Campane a morto

Dove eravamo rimasti?

Nel prossimo episodio, come si schiarirà le idee Cattaneo? Con una partita a carte (60%)

Carte

Stavo solo perdendo tempo.

Al tavolo con me c’era Testaquadra, il chitarrista che avevo conosciuto la mattina e un vecchio chiamato Il Mosca. Io facevo squadra con il mio amico, in mano avevo due fanti, coppe e bastoni, e un sei di coppe. La briscola era denari.

Dopo il buco nell’acqua con l’indiano speravo di cavare qualche informazione da Testaquadra, invece mi avevano incastrato in quella partita.

Ma forse non era una perdita di tempo, forse stavo finalmente facendo ciò per cui ero venuto: rilassarmi e riposare.

Buttai giù il sei.

«L’hai trovato poi Nube che corre?» chiese il musicista, per gli amici Leo.

«Sì, ma… ho solo perso tempo.»

«Che t’aspettavi, è matto come un cavallo!» rise il mio amico.

Il Mosca prese una boccata d’ossigeno dalla bombola che portava con sé: «Al sarà pazzù ma i quatren li ghen.»

Ci pensò Testaquadra a tradurre: «Dice che sarà anche matto, ma di soldi ne ha. Per questo si permette quella vita, suo padre gli ha lasciato non si sa quanti appartamenti in città. Vive di rendita con gli affitti.»

«Però è matto» cercai nuovamente conferme.

«Così è se vi pare» rispose Leo con noncuranza, mettendo in tavola un tre di spade. «Perché, cosa volevi sapere da lui?»

«Stamattina davanti alla farmacia mi aveva accennato una cosa… nulla di che» e strozzai con l’asso.

Il Mosca bestemmiò in dialetto stretto e uscì con la sua bombola per respirare aria vera. Ne approfittai per accendermi una sigaretta e proseguire la mia indagine.

Il passo successivo, l’unico che mi restava, era fare a Testaquadra qualche domanda sul morto, nella speranza nominasse un possibile indiziato.

Ma fu lui a iniziare l’interrogatorio: «Cosa voleva poi da te Angela? Siete stati in giro molto…»

Ero bravo a improvvisare e, anche se mi aveva spiazzato, non mostrai incertezze: «Qualche consiglio, per via dell’eredità. Mi ha detto che anche suo padre si è fatto i soldi con gli affitti.»

Il mio amico andò dietro il bancone: «Hanno una decina di locali in paese, forse di più. Anche il Mestolo è… era roba sua.»

«E com’era? Come locatore intendo.»

Si versò da bere, un brandy: «Con gli altri non saprei, con me era uno strozzino. Non so, forse perché vengo dalla città, ma non mi ha mai dato un attimo di respiro, neppure quando vedeva che ero in difficoltà.»

«Sei stato in difficoltà?»

«Agli inizi, non è mai facile partire da zero. Ma adesso va abbastanza bene, non sto diventando ricco ma non sono venuto qui per fare soldi.»

Avrei potuto approfittarne e chiedergli finalmente perché diavolo si era rintanato nel buco del culo del mondo, ma altre domande avevano la priorità in quel momento. «Ma gli altri, nessuno s’è mai lamentato?»

«Non con me. Eugenio era nato e cresciuto qui, un riferimento in paese, un benefattore timorato di Dio, se qualcuno aveva problemi con lui certo non veniva a parlarne a un cittadino come me.»

«Neppure davanti a un bicchiere?»

«Quelli di qui reggono bene il colpo.» Uscì dal bancone col drink in mano. «Comunque se t’interessa puoi chiedere al panettiere o al barbiere, tutto quel palazzo è roba dei Fallaci. Oppure a Zito, se ricordo bene un paio di anni fa gli ha comprato la farmacia» e affacciandosi alla porta del locale richiamò gli altri giocatori.

Fuori, il Mosca aveva ripreso colore mentre Leo s’era appartato a discutere con il mio amico indiano. Probabilmente era lui il suo pusher.

Nonostante facesse passi lunghi pochi centimetri, fu il Mosca a sedersi per primo: «A l’era un brav hom» mi disse.

Cercai il sostegno del mio amico, ma si stava versando un altro bicchiere.

«L’Eugenio, era bravo» ripeté il Mosca, sforzando il suo italiano «Attaccà ai soldi, questo sì, ma anche generus. Al Machiavelli da Don Isaia usciva sempre a mani vuote, anche se vinceva.»

«Sarà Mosca, ma non basta far donazioni alla chiesa per lavarsi la coscienza.»

«Un tempo bastava» commentò Leo tornando a sedere.

«Sì, nel medioevo!»

«Ti sembra forse che Morino ne sia uscito?»

«Beh, a me sembra quantomeno arrivata sino ai tempi del far west» commentai gettando lo sguardo in strada, verso l’indiano e la sua insolita cavalcatura.

 Leo finse di non cogliere la mia allusione.

Testaquadra aveva gli occhi rossi per un drink di troppo.

Il Mosca diede le carte e mise denari a briscola. Di nuovo.

Io avevo in mano l’asso. E forse, finalmente, uno straccio di pista.

Su chi indaghiamo adesso?

  • Testaquadra, l'amico ristoratore (14%)
    14
  • Leo, lo sfaccendato musicista (29%)
    29
  • Zito, l'altezzoso farmacista (57%)
    57
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