KITSUNE

Dove eravamo rimasti?

Dove sarà ambientato il prossimo capitolo? Nel centro abitato... (33%)

DI BRUTTI CAPPELLI E RIGATTIERI

Occhi stanchi fissavano Tabihta dallo specchio posto sul lavabo. In quel momento le sembrò che quello non fosse il suo riflesso, ma quello di una donna di mezza età troppo preoccupata per i debiti accumulati per dormire. Per un attimo pensò, addirittura, di somigliare ad Edel e la cosa non le piacque. Frugò nel cassetto dove sua madre teneva i trucchi: se il correttore per occhiaie avesse fatto il suo dovere nessuno si sarebbe accorto di quanto poco avesse dormito la sera prima. Bè, in realtà non aveva dormito affatto.

Ma, cercare di scattare una foto, può portare davvero a qualcosa di così improbabile? A quanto pare si, rispose la sua mente.

-Pronta?-, chiese Auguste facendo capolino dalla porta del bagno. Indossava il suo solito giubbotto blu e un cappello a righe rosse e bianche con un eccentrico pon pon in cima che, con molta probabilità, gli aveva comprato sua madre dicendo che gli avrebbe dato “un’aria più giovanile”. Al contrario, quel cappello lo faceva solo sembrare un uomo sulla cinquantina che, ancora, permetteva alla propria madre di acquistare i suoi vestiti. – Si…quasi…devo solo vestirmi!-, disse continuando a fissare l’uomo con il buffo cappello di lana. Auguste fece spallucce – Ti aspetto in auto…sbrigati!-. -Ok!-, gridò mentre lo vedeva sparire giù, oltre la ringhiera del piano superiore. Poi, voltandosi controllò nello specchio la sua immagine: il correttore era stato utile. Corse in camera a vestirsi e ne uscì portandosi dietro la macchina fotografica, fece le scale di corsa e afferrando cappotto e sciarpa uscì salutando la madre, che probabilmente neppure la vide, con un cenno della mano: non vedeva l’ora di uscire.Stare in casa con il terrore di rivedere quel qualsiasi-cosa-fosse l’avrebbe fatta impazzire (ammesso che già non fosse successo) se ci avesse trascorso anche solo un altro minuto!

Salì in auto, quasi tuffandocisi dentro per la fretta, ed Auguste scoppiò a ridere quando un lembo della sciarpa le si impigliò nella portiera e, per poco, non rischiava di lasciarci le penne. Si passò una mano fra i capelli e si mise seduta composta, mentre lanciava uno sguardo di odio all’uomo con l’orrendo berretto.

-Ci sei?-, le chiese cercando di darsi un contegno. Non è mai una buona idea inimicarsi la figlia adolescente della tua compagna, nonostante fosse stato davvero divertente, pensò sghignazzando ancora un po’ sotto i baffi. -Si…-, sbuffò la ragazza,- Dov’è che andiamo?-. -Da un mio vecchio amico, te l’ho detto ieri…Lo vuoi o no questo ricambio per la tua macchina fotografica?-, iniziava ad essere nervoso. Non gli era capitato spesso di stare da solo con lei e, soprattutto, non era bravo a cavarsela con i ragazzini…figuriamoci con le ragazzine. -Si, si…volevo solo sapere se è in paese o fuori, tranquillo. -, rispose Tabihta insofferente guardando fuori dal finestrino, Auguste si accese una sigaretta ed abbassò il finestrino. Il resto del viaggio fino in città lo passarono in silenzio, non venne accesa neppure la radio. Forse, l’uomo con il buffo cappello a righe rosse e bianche non era mai stato un ragazzo.

Arrivarono in paese: sorpassarono la pasticceria di Edel. Lei era ferma ad un tavolo davanti la vetrina, serviva tè e pasticcini a qualche villeggiante, con quel suo modo di fare tutto zucchero fuori e catrame dentro. Imboccarono una minuscola strada a destra della piazza, un vicolo cieco piastrellato a ciottoli, Auguste parcheggiò pigramente sul marciapiede innevato. -Dove?-, chiese Tabihta scendendo dall’auto con la sua macchina fotografica appesa al collo, poi notò una piccola vetrina nascosta fra i portoni dei palazzi. Era impolverata e vuota, una vecchia insegna al neon sbiadita appesa sopra la porta sgangherata recitava qualcosa di illeggibile. Auguste, che ormai il suo cervello riconosceva come Waldo, le aprì la porta: dentro il negozio c’era pochissima luce e ,sugli scaffali, oggetti di ogni genere. Da vecchi libri ad orologi, zuppiere, radio e qualsiasi altra cosa vi possa venire in mente. Quel posto sembrava vecchio come il mondo.

-Vado a vedere se c’è qualcuno…tu dai un’occhiata in giro…ma non toccare niente. Ok?-, si raccomandò Waldo prima di sparire oltre il vecchio bancone in legno. Tabihta non se lo fece ripetere due volte! Magari avrebbe trovato qualcosa di interessante da leggere, un ciondolo carino da portare a sua madre e, chissà, forse un cappello migliore per Auguste. Ma il suo sguardo venne attratto solo da un oggetto: un vecchio ritratto poggiato ai piedi di un tavolino da boudoir con una gamba ballerina. Raffigurava un ragazzo dai capelli rossi come la pelliccia di una volpe ed occhi color oro accanto ad una donna bellissima seduta su di una grande poltrona verde.

-Sono la Signora di Rothwald ed il suo unico figlio…-, sentì dire alle sue spalle. Si voltò, Auguste ed il suo cappello erano tornati portandosi dietro un ometto basso ed emaciato dagli spessi occhiali ed i ricci capelli neri.

Cosa si nasconde dietro il quadro?

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101 Commenti

  • Ciao, bella storia dalle mille sorprese! Bella la narrazione poetica e le continue descrizioni che creano una vivida rappresentazione della realtà he ti sei immaginata. La storia appare chiara e ben scritta sin da subito, ma il divagare di alcune frasi ti fa perdere in mezzo all’immaginazione.
    Inoltre il risvolto finale di questa storia forse poteva apparire poco scontato, ma era sicuramente ciò che i personaggi si meritavano. Adoro questo tipo di conclusioni. Sai perché? Perché sono quelle che ti fanno pensare, a volte alcune fanno arrabbiare, altre piangere. Sei lí che ti dici che non poteva finire così, ma alla fine ti accorgi che la narrazione ha centrato il punto. Perché vuol dire che ti sei affezionata a quei personaggi, ed a quel punto la storia ti chiede una conferma del coinvolgimento che hai avuto leggendo.
    Apprezzo le storie di questo tipo con finali “sbilanciati” perché sono reali. Non il solito lieto fine. È una fine, certo, la più giusta. E di questo ti faccio i miei complimenti. Non dico che ci voglia in tutte le storie, ma qui ci stava molto.
    Bella la trama, adoro le trasformazioni.
    Peccato però che non abbia avuto il tempo di votarla anche io!
    Un saluto sperando di leggere di nuovo qualcosa di tuo al più presto (così lo voto anche io),
    Fant

  • Una sola parola, coinvolgente. Mi è piaciuta molto la cura che hai nella descrizione dei dettagli, i colpi di scena, la connessione emozionale tra Tabihta e Kitsune. Che dire, mi dispiace solo che il racconto sia finito.
    Non vedo l’ ora di leggere un altro tuo racconto, complimenti e alla prossima! 🙂

  • Ciao NorahEmme. Ma… hai scritto due capitoli a breve scadenza? Ho avuto la notifica solo oggi. Un bel finale, un bello stile. Se dicessi che ricordo perfettamente gli altri otto capitoli mentirei, ma ricordo bene le atmosfere delicate e magiche.
    Complimenti, alla prossima

    • Si, ho scritto i capitoli a forse un paio di settimane di distanza! Ripeto che purtroppo ho avuto poco tempo e parecchi intoppi quindi scrivere sereni, prendendosi il tempo dovuto non è stato possibile…mi dispiace per quelli che, come te, mi hanno seguita ma ho avuto tempo solo ora! Grazie per i complimenti 😀

  • Insieme…
    Ciao NorahEmme, mi sono mancate Tabihta e la tua bella favola. Il capitolo è ricco di colpi di scena, ma di altrettanti refusi sicuramente dovuti alla mancanza di tempo. La storia, però, merita una particolare attenzione secondo me, tanto da poterla trasformare in un romanzo o addirittura in una saga 🙂 ovviamente sei tu a decidere. A me non resta che attendere l’ultimo capitolo 🙂

  • D’istinto ho votato “La volpe difende Tabihta”.
    Cavoli, di solito sparisci per un sacco di tempo e invece adesso mi sono ritrovata con due capitoli da leggere di seguito! Non che sia un male, intendiamoci: mi ha fatto piacere 🙂
    Il settimo è quasi cinematografico: tutta la visione, così veloce e sorprendente, sembrava proprio mostrarsi davanti agli occhi come la scena di un film. E in questo capitolo, l’ottavo, è bella la connessione che si è instaurata tra la “volpe” e Tabihta (d’altra parte, il titolo è “Legami”).

    • Ciao cara! Per il nono vi sto facendo un po’ penare causa impegni fuori casa e uno smartphone molto poco smart (per cui si capisce che scrivere con questo catorcio non è cosa)… Ma prometto di pubblicare in settimana, se non proprio in serata! Sono comunque molto felice che le mie idee per questi due capitoli ti siano piaciute…
      Il titolo di questo ha una doppia valenza! 😉

  • Cara Norah, bellissima favola con tanti innesti giappo, complimenti per l’originalità! Trovo molto dolce la possibilità di scambiare sensazioni e ricordi nell’ultimo capitolo. Dà anche un’idea del rapporto animale-padrone, che spesso con il linguaggio del corpo supera le barriere della comunicazione tramite parole.
    Ti seguo e ho votato che i due vengono salvati! 😉

    • Grazie per le belle parole e per aver votato!
      Il loro condividere voleva ricordare esattamente il profondo legame che spesso, noi umani, creiamo con i nostri piccoli amici…diciamo che il mio cane è stato d’ispirazione (fra l’altro è un volpino)!
      In questo caso la volpe è un essere soprannaturale ma vedo che l’idea è stata recepita e ne sono davvero felice 🙂

  • La volpe la difende.
    Bella l’idea di condividere due menti, ricordi, sentimenti. Addirittura sensazioni.
    Non avevo capito che Tabitha avesse vissuto un lutto recente, forse mi è sfuggito, immaginavo che la madre fosse separata e risposata o ri-impegnata.
    Ciao a presto

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