco, non sono uno scrittore, non mi ci impegno nemmeno, non ho un fine, non ho una sinossi, scrivo così, come mi viene. Ho a stento uno sputo di quadro generale.

          Vorrei saper scrivere senza bisogno di una storia, ma non lo so fare, non sono uno scrittore.

          Poi non è che la situazione aiuti, spesso non ho saputo interpretare la direzione che chi gioca avrebbe fatto prendere alla storia.

          Volevo solo che qualcuno partecipasse e non credevo nemmeno sarebbe stato qualcuno più di mia mamma. Non mi aspettavo niente e non ho mai creduto che potessi arrivare al nono capitolo del secondo racconto.

          È un gioco per me, lo faccio a tempo perso, ho scritto il nono capitolo dopo due anni perché stavo a casa a bere e fumare e non avevo sonno.

          Piacerebbe anche a me scrivere qualcosa di più pensato, ma lavoro, ho la mia vita.

          Grazie, comunque, davvero, per avermi dedicato il tuo tempo.

  • Ciao Mario, chi si rivede.
    Seguo te e per cui mi è arrivata notifica in mail e ho letto questo tuo pregevole episodio, tuttavia non mi piace chi arriva dopo anni e spodesta chi meritava il podio perché stava giocando leale. Per cui non voto.
    Ci vediamo tra due anni per il finale.

    • Sai che la cazziata me l’aspettavo più da Napo che da te?
      Che cosa ho fatto di sleale? Stanotte non avevo sonno e avendo la sinossi in testa da sempre, mi son detto “perché non scrivere?” e l’ho fatto.

      Pensa che avevo scritto il capitolo pensando fosse l’ultimo, ero convinto fossi al nono episodio già, invece poi ho riscritto tutto per doppiare le battute. E fortunatamente, perché erano decisamente poche cinquemila per chiudere.

      Quindi l’ultimo capitolo c’è già e forse c’è pure il primo del terzo “tomo”.

      Non me ne volere, dai, scusami, lo sai che vi voglio bene anche se sparisco un po’ ogni tanto.

    • Come ho detto ad Ale, no, il capitolo finale è già scritto e pure buona parte dei capitoli del terzo “tomo”, non passeranno altri due anni. 😀

      Sono felice di leggerti e sono felicissimo dei tuoi complimenti, mi aspettavo una cazziata da te dopo che è passato tutto ‘sto tempo.

      Do il tempo a qualcuno di votare, poi continuiamo a giocare.

      Per sfizio: sopravvivere al lutto, chi credi sia morto?

  • Avevo letto il precedente episodio, ma non ho commentato e votato perché mi è sembrato buttato lì senza attenzione, non mi è piaciuto. Invece con questo recuperi ampiamente, tornando alla prosa poetica e simpatica che ti distingue – dagli angoli di quelle strade sbuca il romanticismo di un uomo sensibile che, nei capitoli finali, forse riuscirà a vedere Ciro che scrive il nome del suo amore per intero. Forse troverà quel che cerca.
    Concordo con Napo per il fatto che hai usato alcune parole ricercate e ormai in disuso – ma passano inosservate.
    Futuro.

  • Col futuro sarei curiosa di vedere cosa ci dici…
    episodio superbo… lo so, è davvero poco da dire, ma è tutto quello che riesco a dire… perchè il resto sarebbero complimenti e aggettivi a iosa, perciò facciamo “superbo” e chiudiamola qui.
    😉

      • A leggerti … e a rileggerti, un anno dopo. Ho riletto questo episodio… e mi sono chiesta che fine ha fatto Ciro Ninja Maradona? L’ha poi finita la scritta? Hai poi scoperto il nome integrale della tipa che ama ANCORA tanto da farne un’opera muraria? Mario, per tutti i santi apocrifi, ma in che pianeta scrivi ora? Che io ti vengo a leggere lì, anzi faccio come Ciro: ti vengo a leggere ANCHE lì, se mi dici dove, perchè come te ce ne stanno talmente … nessuno…

  • È un pezzo, sì, che non ci si vede, ma basta leggere due tue righe e subito è come se non ci avessi mai lasciati. Ci riporti in un attimo in quella tua magica dimensione di osservatore acuto e sensibile di un mondo che solo a te sembra svelarsi nella sua poesia.
    Il registro lessicale, nella prima parte, è più elevato del solito e a tratti mi è sembrato forzatamente ricercato (Mario, “pertinentemente” nun se pò senti’…), ma sei sempre un grande e il talento riemerge comunque.
    Restiamo nel presente (speriamo).

    • Napo, la mia vita attuale è come quelle scatole dove tieni i cavi di anni di smanettamento informatico. È un groviglio di intrecci e tempi mancati.

      Lavoro così tanto che Aleksej Stachanov mi ha chiamato e s’è lamentato che non mi piglio mai ‘na pausa.

      E mi dispiace, perché questo confronto con te, con voi, mi piace tanto. Ma io non scrivo per lavoro, scrivo perché mi rilassa e per rilassarmi mi serve tempo.

      Quindi, prima di tutto, scusami se so’ sparito, sappi che ti ho pensato tanto. 😀

      Per la faccenda dei termini desueti, lo so, avevo pensato di cambiare, ma so’ saltati fuori così e mi piace che sia tu a dirmi che non vanno bene. 😀

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