L’albero dell’ambra

Dove eravamo rimasti?

La prima parte del racconto giunge alla sua conclusione. Ora non resta che decidere questo: chi sarà il protagonista dell'ultimo episodio? Janet (86%)

Nel braccio della morte

L’uomo col camice portava lenti spesse, era giovane e bello. Aveva una barba ispida che gli copriva il volto scuro, puntato da sottili occhi verdi smeraldo ed era alto quasi da fargli toccare il soffitto. Aveva le spalle larghe e muscolose, e nonostante questo si muoveva leggero, come se la terra non potesse trattenerlo. Quando entrò nella stanza, non finse nemmeno di interessarsi alle due donne. Per tutto il tempo che si trovò tra loro, non disse mai una sola parola, né lesse alcuna delle cartelle che i suoi assistenti tentavano inutilmente di mettergli tra le mani. Invece, si limitò ad indicare la dottoressa Monsanto, e tantò bastò.

Degli uomini in divisa le si erano fatti subito intorno e le avevano indicato un corridoio, facendole segno muoversi. Kim era confusa, li aveva seguiti con la stessa espressione di un agnellino che si facesse spingere dai cani del pastore, senza sapere bene dove stesse andando. Prima di uscire, guardò Janet con un espressione vacua, come a chiederle cosa stesse accadendo. Lei le aveva restituito uno sguardo sicuro, annuendo: “andrà tutto, Kim. Presto saremo fuori di qui. Questi militari ci porteranno in un posto sicuro”, pareva dire.

Ma poi, Kim non era più tornata, e quando i militari si ripresentarono da lei, tenendole le armi puntate addosso, era fin troppo chiaro che non era affatto loro interesse dirle dove fosse, o cosa intendessero farne di lei.

La stanza in cui l’avevano portata era minuscola. Quattro pareti di un paio di metri ciascuna, e nient’altro. Ce l’avevano sbattuta dentro, ammanettata, e s’erano chiusi la porta alle spalle. La luce era stata lasciata spenta.

Da allora, dovevano essere passate più di otto ore. I polsi le facevano un gran male ed iniziava a sentire la fame risalirle per la bocca dello stomaco. Gli occhi le pulsavano per la carenza di sonno e il cuore le batteva forte ogni volta che sentiva dei passi andare per i corridoi, fermarsi, riprendere la loro marcia.

Janet poggiò la testa alla parete, e tentò di calmarsi.

Fu allora che sentì le grida. Venivano da lontano, ma erano abbastanza forte da poter essere udite chiaramente. Kim gridava con una forza che stentava a credere fosse possibile. La sentiva ansimare, digrignare i denti, scavare con le dita lungo il freddo metallo. Pareva che ogni fibra del suo essere fosse stata trapassata da milioni di aghi arroventati e pareva che quel tormento non dovesse mai avere fine. Ad un certo punto, Janet aveva sentito dei colpi, sordi e regolari, come di qualcuno che s’agitasse in un sonno terribile, senza riuscire a svegliarsi, e un tuono così forte da far tremare le pareti.

E poi, era tutto finito. Janet era rimasta ad ascoltare in silenzio, facendosi mille domande a cui il silenzio pareva dare una sola possibile risposta.

Qualche tempo dopo, l’uomo col camice venne anche da lei. Apparve sulla soglia dello stanzino in un lampo di luce asettica. Il nome “Martinez”, ricamato sul suo camice, era sporco di sangue.

Un soldato entrò nella stanza e la tirò in piedi. La spinse avanti verso l’uomo in camice, che la squadrò per qualche momento. Guardò al soldato: «Stanza centoventidue. Al più presto. Vedi di sbrigarti. Lee vuole che la dose sia somministrata in tempo per l’evacquazione.»

«L’hai sentito il dottore, no? Avanti: cammina!» Lo spintone la fece quasi cadere. Janet squadrò il soldato per qualche secondo: una grossa semiautomatica gli spuntava da una fondina sotto l’ascella. Decise che non era il caso opporsi, e camminò.

Passarono avanti a corridoi deserti, a stanze piene di letti vuoti, a banconi abbandonati e a cartelli sbiaditi, passarono oltre ai silenzi e all’inutilità che un posto come quello poteva avere di fronte al potere dell’Ambra. Infine, raggiunsero la stanza cui era destinata lei.

La 122 non era poi così diversa dallo stanzino in cui l’avevano rinchiusa fino a quel momento. Era ugualmente umida, e quasi altrettanto vuota, se non fosse stato per una lettiga di ferro e un carrello sul cui vassoio erano riversati strumenti che lei non aveva mai visto. E una boccetta. Una boccetta al cui interno si trovava un liquido ambrato, vibrante, e quello che sembrava un piccolo fulmine.

Janet si guardò i polsi. Li tese quanto più poteva.

«Cosa ne sarà di me ora?» Chiese al soldato.

«Cosa cazzo posso saperne?» Disse quello, e si voltò.

Quando la catena delle manette di Janet si chiusero intorno al suo collo, non ebbe nemmeno il tempo di grugnire. Si mise solo le mani alla gola cercando disperatamente di liberarsi, ma non servì a nulla: Janet lo spinse a terra col peso suo corpo e tirò. Il trauma spezzò di netto la laringe del soldato, uccidendolo sul colpo.

Janet prese la boccetta dal tavolo. Guardò nei corridoi deserti e inizò a correre, le manette ancora ai polsi e la pistola del soldato nella mano destra.

Nell’ospedale, non c’era più nessuno che potesse fermarla.

“Certo, non ci vorrà molto prima che trovino il corpo” pensò Janet.

“Ma quando le sirene di Kitty Hawk risuoneranno a Filadelfia, io sarò già lontana.”

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