Campane a morto

Dove eravamo rimasti?

Ebbene sì, Cattaneo ha trovato il suo assassino. E voi? Secondo voi dov'è l'assassino? In canonica (100%)

Candele

Il libro si aprì producendo un debole scricchiolio e sollevando odore di vecchio. La carta era gialla, intrisa di vapori d’incenso e cera, graffiata da inchiostro dozzinale. Don Isaia usava una Bic nera, Don Valerio una stilografica blu che evidentemente portava con sé. 

Le parole di Don Isaia esordivano quattro anni prima, il 18 giugno 1995, registravano la morte di Saverio Maltalati, anni settantadue. Poi di nuovo il 27 giugno dello stesso anno, e ancora il 6 luglio. Lo stesso succedeva l’anno dopo, e ancora nel ’97 e nel ’98. E poi quest’anno, pochi giorni fa, prima Eugenio Fallaci e poi Matteo Moscardini.

L’arrivo del prete era foriero di morte.

Sfogliai rapidamente anche le altre pagine. I funerali, in effetti, non erano un’eccezione, ma quelle tre fosse consecutive avevano una strana regolarità.

«Ha trovato quello che cercava?» Don Isaia me lo chiese con una sana curiosità.

«Padre, come definirebbe i fedeli di qui?»

«Un prete non giudica, piuttosto perdona» mi sorrise benevolo.

Ricambiai il sorriso: «Ha ragione, ma un poliziotto purtroppo perdona meno e giudica di più. Si metta nei miei panni…»

Il sorriso divenne una risata, stanca, ma comunque divertita. «Il primo giorno Don Valerio mi disse che ci sarebbe stato poco da fare qui, anche la domenica, ma io non ho mai visto la chiesa vuota. Forse col freddo diventano un po’ pigri, ma son brave persone.»

Lo ringraziai senza aggiungere altro e uscii dalla sagrestia zoppicando rumorosamente lungo la navata centrale.

Davanti alla chiesa, appoggiato alla volante, un collega decisamente fuori forma leniva il caldo soffocante a colpi di cappello. Stava aspettando me anche se non mi conosceva.

«Maresciallo Biguzzi?»

Cercò di ricomporsi con gesti ancor più scoordinati: «Capitano Cattaneo, non m’aspettavo…»

«Tranquillo, non servono i convenevoli, non sono in servizio.»

«Sì, ma…»

«Le ho detto che non servono.»

Fece uno sforzo per rilassarsi, poi uno ancora più grosso per trovare le parole: «Senta capitano, io ho ripensato a quanto mi disse al telefono, ma mi pare una cosa impossibile.»

«E invece temo non lo sia, ma lo verificheremo subito. Venga con me.»

Tornai di nuovo verso la chiesa, con il maresciallo che seguiva il mio ritmo claudicante.

Arrivati davanti alla canonica gli feci cenno d’aspettare fuori. Non sembrò felice di doversene stare sotto il sole. Dentro la temperatura era decisamente migliore, nonostante l’assenza di condizionatori o ventilatori. Tutte le finestre erano chiuse, la poca luce filtrava attraverso le persiane.

La signora Nina era seduta al tavolo della cucina, le mani raggrinzite strette sui ferri dell’uncinetto.

«Ce ne ha messo di tempo.»

«Avevo alcune commissioni da sbrigare.»

Alzò lo sguardo verso l’ombra che si muoveva davanti alla porta, poi lentamente posò il lavoro a maglia sul tavolo e si mise le mani in grembo, in un gesto d’attesa.

Anch’io rimasi sulla soglia.

«Ha cambiato idea?»

«No.»

«E allora cosa sta aspettando?»

Non lo sapevo, semplicemente la sua sicurezza continuava a mettermi in soggezione.

«Come l’ha capito?» continuò lei.

Ripresi coraggio: «È stato facile, una volta compreso il movente. Ho dovuto solo fare una telefonata e tutto è diventato chiaro.»

«È davvero sicuro d’averlo compreso?» c’era un tono di sfida nella sua voce.

«Forse no. Ma non importa.»

«Sì che importa. L’ho fatto per questa gente, per mostrare loro la Casa di Dio, per insegnare loro a rispettarla.»

«Come le è potuto venire in mente…»

«Al funerale di Saverio c’era la solita gente, qualcuno in più perché è sempre così ai funerali, ma l’omelia di Don Isaia fu un capolavoro che qui non si era mai sentito. Quando neanche dieci giorni dopo vidi la chiesa piena per il funerale della Maria, compresi ciò che Dio si aspettava da me.»

«Davvero pensa che Dio volesse la morte di quelle persone? Questo per lei è essere un buon Cristiano?»

«Io non sono una buona Cristiana, la mia anima è perduta da tempo, ma loro…»

«Ha ucciso delle persone, Giuseppina, Dio non poteva volere questo.»

«Erano ammalate, ho solo compiuto il suo volere.»

«Anche Eugenio Fallaci era malato?»

La donna spostò lo sguardo oltre il mio, alle mie spalle doveva essere comparso il maresciallo Biguzzi.

«Prima vorrei accendere delle candele in chiesa.»

Le feci cenno di andare e noi la seguimmo a pochi passi.

«Non ci posso credere…» scuoteva la testa il maresciallo.

«La signora Nina, al secolo Giuseppina Callioni, è diventata infermiera sotto il regime fascista. Dieci anni dopo la guerra la sua carriera è stata stroncata da un’accusa di triplice omicidio. Ha donato la morte a tre pazienti terminali del suo ospedale e per questo si è fatta quarantanni di carcere. Abita qui dal ’91, vero?»

«Credo di sì, poco dopo che arrivai io.»

«Cioè da quando è in libertà.»

«E avrebbe ucciso il Mosca e il signor Fallaci?»

«Non solo.»

«Oddio, e quanti ne ha fatti fuori?»

Eravamo ormai in chiesa. L’anziana, davanti a una statua della Madonna, stava lentamente accendendo alcune candele, la mano leggermente tremante vicino alla fiamma. Uscì solo dopo avene allineate dodici.

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