La vernice nera di Malacena

Dove eravamo rimasti?

— Adesso dove andiamo?— mi sentii chiedere. — Dove vuoi — fu la sua risposta. (100%)

Piangere non serve a nulla

Dove vuoi — rispose decisa.

Non sono in vena di compagnia, ti dispiace se faccio un giro da sola — la vidi annuire con la coda dell’occhio, mentre avevo già svoltato verso destra nella strada del corso, — ci vediamo tra un po’ — furono le mie ultime parole.

A testa bassa, osservando con la stesso interesse di un quadro al museo, la pietra serena che lastricava il tragitto, ripercorsi la via dello shopping. Le parole di Alessandra mi rimbombavano nella testa, come se il mio cervello fosse uscito e loro avessero a disposizione tutto lo spazio per scorrazzare da una parte all’altra al pari delle palle su un biliardo. Sentii le lacrime scendere sulle guance, cercai, per quanto possibile, di non farmi notare piegando il collo sempre di più, fino a quando vidi una panchina e mi buttai a sedere. Con i gomiti sulle ginocchia, mi coprii la faccia con i capelli spingendoli con le mani sugli occhi, facendo in modo, come da bambina, che i riccioli assorbissero tutte le lacrime che non volevo far vedere.

Rimasi così per un tempo indefinito, senza più forza di pensare e di piangere, aprii gli occhi e mi guardai intorno, senza volerlo ero arrivata ai giardini pubblici davanti alla stazione degli autobus: gente ferma sul marciapiede, gente che sale e gente che scende. Dieci anni fa, ero stata una di loro, arrivata dal paesello per partire con l’avventura universitaria in una nuova città, lontano dalla mia famiglia. C’era stata la laurea e l’ingresso al dottorato, la tesi finale e l’incontro casuale con Enrico, amico del professore che curava la mia tesi. Cercava un informatico per occuparsi di questioni topografiche in archeologia. L’incarico non l’avevo ottenuto, ma ci eravamo piaciuti e da allora, malgrado la sua età e il suo stato civile, avevamo una relazione. Era sbagliato, lo so. Alessandra non perdeva occasione per ricordarmelo, ma a me stava bene e non avevo fatto nulla per cambiare la situazione.

Chiusi di nuovo gli occhi e pensai a noi, ai sorrisi alle incazzature, ai giochi degli innamorati e di nuovo piansi con la testa appoggiata alle mani. “Devi smettere” mi dissi ad alta voce, afferrai la borsa e trovai un fazzolettino per asciugare le lacrime e soffiarmi il naso. Squillò il cellulare, osservai il display era Alessandra, adesso non volevo parlare, stetti immobile a fissare il cellulare che suonava fin quando non si chetò. Mi balenò in testa un’idea: perché i carabinieri non mi avevano ancora chiamato? Forse Alessandra voleva dirmi che mi stavano cercando, c’erano molte chiamate al mio numero dal cellulare di Enrico, per non parlare dei messaggi. Di scatto mi alzai dalla panchina e mi diressi verso casa, la giornata era afosa, le due del pomeriggio si facevano sentire con tutta la loro forza.

Assunsi un’andatura stanca, avevo bisogno di riflettere. Perché Enrico si era suicidato? Non era il tipo, stava per diventare professore ordinario, aveva vinto il concorso, non era proprio il momento di saltare nel vuoto. Non conoscevo la sua famiglia, non sapevo i problemi, ma di sicuro i soldi non c’entravano visto che anche sua moglie era docente universitaria a L’Aquila. Io non aveva chiesto nulla, anzi l’unico problema era la coabitazione, adesso risolta. Allora perché gettarsi nel vuoto? Se non si era gettato l’avevano spinto? Omicidio e non suicidio. Chi? L’assassino che voleva?

Con questi pensieri in testa avevo camminato fino alla piazzetta difronte a casa di Enrico, nell’angolo il corpo non c’era più, ma lo spazio era sempre transennato, intorno due carabinieri a tenere lontano i curiosi e dentro due tizi in tuta bianca che imbustavano polvere.

Mi avvicinai alle transenne e subito una divisa mi avvicinò.

Buongiorno signorina, deve allontanarsi questo è il luogo di un crimine — disse la voce annoiata di un maresciallo sudato.

Me ne vado subito, ero solo curiosa di vedere quello che era successo, mi hanno raccontato la storia del suicidio in dipartimento.

Francesca, sei tu? — senti squillante la voce chiamarmi.

Mi voltai a guardarlo, si tolse il cappello e si asciugò la fronte, era Giovanni, il mio compagno di banco alla scuola superiore. I due sfigati della seconda fila si erano ritrovati.

Ciao Giovanni, ma che ci fai qui?

Potrei farti la stessa domanda, io sono maresciallo dei carabinieri, dopo il concorso nell’Arma alla fine della facoltà di Giurisprudenza e tu?

Io ho una borsa di studio al dipartimento di Ingegneria, dopo una laurea e un dottorato e in seguito ai pettegolezzi di stamani, sono venuta a curiosare sul luogo del delitto.

Come il resto della città! — aggiunse il carabiniere tra l’ironico e lo scocciato.

Perrozzi! — urlò una voce all’altro capo della transennatura — c’è qualcosa che non va?

Nulla, sto allontanando la signorina — abbassò la voce e mi dette un foglietto — adesso va, chiamami, mi farebbe piacere fare due chiacchiere, dei compagni del liceo non ho più incontrato nessuno.

Afferrai il foglietto e annuii, girai sui tacchi e iniziai la discesa verso casa.

Girai la chiave nella toppa

e...

  • Alessandra era in cucina con due sconosciuti... (40%)
    40
  • Alessandra mi aspettava in salotto... (20%)
    20
  • la casa era vuota... (40%)
    40
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