La maledizione del pregiudizio

La strega

Anche oggi sembrava una giornata come le altre. Afosa, insignificante. Quella mattina la solita storia; si ripeteva indiscussa, ormai da settimane, alla stessa ora e allo scoccare del medesimo minuto. Il televisore acceso e il capobanda seduto lì, come un vecchio bacucco. Con la testa un po’ flessa, ma perfettamente chiomata. Ciuffi bianchi misti a uno spento castano. Al primo impatto faceva orrore, ma dopo sedici anni non ci prestavo la benché minima attenzione. Era lui, e faceva parte del suo essere. Il ricco imprenditore di famiglia, quello che teneva alla sua immagine!                 Non che io capissi quali gusti strambi soddisfacessero la sua società plurimiliardaria o quali prototipi erano ben accetti nella compagnia, ma non mi lamentavo. Qualche mio amico si atteggiava in smorfie di disprezzo o lo fissava male, ma lo sguardo era soggettivo. E per me lui rimaneva mio papà, con o senza quello stonato miscuglio di colori.

Sul gigante schermo trasmettevano il suo programma preferito “ALIENI SULLA TERRA”. So che state immaginando, ma non si trattava assolutamente né di alieni né di ufo. Non dei marziani o di quelli con il collo un po’ allungato, la pelle verde e le mani con tre dita. Si parlava di uomini, di terresti veri. Quelli che, la mentalità del business, non accetta come umani. Quelli vestiti male, con qualche chilo in più rispetto ai modelli super pompati che in pole position ammaliano le persone. Messi in prima fila a catturare la concentrazione della povera gente. Questi erano gli ALIENI, per loro!                                                                                                                                                          Io la pensavo allo stesso modo, all’epoca; facevo di tutto per apparire al meglio. E la stragrande fortuna del mio babbo sicuramente non mi svantaggiava. Il mio cervello ancora adolescenziale mi diceva che stavo seguendo la retta via. La futilità era la mia religione di vita. In fondo, ero ricco. Che mi importava degli altri!

Diedi uno sguardo veloce e, disinteressato come sempre, salutai di fretta la mia famiglia che non comprendeva un gran numero di individui: mia madre Natasha, donna bella e premurosa; George, la peste di casa e infine mio nonno Michael – quello da parte di mamma – che si trovava sempre a discutere con il suo peggior nemico: PAPÀ!

Frequentavo un liceo. Non ricordo bene il nome ora, ma tutta la mia vita era racchiusa in quella scatola di matti. Dei professori non potevo dir nulla, in fondo la promozione mi spettava senza troppi sforzi.

Gli amici, se così posso definirli, erano tanti, forse anche troppi. Ero abbastanza conosciuto da quelle parti e la mia popolarità non serpeggiava solo tra le ragazze della scuola, ma si estendeva anche al di fuori della cittadina in cui vivevo. 

Mi salutava chiunque, persino il nanerottolo di turno di cui non ricordavo neppure l’iniziale del suo dispregiativo. Si si, proprio un dispregiativo. Non avete letto male! Chiunque frequentasse il primo anno, veniva etichettato con un nomignolo sarcastico e pungente che noi denominavamo DISPREGIATIVO. Io e Frank, il miglior compagno di viaggio di sempre. Quello con cui condividevo le mie marachelle più strampalate, anche se adesso non ne ricordo tante. Una o due, ma come un sogno. Eppure di quella mattina di inizio autunno rimembro ogni cosa. Pure l’orario di arrivo del bus provinciale. Erano le otto in punto. Il giallo arrugginito lo avevo visto avvicinarsi con andatura macabra. Un mezzo parecchio traballante, non tanto sicuro per quei poveretti che erano a bordo. La musica assordante e un autista non troppo sveglio, letteralmente parlando.

Provavo pena non appena avvistavo sui loro volti un istinto omicida che avrebbe potuto scatenare la Terza Guerra Mondiale. Allora io e Frank, sempre insieme, ci rifacevamo al programma preferito di papà e ci divertivamo a chiamarli ALIENI. Quelli là, quelli che non venivano in macchina come noi. Noi, che eravamo i nobili, i patrizi dell’epoca contemporanea. Non potevamo non giudicarli. Trovavamo scorretto non eseguire almeno un sottilissimo e fetido giudizio sulle loro performance da plebei. Ciò ci faceva sentire superiori e tale percezione non mi sdegnava affatto.

Ce n’era una in particolare che catturava ogni giorno la nostra considerazione. Non mi vergogno ad ammettere che mi incuteva un certo spavento che chiunque avrebbe potuto avvertire ponendo lo sguardo unicamente sulle mie mani tremolanti. Frank pareva tranquillo quando la incrociava, ma pure lui la fissava con prudenza. Si chiamava Trina, o almeno così avevo sentito dire. Non avevo mai osato avvicinarmi a lei, se non in casi di estrema necessità.

Il nero delle sue lunghe vesti mi faceva accapponare la pelle, per non parlare del suo trucco esagerato sulle guance e le labbra serrate di una malinconia indescrivibile.

Quel giorno appariva più incacchiata del solito. Un muso lungo e spento e gli occhi accesi, freddi come il ghiaccio.

Cosa ha in mente di fare Trina?

  • Lanciare una maledizione a Ethan (64%)
    64
  • Umiliare la ragazza di Ethan (7%)
    7
  • Sfidare Ethan lanciandogli un sortilegio (29%)
    29
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21 Commenti

  • Ho votato anche io per la maledizione… Il racconto mi piace, scrivi bene al netto dei tuoi 17 anni… Mi è piaciuta di più la seconda parte, in particolare gli ultimi due paragrafi un po’ più più sporchi e personali (evita però le metafore trite e ritrite tipo ‘occhi freddi come il ghiaccio’ e roba simile, sono sicuro che puoi fare molto meglio). Anche sulla trama, come ha giustamente fatto notare anche qualcun altro, stai attenta a non essere ‘troppo’ scontata… E prova a fare una bella sorpresa a tutti quelli che credono già di sapere come andrà a finire… Ciao e… Ti aspetto da me (SR vuoi e hai tempo natutalmente). Intanto seguo.

  • Ciao, un inizio niente male con descrizioni precise e talvolta divertenti. Voto per il sortilegio visto che mi sembra la scelta più coerente con la trama. Aspetto il seguito…

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