Di Rosa in Rosa

Il primo incontro

Nonna Rosa percorreva, soffiando scocciata, le stanze del suo appartamento per controllare che tutto fosse perfetto. A ritmo di toc e di tac, le sue gambette corte incurvate dagli anni sorrette dal fedele bastone, affrontavano quella maratona casalinga mentre i guizzanti occhi azzurri osservavano critici i mobili, i tavoli e i vetri alla ricerca di macchie, impronte o polvere da eliminare.

La caccia allo sporco da cancellare era dovuta all’appuntamento.

Il solito appuntamento delle 11.00.

Il sesto giorno in quattro settimane perso nell’annosa ricerca di un aiuto casalingo completo, una compagnia domestica, come la chiamavano i suoi figli, una nonna-sitter, amava dire lei, per meglio spiegare le mansioni da svolgere. Era una vecchia bambina bisognosa di attenzioni e di sostegno per compiere molte operazioni. Mentiva un po’ per ingigantire il problema difronte ai figli, — non ho più le capacità di un tempo — piagnucolava abbassando la testa, ma se il fisico la tradiva e le forze talvolta la abbandonavano, il resto non portava gli acciacchi del tempo permettendole di vantarsi dei suoi novantuno anni. Era un modo per cercare affetto e compagnia, nonostante i suoi tre figli e i suoi nipoti l’adorassero, le facessero spesso visita e le sue tre nuore, non senza discussioni, fossero solerte nell’aiutarla e nel metterla a proprio agio quando andava a casa loro.

Da quattro mesi si sentiva più sola, Jackie era tornata in Brasile.

L’aveva assunta come aiuto quel nevoso gennaio di due anni fa e da allora era diventata parte della famiglia. Quando ripensava alla vita gomito a gomito, alle conversazioni e al cibo che le cucinava, risultato assai bizzarro ai primi assaggi, gli occhi le si velavano di tristezza e la nostalgia di quel bel periodo le faceva stringere il cuore.

Non era il momento di abbattersi, tra poco meno di mezz’ora sarebbe arrivata Antoinette, la moglie di Lele, il suo piccolino, l’aiuto imposto in questa ricerca della “bambinaia” perfetta. Alta poco più del metro e sessanta, francese di origine a vent’anni dal suo trasferimento nella città del marito, non aveva perso il suo accento straniero che spesso impastava le parole italiane e confondeva Rosa.

Con la sua voce squillante, non esitava a criticarla, ­— con affetto — affermava, contestava ogni volta l’arredamento, l’abbigliamento, il cibo e chi più ne ha più ne metta. Non che Rosa si offendesse, ma quegli argomenti privi di interesse la obbligavano a impegnarsi per tenere il filo della conversazione, mettendola di cattivo umore e talvolta facendole venire il mal di testa. I suoi lustri avevano superato la maggiore età, fornendole quella sicurezza personale sufficiente per fregarsene dell’etichetta, delle convenzioni sociali, dei divani sformati, della carta da parati demodé, dei vestiti a fiori scoloriti, del colesterolo e della cellulite nelle cosce, poco le importava sei i suoi canuti capelli era gonfi, riccioluti e alla moda trentanni fa: lei si piaceva e ciò bastava.

Le undici erano arrivate, il pendolo del salotto intraprendeva il suo concerto di inizio ora diffondendo in tutto l’appartamento le note della musica westminster. Rosa l’adorava, non valeva nulla: poco legno, tanta plastica, manifattura industriale di massa, ma per lei era come avere la famosa torre londinese attaccato sopra il divano. Tre trilli di campanello, codice per “apri la porta sono di famiglia”, obbligarono Rosa a mettere da parte i ricordi e correre, si fa per dire, ad aprire. Antoinette appoggiata al cancello infondo alla scala d’ingresso biascicava parole sconnesse sull’andare alla strada principale per attendere l’auto della candidata. Non aspettò neppure una risposta, si allontanò mentre Rosa annuiva per rassicurarla di aver compreso il piano. Andava ad aspettare, Bresha Dushmani, reclutata con il passaparola, rumena per nascita, in Italia per migliorare la sua vita, sponsorizzata da Claudia, la collega di Antoinette. Nipote della sua aiutante, ne aveva tessuto le lodi, affermando ogni qualvolta in ufficio si discuteva dell’argomento — se è come la zia, fidata, scrupolosa, sempre attenta a tutte le possibilità, sempre disponibile non potrai lamentarti, forse la lingua per i primi tempi, ma poi… —. Così all’ennesimo tentativo fallito con signore di tutte le età e le nazionalità, la famiglia aveva deciso di seguire il consiglio di Claudia.

Rimasta sull’arco della porta, Rosa spiava la strada e appena vide girare una piccola auto gialla aprì il cancello per far entrare l’ospite. I suoi occhi si spalancarono quando dal lato guidatore scese un ragazzo a cui Antoinette fece strada salendo le scale. Entrambi si fermarono sul pianerottolo davanti a Rosa:

— Buongiorno — disse il giovane,

— Buongiorno — rispose Rosa, facendosi da parte per farli passare e fissando di traverso Antoinette che le restituì uno sguardo dubbioso e meravigliato.

Chiusa la porta con un rumore sordo, erano tutti e tre in piedi e si fissavano, non senza imbarazzo, quando s’intuii che Antoinette stava per parlare…

Cosa disse?

  • — Scusatemi, ma devo rispondere —. Nell'istante in cui aveva tentato di parlare era stata interrotta dallo squillo del suo cellulare. (25%)
    25
  • Avremmo preferito una donna, ma visto che oramai siamo qua, vorremo farle delle domande? (25%)
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  • Ci dispiace, ma avevamo capito che era una donna. Mia suocera non si sentirebbe a suo agio con un uomo, visti i compiti da svolgere. (50%)
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69 Commenti

  • Anche a me, se devo essere sincero, il finale mi è parso un
    po’ affrettato, ma è oggettivamente difficile chiudere una storia come la tua. E lo è perché c’è tutto un mondo da raccontare e da descrivere, un mondo complesso che avrebbe meritato uno sviluppo più articolato. Sono sicuro che le cose che hai da raccontare sugli Archein sono ancora tante e spero che presto tornerai a scriverne… Sono tante le cose che mi sono piaciute nel tuo racconto, come ho già avuto modo di scriverti nei commenti ai precedenti episodi. A questo punto non mi rimane che farti i complimenti: bravissima davvero!

    • Credo come ho detto di aver calibrato male le parole, forse sintatizzare l’inizio storia avrebbe aiutato. Mea culpa, ma nota. Visto che io adoro più i personaggi le caratterizzazioni e le scene più delle storie stesse. Non nego che anche io, letta da mia storia da esterno, avrei molte domande da fare sugli Archein. Credo che tornerò a scrivere di loro, anche se adesso vorrei sperimentare un altro tipo di scrittura. Vorrei provare un giallo, qualche omicidio e morto ammazzato…vedremo come andrà.
      Grazie per avermi seguito e per i complimenti, spero che starai con me anche alla prossima storia!

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