KITSUNE

A FACCIA IN GIU’ NELLA NEVE

Il pallido sole di Dicembre filtrava timido fra gli innevati rami degli alberi.

 

Occhi color zaffiro si schiusero su un mondo candido: Tabihta aveva appena ripreso conoscenza. Aveva il viso rosso per il freddo e i biondi capelli imperlati di piccoli fiocchi di neve le ricadevano in ciocche disordinate sulla fronte. La sua macchina fotografica era finita nella neve poco distante da lei, la raggiunse muovendosi carponi e tirandola a sé passò ad esaminare i danni. La lente si era graffiata ma era ancora funzionante. Un piccolo sbuffo a metà fra il sollievo e la disperazione le uscì dalle labbra lievemente cianotiche mentre si girava supina tenendola fra le mani.

 

Con lo sguardo perso all’insù, fra l’infinito ed intricato dedalo di rami neri e argento, ripensò a quanto era stata sciocca a seguire quella volpe. Mentre usciva di casa l’aveva vista passeggiare sulla neve appena caduta: spiccava come una piccola rosa rossa in mezzo ad un campo di margherite. Chi non l’avrebbe notata?

 

Così aveva deciso di scattarle qualche foto ed era tornata in casa a prendere la nuova macchina fotografica che le avevano regalato per Natale ma una volta uscita nuovamente sul portico, la volpe si era allarmata ed aveva iniziato a correre, lei l’aveva seguita fin nel bosco, poi, era inciampata sulla radice scoperta di un albero ed era finita giù per un dirupo. Probabilmente durante la caduta aveva sbattuto la testa, le faceva un male cane, ed il sapore metallico che sentiva in bocca era dovuto al fatto di essersi morsa la lingua: riusciva a sentirla gonfia e dolorante sotto il palato.

 

Cercò di mettersi seduta ma a riprova di ciò che era accaduto un dolore lancinante le esplose nella testa, come scoppiettanti faville di un fuocherello estivo, facendola ricadere nel freddo abbraccio della neve. Aveva ancora i capelli arruffati a coprirle il viso dopo la rovinosa caduta e si portò una mano al volto per spostarli: abbassandola notò una macchia rossa sul guanto color ardesia. La mano che reggeva la macchina fotografica si aprì di scatto facendola ricadere nella neve tanto fu sorpresa di vedere il suo sangue. Questo significava che aveva picchiato la testa più forte di quanto pensasse. Stava congelando là fuori ed essere ferita non la aiutava. Chiuse gli occhi e sospirò mentre un altro sbuffo le usciva dalla bocca vaporizzandosi nell’aria gelida: sarebbe stato meglio provare a rimettersi in piedi e ritrovare la strada di casa al più presto. Non sapeva da quanto tempo era svenuta e quante ore di luce le restavano per riuscire a ritrovare la strada del ritorno ma il freddo era così forte da trapassarle i pesanti vestiti ed arrivare fino alle ossa. Si sfilò i guanti lasciandoli ricadere nella neve ed iniziando a frugare nelle tasche del giubbotto: dopo aver incontrato un fazzoletto usato, un pacchetto di sigarette mezzo vuoto, un accendino, elastici per capelli ed il suo mazzo di chiavi di casa finalmente le sue dita avevano incontrato il cellulare. Tabihta lo estrasse dalla tasca superiore: ciò che ne restava era una sottile carcassa rettangolare contornata da piccole ammaccature ed uno schermo andato in pezzi. Durante la caduta doveva averlo schiacciato più volte con il peso del proprio corpo ed ora era inutilizzabile. Cercare campo e chiamare qualcuno che potesse aiutarla era fuori discussione. La sua unica possibilità, ora, era arrampicarsi su uno degli alberi circostanti per sfruttarne la visuale e riuscire a capire dove si trovava e quanto era lontana da casa. L’albero alla sua destra sembrava fare al caso suo: doveva essere alto circa 4 metri, era robusto, aveva rami bassi e piccole sporgenze nodose che lo rendevano perfetto per un’arrampicata. Mentre si alzava da terra avvertì un lieve giramento di testa e dovette richiamare all’ordine se stessa per non cedere al dolore, poi si avvicinò all’albero prendendo la rincorsa e vi si avvinghiò, stava per scivolare ma prontamente trovò una piccola sporgenza con il piede e riuscì a spingersi più su, verso i rami più alti che le resero subito l’arrampicata più semplice. Ramo dopo ramo, sentiva la forza venir meno ma non voleva arrendersi. Arrivata in cima una folata di vento le sferzò il viso e i capelli. Seduta su di un ramo poteva osservare tutta la maestosità della montagna: il bosco si estendeva glorioso lungo tutto il lato est diventando sempre più fitto mentre ad ovest si andava diradando mostrando il bianco puro della neve, la casa di montagna del suo patrigno e poco più giù il paese vero e proprio. A rinsavirla dalla magnifica vista di quel paesaggio fu un fruscio fra i cespugli sottostanti che la fece sobbalzare tanto che per poco non perdeva la presa e non precipitava.

Era di nuovo la volpe ed era proprio sotto di lei. La bestiola, in tutta tranquillità, afferrò uno dei suoi guanti con la piccola bocca. “Ehi! Ehi! Mollalo!”, urlo Tabihta mentre la volpe si defilava fra gli alberi portando con se il bottino come se nulla fosse.

Cosa farà Tabihta?

  • Tornerà a casa e controllando le foto scattate farà una sorprendente scoperta... (0%)
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  • Deciderà di seguire la volpe per riprendersi il guanto... (100%)
    100
  • Si incamminerà verso casa e farà uno strano incontro.... (0%)
    0
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101 Commenti

  • Ciao, bella storia dalle mille sorprese! Bella la narrazione poetica e le continue descrizioni che creano una vivida rappresentazione della realtà he ti sei immaginata. La storia appare chiara e ben scritta sin da subito, ma il divagare di alcune frasi ti fa perdere in mezzo all’immaginazione.
    Inoltre il risvolto finale di questa storia forse poteva apparire poco scontato, ma era sicuramente ciò che i personaggi si meritavano. Adoro questo tipo di conclusioni. Sai perché? Perché sono quelle che ti fanno pensare, a volte alcune fanno arrabbiare, altre piangere. Sei lí che ti dici che non poteva finire così, ma alla fine ti accorgi che la narrazione ha centrato il punto. Perché vuol dire che ti sei affezionata a quei personaggi, ed a quel punto la storia ti chiede una conferma del coinvolgimento che hai avuto leggendo.
    Apprezzo le storie di questo tipo con finali “sbilanciati” perché sono reali. Non il solito lieto fine. È una fine, certo, la più giusta. E di questo ti faccio i miei complimenti. Non dico che ci voglia in tutte le storie, ma qui ci stava molto.
    Bella la trama, adoro le trasformazioni.
    Peccato però che non abbia avuto il tempo di votarla anche io!
    Un saluto sperando di leggere di nuovo qualcosa di tuo al più presto (così lo voto anche io),
    Fant

  • Una sola parola, coinvolgente. Mi è piaciuta molto la cura che hai nella descrizione dei dettagli, i colpi di scena, la connessione emozionale tra Tabihta e Kitsune. Che dire, mi dispiace solo che il racconto sia finito.
    Non vedo l’ ora di leggere un altro tuo racconto, complimenti e alla prossima! 🙂

  • Ciao NorahEmme. Ma… hai scritto due capitoli a breve scadenza? Ho avuto la notifica solo oggi. Un bel finale, un bello stile. Se dicessi che ricordo perfettamente gli altri otto capitoli mentirei, ma ricordo bene le atmosfere delicate e magiche.
    Complimenti, alla prossima

    • Si, ho scritto i capitoli a forse un paio di settimane di distanza! Ripeto che purtroppo ho avuto poco tempo e parecchi intoppi quindi scrivere sereni, prendendosi il tempo dovuto non è stato possibile…mi dispiace per quelli che, come te, mi hanno seguita ma ho avuto tempo solo ora! Grazie per i complimenti 😀

  • Insieme…
    Ciao NorahEmme, mi sono mancate Tabihta e la tua bella favola. Il capitolo è ricco di colpi di scena, ma di altrettanti refusi sicuramente dovuti alla mancanza di tempo. La storia, però, merita una particolare attenzione secondo me, tanto da poterla trasformare in un romanzo o addirittura in una saga 🙂 ovviamente sei tu a decidere. A me non resta che attendere l’ultimo capitolo 🙂

  • D’istinto ho votato “La volpe difende Tabihta”.
    Cavoli, di solito sparisci per un sacco di tempo e invece adesso mi sono ritrovata con due capitoli da leggere di seguito! Non che sia un male, intendiamoci: mi ha fatto piacere 🙂
    Il settimo è quasi cinematografico: tutta la visione, così veloce e sorprendente, sembrava proprio mostrarsi davanti agli occhi come la scena di un film. E in questo capitolo, l’ottavo, è bella la connessione che si è instaurata tra la “volpe” e Tabihta (d’altra parte, il titolo è “Legami”).

    • Ciao cara! Per il nono vi sto facendo un po’ penare causa impegni fuori casa e uno smartphone molto poco smart (per cui si capisce che scrivere con questo catorcio non è cosa)… Ma prometto di pubblicare in settimana, se non proprio in serata! Sono comunque molto felice che le mie idee per questi due capitoli ti siano piaciute…
      Il titolo di questo ha una doppia valenza! 😉

  • Cara Norah, bellissima favola con tanti innesti giappo, complimenti per l’originalità! Trovo molto dolce la possibilità di scambiare sensazioni e ricordi nell’ultimo capitolo. Dà anche un’idea del rapporto animale-padrone, che spesso con il linguaggio del corpo supera le barriere della comunicazione tramite parole.
    Ti seguo e ho votato che i due vengono salvati! 😉

    • Grazie per le belle parole e per aver votato!
      Il loro condividere voleva ricordare esattamente il profondo legame che spesso, noi umani, creiamo con i nostri piccoli amici…diciamo che il mio cane è stato d’ispirazione (fra l’altro è un volpino)!
      In questo caso la volpe è un essere soprannaturale ma vedo che l’idea è stata recepita e ne sono davvero felice 🙂

  • La volpe la difende.
    Bella l’idea di condividere due menti, ricordi, sentimenti. Addirittura sensazioni.
    Non avevo capito che Tabitha avesse vissuto un lutto recente, forse mi è sfuggito, immaginavo che la madre fosse separata e risposata o ri-impegnata.
    Ciao a presto

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