A Ferranova i treni arrivano sempre in ritardo!

Dove eravamo rimasti?

Siamo alla fine... Come sempre a voi la scelta. Pink, concludi e parla di Mario! (50%)

Mario: una vita vissuta!

L’ultimo treno è andato via e, io, prima di chiudere la stazione, mi fumo l’ultima sigaretta della giornata, perché in casa c’è il divieto assoluto e io lo rispetto.

Mi siedo sulla panchina. Oggi i pensieri si rincorrono così come le emozioni. Ho conosciuto persone, ho raccolto storie, ho custodito segreti, ma è su questa panchina che la mia vita è cambiata.

Lavoravo a Ferranova da tre anni, il mio cuore era già cambiato grazie alla signora Evelina, quando in una splendida mattina di maggio, nell’aria il profumo intenso delle rose, qui, su questa panchina si sedette Ornella. Due occhi neri come la pece, una fossetta sul mento, un sorriso aperto e due mani che non stavano mai ferme.

Ricordo che rimasi impalato, grande e grosso com’ero, a fissare quell’esile figura che illuminava tutto intorno a sé.

Ricordo che mi sorrise.

Ricordo che mi persi in quel sorriso.

Una lacrima leggera, sfuggita al mio controllo, scende lenta lungo la mia guancia, quasi come se non volesse farsi scoprire, ma io la sento…La sento perché sono vent’anni che mi lacrima il cuore.

Ricordo che dissi qualcosa di stupido e lei rise.

Ricordo che si alzò, mi tese la mano, pronunciando il suo nome: Ornella.

Io quella mano la presi e non la lasciai più andare.

Non so come, si innamorò di me e dopo due anni coronai il sogno della felicità: il matrimonio e la vita insieme, finalmente.

Grazie ad Evelina avevo imparato ad amare il mio lavoro. Grazie ad Ornella avevo imparato a dare amore.

E, io, alla vita non chiedevo nulla di più.

Mia moglie mi completava, laddove finivo io, iniziava lei, in una perfetta e simbiotica fusione.

E’ vera quella storia delle due parti di una mela, è vero che quando incontri l’amore ti senti completo e appagato. E’ vero che se sorride lei, sorridi anche tu. Ma di più.

Ricordo che su questa panchina Ornella mi annunciò l’arrivo del nostro primo figlio. Dal nostro amore, nacque una bambina che chiamammo Oriana. L’oro del sole della nostra semplice vita.

Ricordo che da questa panchina, Oriana scese e mosse i suoi primi passi.

Ricordo che era una bella mattina di sole quando i miei amici Lucia e Gualtiero, gli occhi lucidi e la voce rotta, mi invitarono a sedermi sempre qui.

Oriana avrebbe compiuto due anni.

Ornella trenta.

Non li avrebbero mai festeggiati in vita, perché un furgone tolse loro il respiro, investendole in pieno.

Ricordo che il mio cuore si fermò. La nebbia più densa. Le lacrime, le parole, le carezze. Il tempo.

La vita mi aveva donato tutto. E in un attimo si era ripresa tutto.

Non ci sono parole per descrivere la perdita di una moglie e di un figlio, o almeno io non riesco ancora a trovarle. So solo che mi sentii perso, spezzato, incapace di reagire.

Non vi dico di quanto fu difficile rialzarmi. Vi dico solo che una mattina di maggio sentii un profumo fortissimo di rosa investire la stazione. Istintivamente, ricordo che mi voltai verso la panchina e mi parve di scorgere Ornella e Oriana che sorridenti tenevano delle rose in mano.

Lo so, la mia fu solo suggestione. Ricordo, però, che delle lacrime copiose e violente presero a bagnarmi il volto e dei singhiozzi scuotermi il petto così come non mi accadeva da tempo.

Non sono mai stato un credente e non ho potuto affidarmi alla fede per tentare di lenire il dolore. Però, presi a sognare ogni notte le mie due donne. In ogni sogno sono serene e si tengono per mano. Sono passati anni e anni, ma ogni notte mi accompagnano.

Avevo perso una parte di me, la più bella e la più buona, però le avevo conosciute.

Imparai a convivere col dolore e con la mancanza, ma mi riportò alla vita la consapevolezza di aver potuto conoscere l’amore e la felicità di una donna e di una figlia, anche se per poco tempo.

Il grande amore che tenevo dentro, in un tentativo di sepoltura, e il grande amore che avevo ricevuto mi hanno aiutato a non trasformare il mio dolore in aridità. In cattiveria. Mi hanno aiutato a trasformarlo in amore verso gli altri. In solidarietà. In impegno per la vita.

Dedico la mia vita alle storie di Ferranova, perché so che accanto ho due amori. Non li vedo, ma li sento. E loro mi ripagano ogni notte facendomi dolce compagnia.

Non mi sono più innamorato, no per non tradire il ricordo di Ornella, ma perché il mio cuore di uomo batte ancora solo per lei. Forse, perché sono stato uno dei pochi (chissà?!?) a conoscere e riconoscere l’amore vero subito. Perché l’ho vissuto e non combattuto. Perché il mio cuore di padre vive per uno scricciolo col nome che mi ricorda il sole.

L’amore, in tutte le sue molteplici sfaccettature, è l’unico filo conduttore della nostra vita. Amo mia moglie e mia figlia. Amo la vita, nonostante tutto. Amo il mio lavoro. Amo le giornate di sole. Amo le persone e le loro storie.

Amo me stesso perché il dolore non mi ha reso diverso. Perché sono ancora in grado di amare, gioire, soffrire.

Perché sono in grado di vivere.

La sigaretta è ormai finita.

Ornella non voleva sentire la puzza del fumo in casa. E, io, questo divieto lo rispetto, perché le mie donne vivono. Dentro di me.

 

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