Paradise C.I.T.Y.

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Hai un cottage che dà su un panorama mozzafiato, vigneti a perdita d’occhio che dovrebbero ricordarti la Toscana. Venti giorni di ferie pagate festività escluse. Il portatile ultrasottile, i pasti gratuiti e tutto il resto. Hai quel che di non quantificabile, chiamalo pensiero creativo o colpo di genio, e proprio per questo così prezioso. Hai ventisette anni e delle stock option, cazzo. Poco importa che tu non sappia dove o cosa sia la Toscana, tanto meno scrivere cottage senza un editor di testo con correzione automatica. Te lo sei meritato. Sei il candidato ogni centocinquanta che si sistema per la vita.

Finché sul più bello, un mattino (ok, in realtà quasi l’ora di pranzo) non trovi la scrivania sgombra e pattugliata da un uomo tutto modi rassicuranti e occhiali da sole. Suppergiù la tua età, trent’anni al massimo. Completo nero su misura. Niente etichette o loghi, niente cravatta, e questo, conoscendo la politica di abbigliamento informale del Gruppo significa che delle due l’una, o è un pezzo grosso oppure non compare da nessuna parte nell’organigramma aziendale, messo a contratto alla generica voce “consulente per la sicurezza”. Prima che te ne renda conto ti sta scortando verso l’ala più remota del campus. Mezz’ora abbondante di cart elettrico da qualunque altro edificio. Una stanza che non risulta su nessuna piantina Io Sono Qui: una scrivania grigia, due sedie grigie, schedari coperti da uno strato di brina. Niente a che vedere con le sale relax riservate ai dipendenti, disseminate di pouf a sacco in sgargianti colori confetto e videogiochi in versione beta. Una volta lì, ovunque si trovi lì, ti chiede: “Da quanto sei con noi?” e tu pensi ci siamo, fine della storia, niente più dividendi. Dovrò pagarmi il dentista da solo.

“Tre anni.” Il fiato ti si condensa a contatto con l’aria polare. Seppellito vivo, n piani di fibra ottica sotto terra. Non ci vuole la tua laurea in information technology per capire che non si tratta di una delle solite verifiche trimestrali del livello di soddisfazione del personale.

“Tre anni,” ripete senza mai guardarti negli occhi, scorrendo i messaggi su uno smartphone identico al tuo. “È un mucchio di tempo.” Quasi si limitasse a leggere quanto è appena comparso sul display. “In tre anni ci si abitua praticamente a tutto. Mogli, dittatori.” Ha  capelli biondo scuro, cortissimi; tratti e accento che senz’altro definiresti scandinavi, se solo avessi un motore di ricerca a portata di mano. “A te sembra di amarli o temerli, di fare il tuo lavoro nello stesso modo in cui lo hai sempre fatto.” Potrebbe andare dritto al sodo, dirti che hai bisogno di un avvocato, offrirti una buonuscita e finirla qui. “Senza accorgetene cominci a guardarti in giro, a sentirti lusingato dai sorrisi di una collega che non avevi mai notato prima. Che non avevi mai voluto notare.” Invece ti gira intorno, ti punta con la pazienza di chi sarebbe capace di pedinarti per mesi. “Lo so,” conclude “suona tutt’altro che romantico.”

“Non sono sposato.” Però hai quattordici mensilità e uno spazio cloud che non riempiresti in tre vite. Hai tutte queste cose, più l’assicurazione sanitaria e l’ingresso illimitato in palestra e il diritto a un anno sabbatico retribuito, senza neppure esserti dovuto sforzare di desiderarle.

“Questo lo sappiamo.” Con una mano sgancia il primo bottone della giacca. Con indice e medio dell’altra estrae dalla tasca interna una busta di plastica. La poggia sul tavolo. “Con noi invece hai firmato un accordo di riservatezza.” No, non ti chiederà di dare un voto da uno a dieci al tempo medio di attesa in mensa. L’involucro trasparente ti ricorda quelli per la schiuma da barba nel bagaglio a mano, solo più piccolo o più grande. Non ne sei sicuro, non sali su un aereo da tre anni. Al suo interno, lucida e affusolata, un obelisco alieno in miniatura, c’è una memoria usb ad alta velocità di trasmissione. Nera, niente etichette né loghi. E questo, conoscendo la politica del Gruppo sulle informazioni sensibili significa che delle due sono vere entrambe, sei in guai seri e non da oggi. Ti domandi se da dietro lo specchio vi stiano osservando altri uomini in completo scuro. I suoi stessi muscoli a gonfiare la camicia, identico persino il taglio d’ordinanza.

“Cos’è?” chiedi, studiandola in controluce come un vecchio negativo.

Una raffica di mitragliatore nel corridoio ti spaventerebbe meno del silenzio catacombale che ti offre in risposta, incrinato solo dal ronzio dei server al lavoro ventiquattro ore su ventiquattro e Satisfaction di Stevie Wonder che ti arriva da qualche parte, forse da dentro la tua testa. Finché sul più bello, quando ormai pensavi che nessuno te lo avrebbe domandato, non si sporge verso di te, la sedia che cigola all’indietro sul pavimento di linoleum mentre ti bisbiglia:“Dimmelo tu.” E allora pensi: due persone in una stanza, una che può decidere il destino dell’altra. Non è molto diverso dal mio primo giorno a Paradise City.

 

 

Se questo invece è il tuo primo giorno a Paradise City, allora devi scegliere come farlo cominciare.

  • Con un'email anonima. (80%)
    80
  • Con una riunione in ufficio. (13%)
    13
  • Con un giro del campus. (7%)
    7
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12 Commenti

  • Molto, molto interessante, sia per lo stile che hai scelto di utilizzare sia per la storia che inizi a delineare in questo capitolo.
    Per il prossimo episodio voto “una email anonima”.
    Seguo e aspetto i prossimi episodi.

  • Ho apprezzato molto lo stile che hai applicato alla storia. Trascinante, senza punti morti e una notevole capacità dialettica. L’incipit rende bene l’idea, ne uscirà di sicuro una grande storia. Ho votato per l’email anonima. Ciao!

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