Il fascino delle domande

Millecentonovantasette

Aveva contato ogni minuto di quel viaggio. Per l’esattezza erano trascorsi millecentonovantasette minuti, pochi secondi in più o in meno. L’aveva desiderato a lungo, aveva studiato, aveva risparmiato, aveva considerato ogni dettaglio necessario e lasciato spazio anche all’imprevisto. Documenti, passaporto nuovo di zecca -aveva dovuto farlo appositamente-, pass ferroviario, indirizzo dell’ambasciata -non si sa mai- regali per la famiglia che l’avrebbe ospitata. “Ma davvero non hanno la Nutella lì dove vai?”, le aveva chiesto sua madre, incredula. Non era certa di questa notizia, ma era pur sempre un prodotto da esportare qualora ce ne fosse stata carenza, no? 

I bagagli. Lungo viaggio, a cavallo di due stagioni. Libri. Come fare senza. Almeno cinque. Uno per il viaggio di andata, uno per il rientro e tre possibili compagnie, preziose nei momenti di nostalgia. Il suo quaderno, la macchina fotografica, otto, nove, dieci rullini basteranno (?), raccomandazioni di rito, un bacio sulla fronte di buona fortuna.

Roma, Helsinki, Tokyo.

Millecentonovantasette minuti dal suo primo piede fuori di casa, zaino in spalla, bagaglio al seguito. Coccole di arrivederci al cucciolo di casa. Viaggio in auto fino all’aeroporto. Check-in in piena trepidazione. Baci, abbracci, lacrime di commiato. Ancora lacrime, di chi resta e di chi parte, dimenticando per un momento ogni sogno, lasciando spazio all’intenso dolore del distacco, solo qualche minuto che poi è ora di andare. E via, da soli, al galoppo su quell’avventura attesa e temuta per così tanto tempo. Quella paura sana, dell’imprevisto, della scoperta, del doversela cavare da soli a migliaia di chilometri da casa. L’adrenalina che scorre rapida per chi guarda in volto la propria vita, assetato, avido. Per chi decide di esserci, malgrado questo faccia una paura da togliere il fiato. 

Sono quei millecentonovantasette minuti che ti cambiano la vita. Prendersi davvero la responsabilità del divenire, qualunque siano le conseguenze. Forse è quello che ci fa più paura, che ci spinge ad ignorare le domande, a non sanare quella sete che disturba le nostre notti o ad intorpidirla con qualcosa che tuttavia, non potrà mai spegnerla del tutto.

Millecentonovantasette minuti e il piede si era posato in terra straniera, in quel paese di cui tanto aveva sentito parlare da professori, letteratura, documentari. Controlli di routine, impronte digitali, -Motivo della visita?-,  risposte in una lingua ancora poco certa dopo solo un anno di studio. Ritiro bagagli, stanchezza, stordimento -che ore saranno qui?-, viva emozione. -Sarà venuto qualcuno a prendermi all’aeroporto? Sapranno riconoscermi?-

L’addetta della scuola l’aspettava puntuale all’uscita dei passeggeri. Una ragazza minuta ed estremamente cortese le aveva dato il benvenuto con un cartello e una sfilza di parole a raffica. Avevano tentato una conversazione impossibile, immerse in un oceano di incertezze linguistiche da ambo le parti. Si era complimentata con lei per la capacità di leggere i cartelli sulle pareti dei vagoni della metropolitana che le stava portando da chi attendeva l’arrivo di un’ospite che avrebbe certamente stravolto la loro vita, in uno dei tanti modi possibili. 

Valigie trascinate lungo un viale residenziale, alcuni alberi, persone in bicicletta, i cartelli colorati di un negozio di frutta, una piccola libreria. Citofono. Secondo citofono. Una famiglia sorridente al completo sul ciglio della porta. Padre, madre, una bimba di quattro anni dall’aria incuriosita, nascosta per metà dalle gambe di uno dei due genitori. Gesti di benvenuto, presentazioni. はじめまして。 私はエレナです。 どうぞよろしく お願いします*. Le scarpe lasciare sull’uscio. Una stanza pronta dove sistemare i bagagli, tutta per lei, con l’unica richiesta di non dar troppo peso alle visite della più piccola, che avrebbe reclamato il possesso dei suoi giocattoli, riposti nel baule più grande. Fiori sul davanzale della finestra, foto di famiglia, libri,  Ancora sorrisi, per nascondere l’imbarazzo della novità, per riempire i vuoti di una conversazione in crescendo. Un banchetto di cibi sconosciuti l’attendeva in soggiorno. Un tavolo basso, il tentativo di rimanere composti pur sedendo per terra. Sai usare le bacchette? -Sì, mi sono esercitata per più di un mese, anche con rigatoni e insalata, pur di non fare brutte figure: potrei mangiare un chicco di riso alla volta se necessario-. Grazie, farò del mio meglio. Ogni piatto presentato con cura. Profumi nuovi, una delizia per lo spirito, una gioia per le papille gustative. L’atmosfera amichevole, il corpo cercava una posizione comoda per mostrare di essere a proprio agio, per cominciare almeno un poco ad abituarsi a quell’ambiente che l’avrebbe ospitata per i mesi a venire. Foto di gruppo e l’arrivederci dell’addetta della scuola, ormai certa di averla lasciata in buon mani.

E ora?

 

*Salve, il mio nome è Elena. Piacere di conoscervi. 

Cosa succede ora alla giovane protagonista in viaggio?

  • Chiede di vedere i dintorni in loro compagnia, se possibile. (0%)
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  • Ha voglia di conoscere di più i suoi ospiti, chiede, domanda, fa amicizia. (80%)
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  • Chiede di riposare, esausta... Sono pur sempre le 4 di mattina per lei! (20%)
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170 Commenti

  • La cosa che mi è piaciuta di più è la sincerità. Delle situazioni, dei sentimenti, delle parole. Inoltre ho apprezzato la descrizione delle emozioni che in un certo senso, per quanto romanzate, sembrano così vere e cucite addosso ai personaggi, quasi fossero appiccicate alla loro carne…ma che al contempo sbucano al di fuori della pagina tanto che ce le ritroviamo tali e quali nelle persone che incontriamo ogni giorno.

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