Non alzate quel tappeto

Dove eravamo rimasti?

Ultimi due capitoli, quale filo della storia volete seguire? Quello rosso: pericolo. (47%)

Pericolo e Bontà

Fatma Sabil sente che le trema la palpebre destra. Osserva fuori dalla finestra, poi va a sedersi sul letto. Si accarezza i lunghi capelli, liberi dal velo. Ha le sue ragioni per essere nervosa, le sono arrivate voci di fatti di inaudita gravità. Eventi che potrebbero rovinare tutto ciò che hanno faticosamente costruito, proprio ora che iniziano le fasi più importanti e delicate del piano. Fatma ha un appuntamento con lo sceicco, si alza e inizia a sistemarsi il velo grigio scuro. L’orologio che tiene al polso le conferma che manca un’ora all’incontro in moschea, ha tempo.

Ha tutto il tempo che vuole per fare ciò che si è prefissata. Non può lasciare che li rovini tutti quanti. Fatma prende la sua valigia chiusa nell’armadio, tira fuori la pistola e la infila in borsa. E’ una Beretta già carica, le basterà togliere la sicura. Per la causa sono tutti sacrificabili, ma i traditori prima degli altri.

Raja sta lavando dei calzini quando sente il campanello, dal suono le è subito chiaro che è qualcuno fuori dalla porta. Non aspetta nessuno, ma ha troppi pensieri e la testa le duole da quando ha detto all’agente Fisher che non avrebbe abbandonato a Alì. Se voleva avrebbe continuato a spiarli, almeno questo glielo doveva dopo la morte di Golfind, ma dentro di sé Raja si sente combattuta e incapace di pensare razionalmente. Per questo motivo non si sorprende che qualcuno sia passato inosservato dal portoncino del condominio senza suonare, va ad aprire e spalanca la porta con le mani ancora bagnate.

Quanto spesso ci capita di prendere decisioni avventate, di non badare all’istinto che vorrebbe farci notare le increspature nella normalità? E poi, quando ci rendiamo conto dello sbaglio, dell’avventatezza, dell’ingenuità, è spesso troppo tardi per rimediare.

Raja fa un passo indietro, è sorpresa di vedere lì sua cognata. Non aveva mai detto ad Alì di averla vista, né lui l’aveva nominata. D’improvviso ha paura, ma ancora non riesce a rendersi conto del pericolo. L’ospitalità le impone di farla entrare e così fa.

Sei sola?” le chiede Fatma. Non si sono neanche salutate.

Io..si, certo. Alì è al lavoro, tornerà più tardi se vuoi..”.

Non voglio parlare con lui” la guarda e fa qualche passo in casa.

D’accordo” Raja la osserva, qualcosa le dice che dovrebbe mandarla via, ma come può? “Accomodati” le dice.

La donna velata di grigio non si siede, né si muove. Con una mano tiene la borsetta stretta al fianco, si limita a guardarsi intorno.

Non sapevo fossi venuta a New York, la famiglia com-” viene interrotta.

Io so tutto Raja e per questo sono qui” si volta e la fissa “Hai preso una brutta strada. Perché vuoi tradire la tua famiglia? La tua tradizione?”.

Raja deglutisce ed è solo ora che capisce che non avrebbe dovuto aprire la porta, ma già sa che è troppo tardi. Il telefono che usa per contattare l’agente Fisher ora è lontano, in un cassetto del comodino. Troppo lontano ormai.

Farai del male ad Alì, lo deluderai. Vuoi metterlo nei guai? Lui non ha fatto abbastanza per te?” le chiede.

La ragazza si siede sulla poltrona, si lascia scivolare in basso. L’acqua sulle mani le sembra gelata adesso, pensa che vorrebbe asciugarsele ma non sa dove farlo. Fatma le si avvicina, rimanendo in piedi.

Io… non so di cosa parli. Alì, lui, è un brav’uomo… io” Raja si sente scoppiare il cuore, balbetta, non le è mai capitato.

Subito dopo ciò che la spaventa non sono tanto le dita di Fatma che aprono la cerniera della borsa e ne escono impugnando una pistola, ma più che altro il sorriso che ha stampato in faccia. Un sorriso di beatitudine, guardandolo si accorge che sta muovendo le labbra in silenzio. Appena Raja capisce che sta pregando sa anche che è finita, il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare. Le pare di vedere lo svolazzo di un telo grigio, poi spira.

Quindici minuti dopo Fatma cammina per strada diretta alla moschea, qualcuno andrà a sistemare ciò che è accaduto. Adesso deve occuparsi di Alì, di placare la sua rabbia e la sua tristezza. Sentimenti giustificati, che solo la bontà del Signore potrà cancellare. Grandi imprese richiedono la loro massima attenzione, adesso.

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Succede spesso che siano i buoni a morire. Questa è una storia di scelte. I personaggi sono finti ma sono anche veri, ognuno di loro ha deciso per sé stesso. Tutti vogliono migliorarsi e per farlo usano i mezzi che possiedono o li creano secondo le loro capacità. L’attentato di cui si è parlato accadrà il 26 febbraio 1993 provocando sei morti e mille e quarantadue feriti. Sarà il primo colpo inferto al cuore dell’America, con la sola convinzione che un maltorto possa vendicarne mille altri passati. Gli uomini sono esseri semplici, a volte banali, qualche volta straordinari. Tutti facciamo delle scelte, giuste o sbagliate? Forse solo il Destino, un giorno, ce lo dirà.

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255 Commenti

  • “…il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare.” è il riassunto intero di questa storia dal finale amaro ma tremendamente vero. Chi in nome di Dio, chi in nome dell’ego, chi in nome di una bandiera, tutti facciamo delle scelte. Nessuno può dirci con assoluta certezza se giuste o sbagliate. Bravissima, Serena.

  • Grande finale, amaro e purtroppo autentico.
    Tutti facciamo delle scelte e questo di per sé dovrebbe terrorizzarci, perché non abbiamo quasi mai abbastanza informazioni per fare la scelta più giusta. Questo in un certo senso vale anche per chi prende certe strade di sangue ed è paradossalmente ciò che li rende fanaticamente convinti di essere nel giusto.
    Arrivederci al prossimo racconto!

  • Quando un autore scrive una frase come questa: ” … il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare. …” , ha già vinto. Perchè, che tu l’abbia scritta coscientemente oppure no, questa frase racchiude il tema di tutta la storia e con esso gli intenti dei terroristi e delle vittime. Una metafora eccellente: non capisco dove si annida il male e lui mi ha già colpita al cuore. Ottimo e irreversibile, ormai sei consacrata come una vera scrittrice dotata di intuito poetico e raziocinio invidiabile.
    Niente tiene testa a un simile epitaffio. Il resto è noia, come diceva il califfo, poiché nessun “maltorto” giustifica la vendetta, se di vendetta si parla e non di complotto. Ma questa è un’altra storia. Tu hai vinto prima di cominciarla.

    • Ciao! Sono contenta che ti sembri più vero un finale del genere, del resto la realtà è questa e non tutte le storie finiscono con un “vissero felici e contenti”. Giusto o sbagliato, è così.
      E grazie per tutto il resto 🙂 la storia è una mia passione, sono felice di riuscire a coniugarla con la fantasia.

  • “Quanto spesso ci capita di prendere decisioni avventate e non badare all’istinto…” succede quando il destino è già scritto e niente può modificarne i piani. Mi è piaciuta la tua riflessione sul fatto che i personaggi di questo racconto sono finti ma, al tempo stesso, veri perché hanno fatto delle scelte ed è proprio in quel momento che si determina il destino proprio e di quelli che subiranno le conseguenze di quella scelta (vedi Fatma con Raja e le vittime dell’attentato). Che siano giuste o sbagliate non sta a noi determinarlo.
    Complimenti per la storia e la bravura che hai mostrato nello scriverla, torna presto. Un abbraccio 🙂

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