Saul

Fiaccole nell’abisso

La donna ha un nome e si chiama Marta, ma questo non è importante.

Quello che conta è che è sdraiata sulla pietra liscia, anche se non ricorda come è arrivata lì. La vista è annebbiata, forse si trova in una grotta, forse all’interno di una casa. Attorno a lei si muovono delle figure, la mente intorpidita non riesce a contarle.

C’è una litania mormorata, lontana. Anche il freddo della lama è distante quando entra nella sua pelle. Nella foschia transita un pensiero irreale: “Sto morendo”.

Ma la lama non va a fondo, sembra tracciare simboli sul corpo nudo. Lei sente l’invasione dell’acciaio ma non prova dolore. Prova qualcosa di indefinibile, come se la lama non stesse tagliando la sua pelle, bensì quella di qualcun altro posta appena sopra.

“Mi hanno drogata” pensa, ma è un’altra biglia che rotola nel buio, una deduzione effimera che scompare oltre l’angolo della mente.

Prova a muovere le mani e le sente legate. Lo stesso per i piedi, dei lacci le tengono ferme le caviglie.

La litania sale, le luci delle candele sono piccoli esseri danzanti nell’abisso. Sente che la sua coscienza si trova appena un gradino sopra l’oblio. Prova a chiudere gli occhi e sprofondarvi, per scappare dalle figure mormoranti, ma c’è qualcosa che le impedisce di cedere al buio.

È un pensiero confuso ma importante, lei cerca di attribuirvi un significato. È come se stesse dimenticando qualcosa di fondamentale, qualcosa che devericordare.

La lama continua a danzare su di lei, dentro di lei. Muove la testa, il mondo si muove con lei ma al rallentatore. Scopre che non sono lacci quelli che le tengono ferme gambe e braccia, bensì mani che spuntano da grandi tuniche scure. Quando cerca di guardare sotto i cappucci incontra solo oscurità, un nulla malevolo e inesorabile.

Un giardino, ricorda. Stava camminando in un giardino. Stava camminando in un giardino…

Le mani che le stringono le caviglie divergono, spalancandole le gambe. Non può impedirlo, sente che è sbagliato, si sente nuda, indifesa, violata, ma anche queste sono sensazioni fioche, come se appartenessero a qualcun altro.

Come poteva essere diversamente, dopotutto? Lei ricorda l’erba, le foglie degli alberi attraverso cui la sera soffiava la sua brezza, mentre lei tornava a casa, con una mano su…

E poi qualcosa la vìola davvero, una mano scivola dentro di lei, si fa largo nella sua intimità.

Apre la bocca per protestare ma boccheggia, confusa e incapace. Due mani si posano sulle sue guance e la costringono ad abbassare lo sguardo su quello che sta succedendo. E allora spalanca gli occhi, o almeno ci prova, perché vede il ventre dilatato e ricorda qual era il pensiero che non riusciva a focalizzare, la seconda presenza di cui sentiva l’obbligo di preoccuparsi.

La litania continua, la presa sul volto la sostiene e la costringe a guardare mentre mani straniere vogliono rubare la vita che ha custodito dentro di sé per così tanto tempo, vogliono strapparle via il fiore che è germogliato al suo interno. Boccheggia e fissa il ventre. Riesce a sentire il legame che li tieni uniti, lei e la creatura che ha generato e coltivato, e prova amore disperato mentre la lama sale a recidere la gola. Sente il sangue fluire, due vite abbandonano il suo corpo. Ma non fa male. Gorgoglia piano, migliaia di fiaccole davanti ai suoi occhi, poi arriva il buio, buio per sempre.

*

Il buio, per sempre. Demoni sopiti che si risvegliano terrificanti, gli corrono incontro, nelle tenebre, non ha bisogno di vederli perché ode le urla antiche. C’è una città, nel buio del sogno. Non vede neanche quella ma sa che c’è, conosce a memoria le pietre secolari che ne compongono le strade, le mura, le torri. E lui dov’è, dentro o fuori? Non lo sa. È al riparo nei torrioni, attorno a cui i demoni stanno per accalcarsi stridendo e gridando e artigliando la tenebra? O è all’esterno, perso nel buio eterno, in procinto di essere ghermito e fatto a pezzi?

O sono i demoni, ad abitare il castello?

Saul si svegliò e la luce del mondo spazzò via l’oscurità. Si guardò intorno, constatando l’appartamento in cui si trovava e domandandosi cosa ci facesse lì e di chi fosse l’abitazione.

Si alzò, massaggiandosi gli occhi. Indossava una maglia bianca a maniche lunghe e i pantaloni neri di una tuta. Lasciò ricadere le lenzuola su un letto che non conosceva e posò i piedi sul parquet.

Era un bel posto. Modello open space, con una finestra che occupava una parete. Vide un grande televisore, un appendiabiti, sedie con vestiti lanciati sopra e altri sprazzi di quotidianità. C’erano due porte, immaginò che una fosse quella d’ingresso e l’altra portasse al bagno. Si diresse verso quest’ultima, bussò piano, quindi abbassò la maniglia ed entrò. Il bagno era bianco e ordinario. La casa era vuota.

Saul si grattò dietro la testa e raggiunse la finestra. Quando guardò fuori, scoprì di dominare con la vista l’intera città. Di che città si trattasse non aveva idea, ma l’appartamento era agli ultimi piani di un grattacielo.

E ora, che succede?

  • Un telefono squilla (60%)
    60
  • Saul esplora il grattacielo (27%)
    27
  • Saul esce in città (13%)
    13
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115 Commenti

  • Ciao, Omega.
    Ho avuto la notifica del nono ma mi sono deciso a leggere solo ricevendo la notifica del decimo in rapida successione.
    Scritto molto bene, ma il fatto che lo dica io di certo non ti impressiona particolarmente.
    Ho apprezzato la dissertazione filosofica del nono, interessante la conclusione, per quanto qualche dubbio mi rimanga. Saul è l’artefice che replica sé stesso da millenni reincarnandosi nelle nuove vite? Più che altro, forse, è un’istanza dell’artefice che si replica e acquisisce consapevolezza, un infinito replicarsi della cosmogonia descritta nel nono. Forse non ho capito nulla, ma penso che l’ermetismo non ti dispiaccia affatto. Non ho riletto gli altri otto capitoli, per cui non sono sicuro dell’impressione che provo: l’impressione è di una mancanza dì unitarietà dell’opera, partita verso una direzione e terminata in tutt’altra lasciando molti punti aperti. Il mio dubbio è che questo fosse in realtà voluto fin dall’inizio.
    Ciao, sei un grande, ma non so se ti rileggerò ancora, se mantieni questi ritmi. Al massimo farò come con il bellissimo ‘Enana’, leggerò tutto insieme, una volta che pubblichi il decimo.
    P.S.: Ho usato questo nick anche se avevo giurato di non farlo più, ma vista la tua lunga assenza e visto che mi sono presentato a te come Moneta, mi sembra giusto usarlo per l’ultima volta. L’altro mio nick, se mai leggerai questo commento e ammesso che ti interessi, è JAW. Lui scrive di fantascienza.

  • L’altra porta, se tutto sta venendo giù, hanno bisogno di uno sbocco.
    Belle atmosfere e ben descritte, come altri trovo un po’ scoraggiante dover attendere così tanto tra un episodio e l’altro, ma pazienza, quando arriva il nuovo è sempre un piacere leggerti. Inizio a capire il senso dell’evoluzione dell’atmosfera, da qualcosa di evanescente e indistinto va via via concretizzandosi con la presa di coscienza dei protagonisti, quasi come il risveglio da un sogno ma al contrario. Sempre che sia così, perché fino a questo momento avevo interpretato la fumosità iniziale come un’indeterminazione della trama, in attesa che il lettore le desse una direzione precisa.
    Ciao ciao a presto, tenendo conto ovviamente che il tempo è relativo al singolo osservatore e che il tuo pare un po’ dilatato 😀 😀

  • In principio era il vuoto….
    già, come quello lasciato dalle tue lunghe assenze. Ma non c’è niente da fare con te, non passi, non giochi con le altre storie, non leggi nessuno, rispondi a babbo morto, ma alla fine ti si perdona sempre tutto… forse perchè sei intelligente, forse perchè scrivi in modo convincente e stilisticamente encomiabile. Però… quando ci si trova in un sito di gioco interattivo si dovrebbe interagire,…. o no?
    vabbè, tanto ti si perdona tutto a te! 😉
    baci baci 😉

    • Hai ragione da vendere, naturalmente.
      Ogni volta mi dico che è il momento di andare a curiosare anche io nella testa degli altri e ogni volta finisce che chiudo il sito e lo riapro quando mi viene l’idea per il capitolo successivo.
      Probabilmente deriva dal fatto che, più che un gioco, questo posto mi sembra un prato in cui piantare un’idea e vederla crescere.
      Ora però faccio un salto dalle tue parti, a presto!

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