Cose che luccicano

Dove eravamo rimasti?

Cosa volete sapere? Perchè il piccolo specchio è uno di "quegli oggetti" (57%)

Riflessi al Parco Treves

Un piccione pizzica da terra le briciole. Pablito mastica con la bocca aperta, ma si trattiene dal far battute su ogni ragazza che passa, come farebbe di solito. È perché c’è Tamara. Mi chiedo se ci voglia provare.
Dopo lo spritz ci siamo fatti un panino con la porchetta e un paio di bicchieri di prosecco. Abbiamo parlato un sacco. Ha parlato Pablito, perlopiù, facendo ridere Tamara con le storie delle vecchie che vanno a comprarsi scarpe, pantofole e ciabatte, da lui. Gliene succedono di tutti i colori: certe hanno piedi così gonfi da assomigliare alla porchetta intera che sta lì in mostra sul bancone. Con Pablito non c’è che ridere, ogni volta. Siamo ancora seduti fuori, le mani fredde. Pablito si accende una sigaretta.
“C’è l’ho già l’accendino Samir” dice a Samir, alto e nero come la pece, che insiste sempre con i suoi accendini da vendere.
“Alla fine tu non ci hai raccontato nulla”, dico a Tamara.
Lei non parla e mi guarda. Mi guarda come ha fatto qualche volta anche prima, mentre Pablito parlava. Mi guarda come faceva in passato, prima di prendere a andare via. Diceva che ho gli occhi di uno strano colore e che era sicura che io vedessi cose strane. Chissà se lo pensa ancora.
“Anche tu non mi hai raccontato nulla”, sorride.
Io non so che dire. Tamara è l’unica che potrebbe prendere sul serio la storia di Silvie. Tamara è l’unica ad aver capito che le cose strane le vedo davvero. Non adesso, non è il momento, penso.
“Non adesso” dice lei. “Ma le carte aiutano e io le porto sempre con me.”
“Falle a me le carte!” interviene Pablito. “Voglio sapere quando mi sposo, ahahah!”
“Tu non ti sposerai mai Pablito. Nessuna ti vuole…a parte forse le tue vecchie delle scarpe.”

Tamara si fermerà per qualche tempo prima di ripartire. Mi abbraccia forte, ci scambiamo un paio di baci. Mi guarda ancora dritto negli occhi e se ne va.
“Stasera Tamara se ne scappa chissà dove a trovare chissà chi” dice Pablito guardandola che si allontana. “Noi ci vediamo con i ragazzi alla birreria” dichiara. Pacca sulla spalla, mi saluta pure lui.

Mani in tasca ritrovo lo specchietto rubato. Me ne ero quasi scordato. Guardo il cielo e poi m’infilo sotto i portici. Non che ci sia granché da fare o da vedere di domenica pomeriggio.
Io cerco l’ispirazione, ma alla fine mi ritrovo sempre lì. All’ingresso del Parco Treves. È sempre stato il posto più adatto per guardare gli oggetti. È un luogo impregnato delle esistenze ottocentesche, di bambini vestiti di bianco che giocano sotto l’occhio vigile delle fantesche. Uomini con cappello e bastone da passeggio, donne dalla vita sottile, maniche a sbuffo e ampie gonne. I rami dei suoi alberi racchiudono un altro tempo ed è qui che amo scrutare i riflessi. Siedo su una panchina davanti al placido corso d’acqua, davanti alle anatre infreddolite. Non c’è nessuno a parte una coppia di fidanzati sotto il gazebo.
Chissà che direbbero nel vedermi togliere di tasca un piccolo specchio da borsetta, aprirlo e guardarlo. Dapprima ci vedo riflessi i miei occhi. Capita di rado che mi fermi ad osservarli a lungo. Per il colore che hanno, per la forma. Sono strani, come dice Tamara. E non mi piace guardarli troppo è come se mi facessero male. La luce debole del tardo pomeriggio basta ad accendere gli altri riflessi, quelli che portano le storie. È uno di quegli oggetti. Racchiude una visione.
Vedo lo specchio chiuso nelle mano guantata di un giovane uomo elegante, con folti baffi. Poi, lo specchio aperto sul volto di una ragazza. Capelli lunghi, raccolti da un nastro. Piccoli orecchini di perla. Labbra che si schiudono in un sorriso e svelano piccoli denti. È una visione piacevole, che dura poco. Questo specchio è stato un dono, pegno d’un amore passato. Mi sfiora l’idea di regalarlo a mia volta e mi sorprendo a pensare a Silvie. È strano, ma vorrei rivederla. Chiudo lo specchio e lo metto in tasca. Sto per alzarmi quando mi sento sfiorare il collo. Rabbrividisco e resto immobile.

Chi è?

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  • Tamara (83%)
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33 Commenti

  • Ormai ho iniziato “a leggerti” grazie a Léon e continuo a farlo. Solo un suggerimento: ho visto che in questo terzo capitolo ripeti un po’ troppo il nome di Tamara. Cerca di evitarlo usando un pronome o allungando un periodo. Voto ancora lei comunque, Tamara e… aspetto l’eterocromia che nella storia, come ti ho già detto, cimstrebbe tutta. Alla prossima 😉

  • A volte i racconti li trovi per caso, o forse sono loro a trovare te. Quando ho letto “Léon” (io l’accento lo avrei messo sulla “e” come nel grande film francese) ed ho visto che era il nome di un gatto (come il mio, nero) non potevo non leggerti. Tutto qui, dirai? No, “c’era rimasto male che la vecchia non andrà più a comprare pantofole da lui” è stato un tocco di classe. In poche parole ci hai detto che al tipo della vecchia nun je ne poteva fregà de meno e che è un cinico spietato. Brava. Ma anche il gioco di parole “naah. Un ago? Uno spillo? O una spilla?” è stato mirato e voluto (anche se forse era meglio metterci un punto interrogativo come ho fatto io). Insomma, un racconto fluido, molto formale che me piace. Voto Tamara in giro per il mondo e… perchè alla protagonista o Tamara, fisicamente non gli “diamo” l’eterocromia? Per me nella storia ci starebbe tutta! 😉

    • Confesso che avevo in mente proprio il Lèon di Jean Reno, ed ero così sicura che l’accento andasse lì dove l’ho messo che non ho controllato. Proprio vero che il diavolo sta nei dettagli. Grazie per il commento e per i suggerimeni 😉 chissà che non li segua

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