Partenope è cchiù bella ‘e Venere

Dove eravamo rimasti?

Sì, lo so, è un pezzo che non ci si vede. Sapete come funziona: Presente: si sta... nel presente, è piuttosto ovvio. (69%)

L’abbraccio

Io ho sempre dormito poco, da che ne tengo memoria. A meno che io non abbia degli impegni estremamente importanti, pertanto, quando mi trovo a sognare cerco sempre di far durare quei sogni il più possibile. Nel tempo mi sono scoperto fortemente capace in quell’arte del riacchiappare i sogni dopo una sveglia staccata, dopo una pisciata: faccio quel che devo, giro il cuscino dall’altro lato come si faceva con i dischi e faccio riprendere la musica.

Oggi non ci riesco.

Non ricordo quando mi sono addormentato, non ricordo come.

Apro gli occhi per vedere se sono solo a letto. Lo sono.

Mi sforzo a cercare nei ricordi recenti, ma sono coperti da una nebbia scura come quella che copre i personaggi dei videogiochi che non hai ancora sbloccato. Aiuto la memoria guardandomi intorno, cerco vestiti che non sono miei, chiedo alle orecchie di ascoltare la presenza di qualcuno in casa, chiedo al mio naso ammaccato di cercare qualche odore.

Il mio corpo trema di una fretta immotivata, s’è svegliato irrimediabile come se lui fosse un figlio al sabato mattina che vuole guardare i cartoni e la mia mente il papà che vorrebbe dormire ancora.

Così lo assecondo e prendo posizione sul letto, le mie mani ondeggiano irrequiete alla ricerca di qualcosa che il mio cervello addormentato non sa riconoscere, poi mi perdo in osservazione delle mensole con la collezione di He-Man che io a Armando contribuiamo ad allargare.

Penso di poter stabilire con relativa approssimazione che sono solo in casa.

Guardo il telefono, la data, l’ora. È da poco passato mezzogiorno.

Una smorfia e uno sbuffo mi scomodano i muscoli della faccia.

Mi alzo come se improvvisamente il letto scottasse. Il mio cervello inizia ad unire i pezzi e mi scarica un secchio di consapevolezza gelata sulla nuca.

Due anni fa, a quest’ora, avevo da poco lasciato la scena di un crimine, un atto vandalico, un atto d’amore: il piccolo ninja era fuggito e io ero arrivato dopo poco all’officina di zio Vincenzo.

Ora so le mie mani che stanno cercando, faccio collaborare le sinapsi e cerco i sigari all’anice con lo sguardo.

Ne trovo un pacchetto accanto ad una bottiglia vuota di uno splendido rum, sopra il comodino. Decisamente sono solo in casa.

Stringo tra i denti un toscano all’anice e allestisco un ordine di priorità: finestra, caffè, accendino, doccia, cibo, pisciata, bilancia, elastico per capelli, maglia, ciabatte.

Tento di spuntare la lista in ordine sparso, cominciando dalla finestra che spalanco senza aprire le gelosie e mentre mi reco verso la zippo faccio un passaggio di dogana ad un ultimo sorso di rum in un bicchiere sul davanzale.

Evito di decifrare il sapore che mi sento in bocca e aggiungo “lavare i denti” alla lista di sopra, piazzando la voce decisamente in prima posizione.

Se devi ricordare in quale bagno hai il tuo spazzolino vivi in una casa pesantemente sovradimensionata rispetto alle tue esigenze.

Quando superai la soglia stavo sorridendo, me lo ricordo, perché non stavo con zio da un po’ ed ero felice di vederlo. L’officina però era deserta, non c’era musica in giro e c’era un’aria così forte che si poteva masticare.

È stato lui a insegnarmi che dopo che ti svegli da una sbronza devi bere un sorso, dice che aiuta a spingere il corpo a smaltire l’alcool, però non ho mai capito se è ‘na cosa vera o se era una scusa visto che me lo disse quando lo beccai a bere alle sette del mattino.

Poi, sapete com’è, so’ cose che non vai a controllare perché ti fanno comodo così, ci vuoi credere, un po’ per non perdere quel ricordo, un po’ perché ormai è diventata una cosa in cui avete creduto così tanto, per così tanto tempo che fa parte di voi.

Dev’essere così che funziona anche con Dio.

Mentre mi spazzolo con vigore i miei denti storti mi osservo un livido sullo zigomo destro. Singolare che mi abbiano beccato a destra, dovevo essere già ubriaco.

Ma se l’assenza di musica e l’aria pesante erano due sintomi possibilmente ignorabili e casuali, il saluto di mio zio dissipò ogni perplessità.

Vedete, mi ha cresciuto ed è un secondo padre, ma anche un fratello maggiore, è stato il mio allenatore, il mio maestro, c’è un certo cameratismo agonistico e spirituale tra noi due, siamo due duri o, almeno, sappiamo di voler apparire come tali, quindi mi ha sempre salutato con una presa per il culo e, in momenti di forti esigenze di manifestazione di affetto, con qualche pugno.

È la vecchia scuola, ci si abbraccia solo quando succede qualcosa di grave.

E quello di zio Vincenzo, quel giorno, fu un abbraccio gocciolante, dolce e avvolgente come una coperta di miele.

Sputo la schiuma di dentifricio dalla bocca con navigata eleganza, perché poi in palestra me lo hanno insegnato a sputare. Infilo il corpo in una delle venti maglie grigie che possiedo e brucio la punta del toscano. L’odore mi aiuta a ricordare mentre cammino verso la cucina. 

Come si reagisce ad un lutto? Esiste un modo considerabile oggettivamente giusto? Se è vero che non bisogna sprecare le proprie tragedie, come si capisce il modo in cui reagire ad esse?

Avevate scelto il presente. Ora il presente è questo perché, in effetti, sono passati due anni. Il prossimo capitolo chiude, decidete come.

  • Il presente - l'attuale presente, non vi racconterò niente di quello che è successo due anni prima (40%)
    40
  • Il giorno dopo l'abbraccio di zio Vincenzo - sempre il passato (30%)
    30
  • Il giorno dell'abbraccio di zio Vincenzo - il passato (30%)
    30
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191 Commenti

  • Il presente, perché le altre due opzioni mi sembrano troppo simili. E scusa per il 33-33-33 🙁
    Ciao, Mario.
    Hai uno stile che trovo affascinante, mi è molto piaciuto leggere questi nove capitoli anche se devo ammettere che mi manca un po’ un filo conduttore, o come dicono quelli che ne sanno un “conflitto da risolvere”, È il diario di una vita, intimistico, profondo, a tratti decisamente “filosofico”; molto bello e piacevole da leggere, ma confesso che gli episodi iniziali mi avevano fatto pensare a una storia molto diversa: ho adorato l’incipit, l’eroismo goffo del protagonista bambino, il suo riscatto nella rissa da adulto, lo zio che lo indirizza, la palestra. Mi dirai “Hai adorato tutto”, e forse è così; fatto sta che il nono capitolo è giunto molto prima di quanto mi aspettassi, col risultato che mi devo accontentare di una tela enorme occupata da sapienti pennellate che però lasciano solo intuire la bellezza del quadro finito. Perché solo questo, dal mio punto di vista, posso “rimproverarti”: il racconto finirà quando pareva appena iniziato.
    O forse questo vuole solo dire che mi piacerebbe leggerti ancora.
    Ciao, a presto, spero

      • Eccomi di nuovo. Ho letto “Attendendo”. Mi sembra giusto commentare qui perché la storia è la stessa. Nel bene e nel male potrei riscrivere lo stesso commento che ti ho già lasciato.
        Affascinante eccetera… Scrivi benissimo e io, dal basso della mia cialtroneria, mi devo limitare a constatarlo, a complimentarmi, magari a invidiarti un po’.
        Scrivi benissimo ed è tangibile il fatto che le parole, le immagini, ti vengono così, istintive, belle subito o quasi. È una delle cose che mi stupisce di più.
        Però a me manca qualcosa. È come se mi chiedessi, a ogni bella riga che leggo, “Ma se questo avesse una storia in mente, dove c@zzo arriverebbe?”. Perché a me una storia, lineare, involuta, a entropia invertita o come meglio credi, manca. Non mi accontento di una serie di tavole belle da vedere, quelli sono fumetti e io qui voglio leggere.
        Scusami ancora, vedo che hai molti lettori e a quasi tutti la storia è piacuta moltissimo, segno evidente che una storia c’è e quindi io sono un imb&cill& 😀 😀
        Però, non so, in “Attendendo” impieghi tre capitoli per far mangiare una pasterella al protagonista. Quindicimila bellissimi caratteri che mi sono piaciuti ma che mi fanno pensare che il respiro di ciò che scrivi sia quello del romanzo lungo. Dov’è la pianificazione? Dov’è la selezione dei dettagli cogenti per riuscire a stare nei cinquantamila caratteri?
        Non c’è. La mia impressione è che tu sia uno straordinario improvvisatore.
        La mia speranza è leggere qualcosa di più pensato.
        Oh, però è la mia speranza, eh? Te la scrivo solo perché, nonostante affermi il contrario, ho un’alta comsiderazione delle mie opinioni 😀 😀
        Scherzi a parte, posso solo aggiungere che mi hai impressionato.

        Ciao, a presto

        • Amico mio, hai ragione. Cioè, hai ragione su tutta la linea.

          Questa cosa l’ho iniziata per gioco, non sono uno scrittore, non mi ci impegno nemmeno, non ho un fine, non ho una sinossi, scrivo così, come mi viene. Ho a stento uno sputo di quadro generale.

          Vorrei saper scrivere senza bisogno di una storia, ma non lo so fare, non sono uno scrittore.

          Poi non è che la situazione aiuti, spesso non ho saputo interpretare la direzione che chi gioca avrebbe fatto prendere alla storia.

          Volevo solo che qualcuno partecipasse e non credevo nemmeno sarebbe stato qualcuno più di mia mamma. Non mi aspettavo niente e non ho mai creduto che potessi arrivare al nono capitolo del secondo racconto.

          È un gioco per me, lo faccio a tempo perso, ho scritto il nono capitolo dopo due anni perché stavo a casa a bere e fumare e non avevo sonno.

          Piacerebbe anche a me scrivere qualcosa di più pensato, ma lavoro, ho la mia vita.

          Grazie, comunque, davvero, per avermi dedicato il tuo tempo.

  • Ciao Mario, chi si rivede.
    Seguo te e per cui mi è arrivata notifica in mail e ho letto questo tuo pregevole episodio, tuttavia non mi piace chi arriva dopo anni e spodesta chi meritava il podio perché stava giocando leale. Per cui non voto.
    Ci vediamo tra due anni per il finale.

    • Sai che la cazziata me l’aspettavo più da Napo che da te?
      Che cosa ho fatto di sleale? Stanotte non avevo sonno e avendo la sinossi in testa da sempre, mi son detto “perché non scrivere?” e l’ho fatto.

      Pensa che avevo scritto il capitolo pensando fosse l’ultimo, ero convinto fossi al nono episodio già, invece poi ho riscritto tutto per doppiare le battute. E fortunatamente, perché erano decisamente poche cinquemila per chiudere.

      Quindi l’ultimo capitolo c’è già e forse c’è pure il primo del terzo “tomo”.

      Non me ne volere, dai, scusami, lo sai che vi voglio bene anche se sparisco un po’ ogni tanto.

    • Come ho detto ad Ale, no, il capitolo finale è già scritto e pure buona parte dei capitoli del terzo “tomo”, non passeranno altri due anni. 😀

      Sono felice di leggerti e sono felicissimo dei tuoi complimenti, mi aspettavo una cazziata da te dopo che è passato tutto ‘sto tempo.

      Do il tempo a qualcuno di votare, poi continuiamo a giocare.

      Per sfizio: sopravvivere al lutto, chi credi sia morto?

  • Avevo letto il precedente episodio, ma non ho commentato e votato perché mi è sembrato buttato lì senza attenzione, non mi è piaciuto. Invece con questo recuperi ampiamente, tornando alla prosa poetica e simpatica che ti distingue – dagli angoli di quelle strade sbuca il romanticismo di un uomo sensibile che, nei capitoli finali, forse riuscirà a vedere Ciro che scrive il nome del suo amore per intero. Forse troverà quel che cerca.
    Concordo con Napo per il fatto che hai usato alcune parole ricercate e ormai in disuso – ma passano inosservate.
    Futuro.

  • Col futuro sarei curiosa di vedere cosa ci dici…
    episodio superbo… lo so, è davvero poco da dire, ma è tutto quello che riesco a dire… perchè il resto sarebbero complimenti e aggettivi a iosa, perciò facciamo “superbo” e chiudiamola qui.
    😉

      • A leggerti … e a rileggerti, un anno dopo. Ho riletto questo episodio… e mi sono chiesta che fine ha fatto Ciro Ninja Maradona? L’ha poi finita la scritta? Hai poi scoperto il nome integrale della tipa che ama ANCORA tanto da farne un’opera muraria? Mario, per tutti i santi apocrifi, ma in che pianeta scrivi ora? Che io ti vengo a leggere lì, anzi faccio come Ciro: ti vengo a leggere ANCHE lì, se mi dici dove, perchè come te ce ne stanno talmente … nessuno…

  • È un pezzo, sì, che non ci si vede, ma basta leggere due tue righe e subito è come se non ci avessi mai lasciati. Ci riporti in un attimo in quella tua magica dimensione di osservatore acuto e sensibile di un mondo che solo a te sembra svelarsi nella sua poesia.
    Il registro lessicale, nella prima parte, è più elevato del solito e a tratti mi è sembrato forzatamente ricercato (Mario, “pertinentemente” nun se pò senti’…), ma sei sempre un grande e il talento riemerge comunque.
    Restiamo nel presente (speriamo).

    • Napo, la mia vita attuale è come quelle scatole dove tieni i cavi di anni di smanettamento informatico. È un groviglio di intrecci e tempi mancati.

      Lavoro così tanto che Aleksej Stachanov mi ha chiamato e s’è lamentato che non mi piglio mai ‘na pausa.

      E mi dispiace, perché questo confronto con te, con voi, mi piace tanto. Ma io non scrivo per lavoro, scrivo perché mi rilassa e per rilassarmi mi serve tempo.

      Quindi, prima di tutto, scusami se so’ sparito, sappi che ti ho pensato tanto. 😀

      Per la faccenda dei termini desueti, lo so, avevo pensato di cambiare, ma so’ saltati fuori così e mi piace che sia tu a dirmi che non vanno bene. 😀

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