La vernice nera di Malacena

Il morto

Respiro con il naso come mi hanno insegnato al corso, lenta muovo il corpo lasciandomi guidare dall’aria che entra ed esce dai polmoni. Sono le sei e mezza, il sole s’insinua tra le asticelle della persiana chiusa inondando la stanza di una piacevole, tenue luce e un po’ di vento, in questo caldo venticinque giugno, mi raggiunge attraverso il vetro aperto della finestra. Bhujangasana è il mio asana preferito, la mente riesce a vagare libera, ma stamattina, il cellulare che vibra rumorosamente sul legno del tavolo di cucina, mi distrae.

Conosco il mittente dei messaggi.

Enrico Bartellucci è lo scrittore. Archeologo cinquantenne e, a voler essere precisi, docente di archeologia classica, molisano di nascita, abruzzese per matrimonio, toscano per diletto. Diletto comprensivo di una cattedra accademica e di una giovane ricercatrice abbindolata durante un meeting, nello specifico la sottoscritta.

Sul contenuto non potevo sbagliarmi, più o meno “ sto arrivando…”, “ti farei…” come ogni lunedì mattina, dopo il fine settimana aquilano. Non potendo più resistere alle vibrazioni, mi alzai dal tappetino e mi diressi in cucina, aprii il frigo con una mano, mentre con l’altra, serrata la presa sul mio S6, scorsi i tasti per leggere i nove sms arrivati. Mentre versavo il latte nella tazza, mi sorprese vedere che solo due erano di Chicco, sorrisi scoprendo che finalmente aveva trovato un bilocale a pochi isolati da casa mia, in una piazzetta di fronte al dipartimento. La palazzina, una chiesa e il dipartimento tutti affacciati sullo stesso quadrato lastricato: quando si dice casa e bottega!

Connubio ideale che metteva fine alla nostra coabitazione forzata, che infastidiva soprattutto Alessandra, la mia coinquilina, obbligata a sopportarlo per 4 giorni in giro per casa. Pur contribuendo alle spese e dividendo la mia stanza, non era visto, forse perché docente, di buon occhio.

Feci colazione con tutta calma, leggendo qualche riga del mio ultimo articolo sul Kindle e corsi in bagno per una doccia. Mi vestii con jeans e camicia, afferrai la Borbonese e chiudendomi la porta alla spalle realizzai la novità: avrei visto per prima la sua nuova abitazione. Il messaggio diceva che fino alle dieci non sarebbe riuscito ad arrivare in città, mi aspettava per le undici sotto la nuova casa con una sorpresa tutta per me. Ero in anticipo, così decisi di perdere un po’ di tempo e allungai la strada girellando per il corso, guardando le vetrine. Mancava poco ai saldi di luglio, era il momento di tenere gli occhi aperti per scovare l’occasione. I negozi finirono prima del mio interesse, così girai a sinistra lungo la scorciatoia in salita che portava al centro della piazzetta dove avevo appuntamento. Salivo e sentivo un gran vociare provenire dalla fine della strada, in piazza dovevano esserci molti studenti, forse oggi erano previsti esami. Non mi ricordavo il calendario, fortunatamente per me quei tempi erano acqua passata, avevo fatto il primo gradino nella “scala sociale universitaria”, da studente a dottore di ricerca.

La visione della piazza mi lasciò di stucco, un cerchio di persone trattenute ai lati dai cordoni dei carabinieri, che con il loro cappello svettavano sulla folla. Vidi una mano che mi salutava, era Irene, la segretaria amministrativa del mio dipartimento, mi avvicinai facendomi largo tra la gente. Quando arrivai a pochi passi da lei, la mia faccia doveva esprimere tutta la mia perplessità, non proferii parola fu Irene a descrivere la situazione.

Un professore di archeologia si è buttato da una finestra.

Stai scherzando? Ma chi? — sentii uscire le domande dalla mia bocca, come se le avesse fatte qualcun altro.

Non so come si chiama, ma vieni più avanti guarda tu — così dicendo si spostò di lato per lasciarmi vedere meglio.

Mi alzai sulla punta dei piedi, in un angolo stretto tra le scale della chiesa e la palazzina dove aveva preso l’appartamento Enrico, c’era un lenzuolo bianco che copriva un rigonfiamento sul terreno. Si capiva bene che il bozzo era un uomo. Pochi passi più dietro, un tenente dei carabinieri e un maresciallo parlavano indicando una finestra aperta nel palazzo. Mi si gelò il cuore, non avevo mai sentito tanto freddo, scorsi la gente con lo sguardo in cerca di Enrico, non lo trovai. Sussultai sentendo una mano che mi toccava la spalla, mi voltai era Alessandra.

Enrico Bartellucci è morto — disse con la voce priva d’intonazione — sembra si sia gettato da quella finestra aperta — alzò il braccio indicando la stessa finestra che osservavano i due carabinieri, — non credi che dobbiamo andare? Ci stanno aspettando — aggiunse tirandomi il braccio — ciao Irene, ci vediamo dopo.

Scendemmo la stessa scorciatoia che avevo fatto in salita, i miei piedi si muovevano meccanicamente, non capivo più nulla. Udii ancora una volta la voce di Alessandra.

Scusami per la freddezza, hai sempre detto che nessuno deve sapere, quando ti ho vista tra la folla ho pensato che la migliore della cose era farti andare via subito.

— Adesso dove andiamo?— mi sentii chiedere.

  • — Dove vuoi — fu la sua risposta. (100%)
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  • — In laboratorio — fu la sua risposta. (0%)
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  • — A casa — fu la sua risposta. (0%)
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170 Commenti

  • Davvero un bel racconto il tuo, ti rinnovo i complimenti.:)
    Pieno di descrizioni che rendono benissimo le scene e i luoghi.
    E poi è molto attuale, per cui immagino i capitoli successivi: giallo/horror.

    ps.- Opto sempre per l’invito a casa.:)
    ps2.- Sei una scrittrice professionista.

  • Ciao, bell’inizio… La quiete prima della tempesta, no? 🙂 Mia e sua già te l’hanno fatto notare. Io voto “dove vuoi”, credo che in certe circostanze sia la classica risposta, poiché non si riesce a pensare, ma la mente è annebbiata e, quindi, ci si affida ad un’altra persona. 🙂

  • Dove vuoi… è quello che risponderei io se fossi in stato di shock. Solo che nelle opzioni avresti dovuto scrivere “fu la mia risposta” e non la “sua” dal momento che è stata Alessandra a porre la domanda.
    Incipit molto interessante, scritto benissimo e denso di atmosfera noir, complimenti. Seguo.
    Alla prossima.

    • Ho riletto la frase che indichi, ma la risposta è di Alessandra e la domanda della protagonista, forse non si capisce molto bene.
      “— Adesso dove andiamo?— mi sentii chiedere” lo dice la protagonista e quel “mi sentii chiedere” dovrebbe essere in grado di mostrare lo stato d’animo scosso,talmente confuso da essere estraneo alle stesse parole che dice. Pensavo che la punteggiatura e l’impostazione del discorso diretto fossere capaci di rendere chiaro chi parlava a chi. Evidentemente non è così. La prossima volta cerchèrò di essere più precisa.
      Grazie per i consiglio, ti aspetto ancora
      Alla prossima

      • Infatti mi è sembrato strano che fosse stata Alessandra a porre la domanda, visto che è stata proprio lei a tirar via l’amica. Credo che sia stato quel “Adesso” a confondermi, se avessi scritto solo: “dove andiamo” lo avrei inteso nel modo giusto. Ti ringrazio per il chiarimento e la prossima volta leggerò con più attenzione 😉 Ti rinnovo i complimenti, mi piace molto il tuo stile.
        Ciao.

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