La vernice nera di Malacena

Dove eravamo rimasti?

Come deve finire? non servono spiegazioni è tutto chiaro. Per finire... (50%)

La fine dell’estate

Erano passati due mesi dall’omicidio di Enrico, agosto stava lasciando il posto a settembre e io stavo per prendermi una vacanza ritornando a casa dai miei. Gli articoli di giornale sul caso si erano sprecati. Chi più chi meno, giornalisti e intervistati avevano puntato il dito sull’università, sul comune, sulla direzione del museo e sulla facilità con cui i soldi passavano di mano in mano senza controllo.

La verità la sapevano in pochi, neppure io conoscevo tutte le sfaccettature della vicenda, ma avevo avuto la certezza che Enrico non si era venduto.

Ciò bastava.

Afferrai il giornale, abbandonato da Alessandra sul tavolo della cucina prima di uscire, e tra un sorso di caffè e un morso di brioche, trovai in prima pagina, quello che da ieri era “vox populi” in dipartimento.

Suicidio d’arte.

Il prof. Antonio Cozzorano si spara in testa con una pistola revolver da Reali Carabinieri Mod. 1861, usata per difendere prima il regno di Sardegna e in seguito il neonato Regno d’Italia, regolarmente detenuta.

Incapace di resistere agli attacchi legali, isolato da collaboratori e amici cede alla disperazione, lasciando alla famiglia solo poche righe, in cui si dice convinto che la verità verrà a galla e il suo nome verrà redento, perché estraneo ai fatti di cui viene accusato.

Seguiva una cronistoria del “caso”, comprensiva di foto, che partiva dall’assassinio di Enrico, per continuare con l’arresto di Cinzia e dei suoi complici, tre tombaroli che si occupavano di rifare e piazzare le opere d’arte. Erano gli uomini venuti a casa mia quella sera del primo appuntamento con Giovanni, i due saliti con lei e il loro amico che si spacciava per l’autista e l’aveva accompagnata a teatro.

Di lato, la foto di Fabio Castroianni, risvegliatosi dal coma pochi giorni dopo l’arresto di Cinzia. Ritrovatosi incapace di camminare, si era sentito in dovere di confessare tutto, non lesinando sui particolari e puntando il dito contro  l’amica. Scorrevo con il dito le righe e distratta pensavo alle poche parole che Giovanni mi aveva riferito dopo gli interrogatori. “Resisi conto che Enrico aveva mangiato la foglia, gli avevano chiesto un incontro. All’appuntamento nel nuovo appartamento, era apparso chiaro a tutti e due che mentire non sarebbe servito, cosi dopo vari tentativi di corruzione, erano passati alle voci grosse, fino a che, pensando di mettere fine alla questione, Enrico aveva urlato: “non abbiamo altro da dirci, domani consegnerò le carte a chi di dovere, andatevene” e si era girato dando loro le spalle, di fronte alla finestra. Mossa rivelatasi fatale.”

Concentrandomi di nuovo, lessi le ultime righe; riportavano le accuse del prof. A. Cozzorano: falso in bilancio, associazione a delinquere finalizzata al traffico di opere d’arte e al riciclaggio di denaro.

La pagina si concludeva, chiarendo che le indagini ancora in corso, non si sarebbero interrotte nonostante lo spiacevole incidente.

Un amaro sorriso mi spuntò tra le labbra, mentre pensavo che la definizione “spiacevole incidente” mal si adattava a uno foro in faccia. Sospirando, chiusi il giornale e allungando le braccia sopra la testa mi stirai, la valigia era già pronta, non restava che infilarsi le infradito e andare a prendere l’autobus.

Sentii suonare il campanello e con mio grande disappunto, non potevo perdere tempo avevo i minuti contati, dovetti aprire. Mi sorprese vedere Giovanni infondo alle scale, sorridente e in borghese. Gli feci segno di salire e quando fu più vicino chiesi:

Cosa ci fai qui?

Ti accompagno a casa, ovvio no?

Solo per essere precisi, tu sai dove abito io?

Uhm… — fece finta di pensare, poi avvicinandosi poggiò le mani sui miei fianchi e mi sussurrò all’orecchio — a due isolati da casa mia.

Lo guardai sorridendo con i nasi che quasi si toccavano, lui continuò:

Ho preso una settimana di licenza, vado a trovare i miei e qualche giorno al mare.

Proprio nella settimana in cui parto io? — chiesi fintamente arrabbiata, staccandomi.

La casualità della corretta informazione — aggiunse serio.

Proprio in quel momento la porta si aprì ed entrò Alessandra, scusandosi si dimostrò incapace di trattenere una risata e per riparare si nascose velocemente nella sua stanza uscendone pochi istanti dopo con uno scatolone tra le braccia.

Fa’ buon viaggio, ci vediamo al tuo ritorno — disse con la faccia più innocente del mondo, strizzandomi l’occhio.

Allora partiamo? — incalzò il mio amico.

Quando torno la uccido — brontolai senza staccare gli occhi dalla porta già chiusa dell’appartamento.

Un colpetto di tosse mi fece voltare di nuovo verso Giovanni.

Non credo sia questo il modo di esprimersi davanti a un esponente dell’Arma — aggiunse, fissandomi negli occhi.

Ricambiai lo sguardo e scoppiammo a ridere, un attimo dopo le sue labbra erano sulle mie e le sue mani percorrevano la mia schiena nuda facendo cadere a terra il vestito che indossavo, mentre i sentimenti nel mio cuore e i pensieri nella mia testa vorticavano facendo a pugni.

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