L’albero dell’ambra

Colpo di fulmine

Bentham pensò che l’odore venisse dalla sua tuta. Si rigirò: il rivestimento isolante, uno spesso strato di gomma nera che doveva farlo sembrare un gigantesco pupazzo, non sembrava essersi danneggiato. Il lampo lo aveva avvolto, scorrendogli attorno senza toccarlo, per poi riversarsi a terra a colpire l’erba. Quella si rizzò dal suo torpore: come attratta da una forza invisibile, si volse al luogo da dove era venuta la scarica elettrica e, come distendendosi, ne accolse il dono. Ora, i ciuffi argentei intorno al ricercatore pulsavano di un’indistinta luce grigio-argentea.

Bentham non era mai stato colpito da un fulmine. Soprattutto, non era mai stato colpito da un fulmine lanciato da un albero. Un cipresso, per di più: “Taxodium distichum,cipresso delle paludi, pagina 312,Enciclopedia onnicomprensiva della flora endemica e della biologia del New England – Volume I” pensò. “Onnicomprensiva un accidente. Si sono dimenticati di listare il voltaggio di queste erbacce.” Ingoiò la rabbia e riprese la misurazione del tronco.

Ne stava misurando il diametro, tredici metri in media, quando il visore interno del casco s’illuminò. Nella parte inferiore comparve l’immagine immobile di una ragazza di non più di venticinque anni. Portava i lunghi capelli castani sciolti lungo le spalle, gli occhi neri di sonno contornati da robusti e spessi occhiali a montatura grossa. Al bordo dell’inquadratura, si distingueva quello che doveva essere uno strano camice da laboratorio, ma che Bentham sapeva essere in realtà la parte inferiore di una tutahazmat.Di fianco a lei, una lunga linea iniziò ad animarsi. Bentham la vide sollevarsi pigramente, per poi ricadere in un tonfo.

«Tutto bene, principessa?»

«Tutto bene Janet. Grazie di aver chiesto.»

«Figurati. Sarebbe un peccato ci morissi proprio adesso.»

«Preoccupata per la mia salute?» Bentham azzardò un tono smaliziato.

«Sarebbe un peccato se laggiù ci mandassero me.» Non c’era complicità, nel suo tono.

Bentham rise. La sua voce era quella di un vecchio, roca anche mentre rideva. “Trentasette anni da geologo, ed ora mi trovo a fare il giardiniere” pensò. “Mentre una ragazza qualunque si prende gioco di me… Ammazzerei per una sigaretta. Dio solo sa cosa farei per una Winchester!”

Ripose la strumentazione e si mise a sedere su una roccia, il più lontano possibile dal cipresso. Respirò.

«Qualche notizia dal QG, miss Avery?» Chiese.

«Nessuna. Per quanto ne sappiamo, l’infezione potrebbe essere stata confinata a Dover come a Newark. Magari tutto il Delaware è finito sulla graticola e noi non ce ne rendiamo conto.» Il tono della dottoressa Avery era più scuro di quanto Bentham fosse disposto a sopportare.

«Mi avete trovato un collega?»

«Cristo… Parks, nessuno qui è così pazzo da accompagnarti.»

«Le tute sembrano reggere.»

«Già… Le tute…» La linea di Janet si fece più piatta del solito. «Com’è l’albero?»

«Com’è?» Ripetè Bentham, guardando davanti a sé.

L’albero era impossibilmente grande. Non c’erano mezzi termini, per descriverlo. Anche per un albero della sua specie, era eccezionale: il suo corpo, nodoso e riavvolto come acciaio piegato, si lanciava in alto per più di sessanta metri, raggiungeva il cielo, squarciandolo. I suoi rami, e gli aghi da quelli, ne penetravano l’azzurro, gli si aggrappavano diffondendosi ovunque, come volessero artigliarne la superficie fino ai bordi, per accartocciarli e assorbirli a se. Attorno alla punta del grande albero dell’ambra, come lo chiamavano quelli del QG, un ammasso di nuvole nere come la notte gli si gettavano contro come non potessero controllarsi, e nell’aria aleggiava quella che si sarebbe detta elettricità statica, se non si fosse potuta effettivamente vedere scintillare in migliaia di piccole esplosioni come fuochi fatui. Sotto, l’albero ne rifletteva i giochi di luce dalla sua corteccia spessa e inattaccabile, cromata eppure volatile come una pozza di argentovivo. Le radici non entravano semplicemente nella terra: la perforavano come tante siringhe lucenti. L’integrità della sua superficie era metallica, nel vero senso della parola.

«Beh, direi che è abbastanza particolare.»

Prima che il silenzio radio si interrompesse ci vollero alcuni secondi: «Cosa intendi con “particolare”?»

«Intendo dire che questo è il maledetto stronzo che si sta mangiando tutti gli altri alberi da Bethany Beach fino alla fottutissima Georgetown e fulminando tutti i disgraziati figli di puttana che gli si parano davanti! Questo intendo dire.» La dottoressa Avery non disse una parola. «Ora, Janet, posso sapere perché non volete darmi un cazzo di collega?»

Bentham Parks rimase ad ascoltare alla radio della sua tuta da attrazione turistica per qualche secondo. Solo dopo che aveva deciso di dire finalmente a Janet quello che pensava di lei, s’accorse che la sua immagine era sparita dal casco. Attorno a lui, i fiocchi d’elettricità l’avevano completamente ricoperto.

«Stupide interferenze del cazzo.» Disse, e guardò l’albero d’ambra: «stupido fottutissimo tronco marcio.»

Chi sarà il protagonista del prossimo capitolo?

  • Nessuno dei due (10%)
    10
  • Janet (60%)
    60
  • Bentham (30%)
    30
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97 Commenti

    • Mi fa piacere che ti sia piaciuto il racconto fino ad adesso. Come forse si sarà capito dai toni misteriosi del capitolo, manca ancora parecchio a che la trama si risolva. Conto già di scrivere una seconda parte, esauriti i prossimi due capitoli. D’altronde, la trama ne ha bisogno. Spero potrai seguirla con piacere fino in fondo. ^^

  • Il tuo racconto mi ha colpito molto perché è originale e coinvolgente; mi è sembrato molto interessante soprattutto il modo in cui hai costruito l’ambientazione: le immagini che crei sono estremamente vivide, è stato facile per me calarmi nel tuo mondo “apocalittico”. Anche i tuoi personaggi sono ben caratterizzati, hai dato loro un’anima. L’unico appunto che ti faccio riguarda lo stile: non ho trovato adeguate alcune scelte lessicali che hai fatto perché stonano con il tono generale della narrazione. A parte questo, devo dire che il tuo è davvero un bel racconto!

    • Ti ringrazio. Ti dirò, credo che nello scrivere di fantascienza venga quasi naturale tentare di fornire al lettore qualcosa di più della stretta trama. Dopotutto, se di fantascienza stiamo parlando, penso sia pressoché necessario tentare di non sminuire la parte scientifica, anche se non appartenere alla cerchia di chi sulle scienze naturali si è formato può presentare un qualche ostacolo (per fortuna ho amici più preparati di me, in materia). Sono contento che le spiegazioni siano risultate godibili: cercherò di mantenere il livello altrettanto alto anche in vista dei prossimi capitoli.
      Grazie ancora. ^^

  • Di Nat sappiamo così poco. Sembra timido, inadatto ad affrontare quello che sta succedendo. Io dico che è bene che si sappia di più su di lui. Deve avere più peso in questa storia. L’ho votato e spero che vinca. ^^

  • Wow, sono rimasto molto colpito da questo ultimo capitolo. Di colpo il racconto ha preso una piega inaspettata e quasi lovecraftiana. Anche l’uso della formattazione contribuisce a sottolineare il concetto.
    Ho votato per Bentham, ma solo perché non c’è l’opzione per il Senza Volto. Spero che non sia l’ultimo capitolo che gli sarà dedicato prima della fine della storia.

  • Questo racconto mi sta piacendo sempre di più. Davvero inquietante la descrizione del mostro. Anche la formattazione particolare di questo quarto capitolo mi pare molto azzeccata. Cattura la natura aliena e diversa della creatura senza cadere nel vago o nel trito.
    Davvero bravo.

    • Eh, purtroppo me ne accorgo sempre troppo tardi (ad esempio, nel primo capitolo, copiaincollando da OpenOffice, mi ha cancellato tutti i corsivi e anche qualche spazio). A dire il vero, un pulsante “modifica” ci starebbe bene su questo sito.
      Comunque, ti ringrazio per la valutazione positiva: spero di riuscire a essere altrettanto intrigante coi prossimi capitoli. ^^

  • Mi sono messo un attimo a scartabellare su Google Maps per vedere un attimo a quanto poteva andare veloce questo contagio. Supponendo che non ci siano barriere naturali a impedirne la diffusione, la buona vecchia cartina elettronica mi da un viaggio di circa 150km da Bethany Beach a Newark passando per Georgetown (supponendo che effettivamente il contagio sia arrivato a Newark secondo i calcoli di Nat). Quindi, dato che da Newark a Philadelphia ci sono circa 60km, ho calcolato che la malattia viaggia a circa 15km/h, cosa che significa che gli eventi di Georgetown devono essere accaduti si e no 10 ore prima. Un po’ poche no? Decidi tu cosa farne di questi dati. 😉

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