L’amico polacco

Un monociglio tra le siepi

Sei alla guida, probabilmente stai rientrando a casa dopo una dura giornata di lavoro. Procedi piuttosto lentamente, non più del massimo consentito, intorno ai 40 km/h. Svolti a sinistra ad un normalissimo incrocio di quartiere, con la mente che vaga beata tra i pensieri più disparati, ben conciliata dal sottofondo soffuso dell’autoradio. Poi inchiodi. Appena in tempo.

Per una frazione di secondo riesci ad evitare un essere zampettante di statura media, che solo in un secondo momento realizzi essere una giovane ragazza intenta ad attraversare la strada saltellando su un piede solo, ben lungi dal conferire importanza all’uso sociale attribuito alle strisce pedonali.

Qualche dubbio sul suo sesso ti resta quando lei, voltatasi con aria truce verso di te, con uno strano accento, esplode in un delicato “fottutissima testa di cazzo, stavo perdere l’equilibrio, se vengo lì ti spacco il finestrino e ti ficco un cazzo di vetro (sapete dove)”.

Sì, cotanta grazia, seppur non atipica nel quartiere, ti lascia ancor più attonito dei quattro balzi in mezzo al buio. La macchina impiega un minuto per trovare la forza di ripartire. Lei intanto è svanita oltre un cancello nero.

Ho assistito all’intera scena dall’altro capo del marciapiede, ma è stato nell’attimo in cui è sparita che ho avuto il deja vu.

Due giorni prima. Ore 17.30, interno biblioteca.

Mi trovo nella condizione in cui non è necessario il sinuoso passaggio d’un’avvenente fanciulla affinché la mia concentrazione sia minata; anche il minuscolo quadratino di sostanza sconosciuta semi-celato tra la folta chioma di un 30enne bruno, uomo, sdentato, è in grado di emozionarmi neanche fosse la molecola più rara dell’universo (non che le molecole mi emozionino). Lo sta fissando anche il mio vicino.

Poi arriva lei.

La prima cosa che salta all’occhio è l’inquietante somiglianza con Elio di Elio e le storie tese, dovuta ad un monociglio di 2 cm malauguratamente naturale; abbasso lo sguardo e apprezzo il modernissimo accostamento maglietta-a-righe-orizzontali/pantaloni-a-righe-verticali, quindi vengo conquistato da uno zaino da campeggio che avrebbe garantito i 39€ extra a qualsiasi vaglio Ryanair. A volte l’apparenza inganna, ma non è questo il caso.

Lei si siede e comincia a fissare il vuoto per dieci minuti effettivi, prima di accasciarsi sul tavolo e lasciar roteare gli occhi vitrei nella mia direzione. Cerco un contatto ma è impossibile. Va oltre me, va oltre il muro. Provo a fare il contrario, ma è fuori discussione.

E’ di nuovo lucida, tanto da smistare nove quadernini diversi sulla superficie del tavolo, aprirli contemporaneamente e improvvisare una lettura corale di dubbio significato. Trascorrono altri dieci minuti e sono talmente turbato da decidere di fare una pausa e uscire.

Appare quasi immediatamente, zaino-trolley-casa al seguito, e comincia a camminare in tondo. La osservo. Continua a camminare in tondo. La osservo. Continua a camminare in tondo. Il suo improvviso rientro è accompagnato da quattro sospiri rumorosi: il mio, quello dei due tossici dodicenni che stanno giocando a chi tiene più canne tra le labbra, e quello di uno dei tre barboni più celebri della zona, coinvolto in un’invettiva contro un soldato immaginario dell’armata russa che, a suo dire, ha deciso che Baggio – il quartiere in cui vive – sia più temibile della compagine nazista. Avrà le sue ragioni.

Un’ora dopo mi alzo, saluto un paio di conoscenti e mi accingo a lasciare l’edificio, casualmente nello stesso preciso istante in cui lei, riposti i quadernini (nel frattempo diventati undici), mi supera rapidissima sulla soglia. Non credo alle coincidenze e decido di seguirla.

Così, con un’andatura un po’ stalker un po’ agente dell’FBI, la vedo attraversare il parchetto, imboccare la via di casa mia, superare il mio cancello – peccato – e tirare dritto verso la fine della strada che culmina con l’inizio del Parco delle Cave. Solo a quel punto il brontolio del mio stomaco mi ricorda come, alle 20.35 di una fresca sera di Ottobre, sia forse più sensato inseguire un pasto caldo che un monociglio tra le siepi.

Che cosa decide di fare il narratore?

  • Inquietato da quanto accaduto e voglioso di condividerlo, chiama un amico che abita nello stesso condominio in cui si è diretta la ragazza. (36%)
    36
  • Non mi interessa cosa decida di fare il narratore e non amo i monocigli, voglio che la storia si focalizzi sul conducente del veicolo (9%)
    9
  • Non può lasciarsela scappare per la seconda volta: decide di oltrepassare il cancello nero per provare a raggiungerla (55%)
    55
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10 Commenti

  • A parte i cliché della “dura giornata di lavoro”, della “mente che vaga i pensieri più disparati” e quell’orribile “normalissimo incrocio”, è interessante che il protagonista voglia seguire una ragazza brutta.

    Attento però poi a gestire bene il motivo per cui la voleva seguire, qualsiasi cosa racconti nel prossimo episodio devi spiegare il motivo per cui in questo episodio la voleva seguire.

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