Un domani.

Dove eravamo rimasti?

Arrivati a questo punto: Mi piacerebbe sapere qualcosa di più sul motivo del cambiamento di Papà; (67%)

Albedo.

Voglio farvi capire come mi sento con un esperimento molto semplice. Sedetevi davanti allo specchio: dinanzi a voi c’è il vostro riflesso. Segue tutti i vostri movimenti e non sarete mai più veloci di lui. Se abbassate la testa potete arrivare a vedere la punta del vostro naso e con le mani potete toccarvi. Se gridate, fuori dalla finestra, ci sarà qualcuno sveglio a quest’ora pronto almeno ad affacciarsi. Questo insieme di senso e coscienza viene chiamata realtà e potete non solo sperimentarla, ma anche immaginarla.
E allora, visto che potete…

Immaginate un cubo di metallo. Voi ci vivete dentro. Fuori la gente cammina, parla, va a lavoro, e voi siete lì al buio a sentire le voci. Tutti sanno che c’è un cubo in mezzo  alla strada. E’ normale. E voi urlate, nel tentativo di farvi sentire, ma nessuno risponde. Perché anche il vostro urlo è normale. C’è sempre stato e non arriverà mai il giorno in cui qualcuno lo sentirà. Semplicemente non è forte abbastanza.
Io questo lo so. So che urlare ogni sera fra le lacrime non serve a nulla. So che se non sono presente fra i viventi c’è una spiegazione e che questa spiegazione, forse, è nel raggio di sole che manca in questo cubo. Ma non posso fermarmi. Perché mi è stata data la capacità di parlare con voi e di raccontarvi della mia famiglia? Perché li posso osservare in un modo ben più profondo del semplice “visto” e non poter dire loro niente?  Attorno a me aleggiano domande di questo tipo da moltissimo tempo e fanno un fracasso assurdo quando mi ritornano alla mente.

Vi ho dato un assaggio di quello che è accaduto ai miei familiari, perché altrimenti non sarebbe bastata una vita. Vi ho raccontato le cose che mi saltavano in testa, in qualche modo quelle che meglio li descrivevano. Un ritratto, di quelli antichi, in cui la famiglia posa anche per qualche giorno, ma che in futuro verrà mostrato all’ospite di turno con orgoglio e nostalgia. In quel ritratto ci sono anni riassunti in un singolo sospiro.

Ci sono scene che continuo a richiamare, nel tentativo di comprenderle. Seguo mia madre in quei mesi del 95′ fin dentro la pancia e non ci trovo più nulla di nuovo, né di sbagliato. Nella sua mente, orribili e contorti presentimenti che avrebbe trasformato in qualcosa di aberrante solo tempo dopo. Ho seguito mio padre dalla giovinezza, giorno dopo giorno, senza trovare cambiamento né deviazione: quello che a tutti sembrava strano a me pareva lo svolgimento di una sinfonia russa, vivace e imprevedibile. Così ho provato a cambiare le carte in tavola, ad uscire allo scoperto, ma sembra non esserci verso di cambiare il passato. Per uno come me è impossibile credere nel destino, così come è impossibile rinunciare ad essere ciò che si è. Ironia della sorte, io posso soltanto non-essere. Sono le possibilità inespresse, ad avermi creato. Sono le voci di fuori ad avermi fatto capire che io sono “qui dentro”. E se non posso fare altro che indagare e domandarmi, vorrà dire che mi farò bastare tutta l’eternità. Non è poi così tanto: un paio di vite
ed è già volato qualche secolo. Al punto che mi chiedo: ma sarà abbastanza?
O mi devo aspettare qualche novità? Non potendo guardare dentro la mia vita per ovvi motivi, non so ancora cosa mi riserverà il futuro. Potrei trovare le risposte che cerco. Potrei persino… venire alla luce.
Non mi resta altro che sedermi (ma dove?) e continuare ad aspettare. Ad aspettare un domani.

***

Sono le 2.58 del mattino all’ospedale Villa Bianca. Fuori regna un silenzio caldo ed interrotto solo da qualche cicala di fine estate. Una macchina vomita una melodia otturata e poi sparisce. Nella sala parto c’è un odore gelido di cedro misto a ferro lavato, cicalini elettronici e ronzii dalla scialitica. Soffi ripetuti e disorganizzati vengono coperti dagli incitamenti degli infermieri. Il chirurgo, muto, fissa la vagina dilatarsi e segue l’escursione dell’escrescenza pelosa; le sue pupille si dilatano, tossisce da dietro la mascherina, fa qualcosa con le mani. Un uomo in camice, cuffia e maschera, dietro a tutti fissa impallidito la manovra. Anche le sue pupille hanno un sussulto. Il neonato spruzza sangue, singhiozza e vagisce, finalmente. Tutti sorridono, anche la donna esausta, ma un tonfo suggerisce che quell’uomo è svenuto.

“Giovanni! Giovanni!”, grida la donna, “Giovanni sveglia, ti stai perdendo la nascita di tuo figlio!”.
L’uomo rinviene. I suoi occhi sussultano ancora, ma di gioia, nel vedere quella strana creatura nascere di fronte a lui.
“Mio figlio, sussurra incredulo.
“Un bel maschietto”, dice il chirurgo esaminando il bimbo sottosopra. “Che nome gli diamo?”
Giovanni balbetta qualcosa, ma interviene la donna.
“Lo chiameremo Diego. Vero, Giovanni?”
“Sì…sì, Diego, proprio così”.
Il chirurgo si abbassa la mascherina.
“Diego, uhm? Come Maradona! Sembra promettente!”
La sala parto si riempie di risate. Solo il piccolo Diego continua ad vagire, fra le lacrime, con tutta l’aria che ha in corpo. Risuona nella notte.

FINE

 

 

Il racconto è concluso. Quanto ti è piaciuto da 1 a 10?

  • 8- 10: Uno dei più bei racconti mai letti. Perchè non lo pubblichi? (38%)
    38
  • 4 - 7: discreto. E' da migliorare sotto alcuni punti, ma è gradevole. (63%)
    63
  • 1 - 3 : non mi dice perfettamente niente. (0%)
    0
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124 Commenti

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  • Be’, quando mi hai scritto che il racconto non terminava col nono capitolo, ti ho creduto.
    Invece era proprio finito. Non posso aggiungere altro a quanto ho detto, a parte un ‘in bocca al lupo’, visto il progetto che ci fai intravvedere.

    Ciao ciao

  • Ciao Gianluca
    Mi ero persa il finale della tua storia.
    Devo dire che mi ha un po’ spiazzata perché hai chiuso al nono capitolo.
    Ho letto con interesse il tuo racconto e voto 4-7 perché, come dicono le insegnanti sempre, si può sempre migliorare.
    Ti lascio un piccolissimo regalo/ricordo: alcuni versi che mi piacciono molto del poeta Fernando Pessoa
    “Nuvole…
    Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso.”
    ciao al prossimo

    • Il tuo commento mi spiazza, perché Pessoa è uno dei miei poeti preferiti.
      Ho deciso di sacrificare molto del racconto e di dare un altro messaggio nel finale per poter valutare al meglio il feedback. La strategia ha portato dei risultati. Come immaginavi finisse?
      Credo che questo sarà il nucleo per un qualcosa di futuro. Voglio portare questo niente di me stesso a compimento, se posso.
      Grazie per avermi seguito e condividi il racconto con un tuo amico, se ti è piaciuto.

  • Bella la scena finale della nascita. Curioso che tu non abbia voluto usare tutti e dieci gli episodi.
    Comunque, ho votato tra 4-7. Ribadisco che l’idea alla base di questa storia non è male. Usando le tue parole è gradevole. E sono d’accordo con l’idea che si possa migliorare. Più che altro, tenendo conto della trama, lì spieghi che Diego non è nato e fai supporre che non nascerà mai. Poi, però, nasce. A questo punto il miglioramento che mi è venuto in mente è quello di far ruotare tutto intorno alla nascita imminente di Diego. Che poi tanto sicura non è, magari perché non va tutto liscio. Naturalmente questo è solo un parere.

    • Non avrei concluso anche se avessi avuto altri dieci episodi. Il corpo della storia è ancora in costruzione. Il finale, inaspettato anche a me, è molto più ottimista di quello presente nella mia prima stesura e lascia intendere molto, se lo rileggi con più attenzione.
      Grazie per il voto positivo, mi lascia ben sperare.

  • Ciao Gianluca,
    Interessante l’idea di ‘votare’ il racconto, anche se per farlo devi rinunciare all’ultimo capitolo.
    Il mio voto è 4-7, il fatto stesso che l’abbia continuato a leggere fin qui dice che l’ho trovato gradevole. Avrai tutti i voti in questa fascia, quindi ti specifico che il mio è 6.
    Il voto è espressione dei miei gusti personali, quindi non dargli troppo valore. Ciò che ho apprezzato: l’idea di fondo e la scrittura gradevole e sempre accurata. CIò che mi è mancato: una maggiore linearità del racconto, apri molte parentesi, a mio parere troppe, ma ne chiudi solo qualcuna.
    La prima parte di questo capitolo mi è piaciuta parecchio.
    Resti, a mio modesto parere, uno degli autori più interessanti su questa piattaforma.
    Nota per la revisione: un chirurgo in sala parto è raro, se non si tratta di un cesareo. O meglio: il medico nelle fasi finali c’è, ma lo definirei semplicemente medico.

    Ciao ciao

    • Grazie per avermi concesso qualche minuto del tuo tempo e di essere stata sincera. Recensioni così sono proprio quello che mi servono.
      L’idea di fondo mi ballava dentro da un po’, ma non avevo mai avuta la giusta distanza da una serie di eventi. Non avevo neanche l’attitudine ad affrontare il tema. Le parentesi che apro, è vero, sono tante, e si nota sulla piattaforma a causa dell’enorme quantità di cose che vorrei sviluppare e che devo rivedere o tagliare. Ciononostante, ho fatto dei passi avanti con questo racconto rispetto ai precedenti.
      Grazie per avermi seguito, per avermi coccolato e anche punzecchiato. Occorrono figure e personalità come te, qui, per ravvivare un po’ cose.
      Ps: ho ancora un capitolo.

  • Cambiamento di Papà.
    Ma descrivi un bambino perfido!
    Roba da Criminal Minds!
    Ho avuto compagni veramente insopportabili che non si sarebbero mai sognati di fare una cosa simile. Però non so bene se le api affumicate hanno poi tanta voglia di andare a ronzare sopra bambini zuccherati 🙂
    Ciao Ciao

  • Questo capitolo mi è piaciuto molto e riflette bene gli inizi dell’adolescenza: quel mix di voglia di far male agli altri per sentirsi bene, e nello stesso tempo sentire il peso della coscienza perché si è sempre più vicini a trasformarsi in adulti, la voglia di giocare e quella di essere grandi insieme.
    Stavo per votare la mamma ma mi è venuta la curiosità: ma non potremmo vedere che ne pensa Roberta di dover rimpiazzare sua madre con un padre semiasente o in ogni caso poco utile? Ne è felice? O vorrebbe riprendere la sua vita ma è soggiogata dal senso del dovere?
    Ciao

  • Voto “ho la mia teoria su Papà”.
    Dapprima, il suo comportamento distratto nei confronti della casa e della famiglia e il suo tornare “bambino”, mi ha trasmesso che provasse una grande noia e necessità d’evasione per qualcosa andata storta e forse finita. Dopo invece, il suo mettere tutto a posto, riempire il frigo ecc… mi ha fatto pensare che il ritorno del La Mamma fosse imminente.
    Chissà… tutte ipotesi campate in aria?
    Mi è piaciuto l’episodio.
    🙂

  • Qual’è il prossimo trucco?
    CIao,
    Ho trovato bello il quinto capitolo, in effetti mi aspettavo che giustificassi in questo modo l’esistenza della voce narrante, a mio parere lo hai reso bene a parole.
    Ma hai lasciato in sospeso la vicenda del capitolo quattro: abbiamo una figlia che viene soccorsa piangente dal commissario/padre ma non mi è affatto chiaro il perché.
    Quando riannodi il filo?
    Un’altra osservazione, sicuramente pedante: in questo capitolo il protagonista salta giù dalla macchina per seguire Giovanni, quindi presumo che scriva ‘ciò che vede’. Molto spesso però entra nella testa non solo dei propri familiari, ma anche di estranei, vedi Maria Antonietta. Questo mi confonde un po’.
    Noto con interesse e curiosità che gli insetti ritornano anche in questo tuo racconto.
    Scusami, ho intuito che non apprezzi particolarmente interminabili dissertazioni come questa, fatte tra l’altro da chi non ne ha titolo, ma semplicemente, quando osservo qualcosa trovo giusto scriverlo, così se vuoi puoi discuterne e se necessario spiegarmi dove sbaglio. Così diventa utile, almeno per me! 😀 😀

    Ciao Ciao

  • Gelosia e ammirazione per questo fratellino che ha delle “stranezze”…
    In fondo, l’interesse per gli d’insetti non è così inusuale nei bambini, solo che non è matematica o italiano – che sono le superbe materie della scuola – e per questo viene spesso ostracizzato.
    Conosciamo meglio questo padre, così magari capiremo meglio il protagonista e i valori della famiglia.
    Bravo comunque.
    🙂

  • Sì, adesso tutto è più chiaro… e quando ho capito mi è preso un colpo! Stavo quasi per abbandonare la lettura, non avevo voglia di piangere ed ero sicura che se avessi continuato sarebbe accaduto, ma mi piace molto la tua storia e il modo in cui la racconti e quindi…
    Sei davvero molto bravo.

  • Mi è piaciuto l’episodio.
    Tu descrivi bene due modi di non esistere (nel senso di essere ignorato/non rispettato) pur avendo un corpo: parlare e non essere mai ascoltato (della serie non avere voce in capitolo) oppure avere un’immagine di sé che non corrisponde alle aspettative proprie o degli altri e, di conseguenza, all’immagine che altri hanno di te.
    Si intravede anche la naturale gelosia verso il fratello più piccolo. In fondo essere più grande significa, senza possibilità di controversia, essere nato PRIMA dell’altro e pertanto essere stati PRIMI nell’affetto dei genitori/parenti.
    …sapere di più su Giovanni…a scuola (opzione del precedente capitolo).
    Ciao
    🙂

  • In strada con gli amici.
    Bravo, Gianluca, altro capitolo che mi è molto piaciuto. Aspetto il prossimo con ansia, perché la tua storia mi piace tanto e perché vorrei tanto capire chi è Diego e soprattutto cos’è. Ma questo credo lo vogliano sapere tutti e credo che ce lo dirai, giustamente, alla fine! Intanto mi godo il viaggio, alla prossima!

  • Ma che bel modo di scrivere! Mi sembra di stare a casa, davanti a un focolare, ad ascoltare un’interessante storia familiare di oggi. Complimenti davvero.
    Vorrei vederlo a scuola, Giovanni. Me lo immagino lì inizialmente, seduto a un banco, con la mente che svolazza di qua e di là, senza meta, mentre l’insegnante spiega qualcosa che forse non lo attira granché.

  • Pingback:

  • Ciao
    Non mi pare che ti piacciano molto i luoghi comuni quindi escludo la prima ipotesi, la seconda non sta in piedi perché il moscone le ronza intorno da tempo. Penso che… ma che ne so?… penso che ormai pensi – a torto – che per lui non c’è storia quindi la ‘porta’ dove c’è un suo amico interessato a lei. Devo dirti che questo terzo capitolo mi lascia un po’ così, forse comincia a mostrarsi l’enorme difficoltà di raccontare dal punto di vista che hai scelto. Non so, fino a che si trattava di un non-bambino che descriveva un periodo temporale ben delimitato della sua non-famiglia mi convinceva di più. Ma se deve seguire tutti fino all’adolescenza o oltre, tutto il discorso del linguaggio adeguato al bimbo che poco conosce del mondo diventa tremendamente più complesso perché il tuo ‘eterno bambino’ si troverà a confrontarsi ogni giorno di più con realtà che non potrebbe razionalizzare. Vedi l’adolescenza, che pure gli adulti faticano a capire. E soprattutto non ha i mezzi per descrivercela.
    Non so, sono curiosa del seguito.
    Ciao Ciao

    • Diego è essenzialmente uno a cui piace raccontare senza farsi troppe domande. Vuole sono apparire interessante. Di sicuro non è uno che conosce tutti i termini adatti, come tu dici, ne credo abbia intenzione di impararne di nuovi. E comunque sta raccontando ancora la stessa vicenda, poco dopo la morte del Nonno; ma ovviamente ogni personaggio ha la sua storia. Da quanto ho capito pensi che il racconto non stia centrando più il punto o che non stia rispettando il canone col quale era partito. Probabilmente hai ragione. Ci penserò. Continua a passare e a presto

  • Pingback:

  • Ciao, mi ha incuriosito la trama del tuo racconto.
    Trovo sempre interessante “raccontarsi” – penso che tu lo stai facendo tramite la tua famiglia..
    E cmq, si inizia sempre con qualcosa (argomento) cui si conosce bene.
    Visto che sei all’inizio, son curioso di vedere come te la caverai nei restanti capitoli.
    Forza e coraggio 🙂
    Seguo e Voto per Roberta

  • Parliamo di Roberta….
    Essere passati tutti dal grande salone e dalla stessa scrivania per studiare l’Europa o la religione, radunarsi tutti per cena ma solo a casa dei nonni e – chissà perchè – mai a casa propria, che però è uno specchio, è qualcosa in cui mi riconosco. Quando racconti del cancro, no. Lì non mi sono riconosciuta. Io lo vivo qui in casa e non è proprio così che procede… infatti non mi piace leggerlo, ma fa parte della quotidianità immagino, per cui non è che posso generalizzare. Ognuno lo affronta a suo modo. E’ vero, ci si raduna solo dai nonni, per tornare a ciò che dicevo all’inizio, e questo forse è segno che le nuove generazioni perderanno una tradizione per rimpiazzarla con un’app. Perchè mi pare che è a questo che andiamo incontro. Attento ai refusi 😉

  • Di Giovanni, ha qualcosa di strano quel bimbo.
    Ciao,
    Mi piace il tentativo di ‘rendersi bambino’ anche nello stile di scrittura, eliminando fronzoli inutili, il più concreto possibile, sospendendo alcuni punti che per l’età non si è in grado di capire. Forse fa parte di questo anche la ripetizione frequente di ‘La Mamma’, anche se in alcuni punti lo trovo un po’ pesante. Ma si capisce che, così, in maiuscolo, (con pure l’articolo che al papà è negato!) è Il Pilastro e Il Faro. La frase ‘al contrario dei fatti’ riferita ai fratelli non l’ho proprio capita.
    Un’altra cosa: famiglia italiana, figli piccoli, se si sono conosciuti durante il servizio militare di lui, la storia deve essere ambientata nel passato.

    Ciao Ciao

    • Ciao Moneta,
      sì, La Mamma (sempre con l’articolo e sempre con la maiuscola) è davvero il centro di tutto per Diego.
      “Al contrario dei fatti” sta in riferimento alla proposizione precedente; leggi “nonostante questo”;
      la storia sembra ambientata nel passato, ma Diego può utilizzare tutte le forme verbali che gli piacciono 🙂
      Grazie per essere passata e a presto! 🙂

  • Pingback:

  • E niente, ti seguo.
    Devo dire che il tema del bambino non-nato mi fa un po’ storcere il naso, ma la narrazione compensa ben bene i miei gusti un po’ difficili. Non ho nessuna critica da farti: il racconto è ben scritto e ben formattato; non ci sono scivoloni, scorre bene e si legge molto velocemente, senza intoppi.
    C’era chi aveva detto “di tutte le cose dette o scritte, la più triste è ‘sarebbe potuto essere'”, e penso tu abbia reso bene l’idea già da adesso.
    Continua così.

  • Ciao,

    Dopo il papà, la mamma, sono i primi riferimenti di ogni nuovo non nato.
    Leggendo le prime righe cercavo di ‘razionalizzare’ il tuo personaggio senza riuscirci.
    Poi ho improvvisamente capito realizzando che anch’io sento parlare i vuoti, le lacune, le mancanze di una persona che non ho mai potuto conoscere, che esistendo avrebbe cambiato la mia esistenza e non facendolo l’ha comunque cambiata.
    Scrivi molto bene e hai un gran coraggio ad affrontare un racconto da un punto di vista così originale.

    Ciao, a presto

  • Carissimo Gianluca,
    ti ho letto con vero interesse. Un incipit bellissimo e scritto bene e col cuore. Può sembrare davvero personale, se non fosse che immagino si tratti di un’invenzione, ma è proprio questo che fa di te un buon autore, che hai reso l’invenzione talmente personale e l’hai mostrata così minuziosamente da renderla credibile, vivida, quindi reale. Perciò , che dire, hai vinto.
    La descrizione del papà è fantastica. Lui che doppia, lui che fa il poliziotto, lui che scatta fotografie. Per questo voto per conoscere la mamma, dopo il papà credo sia giusto conoscere lei prima di andare avanti. Ovvio che poi vorrò conoscere anche Roberta e Giovanni 😉
    con la frase “un pensiero nascosto dietro una smorfia.” hai espresso perfettamente cosa sono gli adulti. Bravo davvero. Felice di averti scoperto. Seguo.

    • Wow, senza parole! Sicuro che non sei un talent scout o qualcuno ingaggiato da The Incipit 😉 ?
      Scherzi parte, c’è molto di personale ma anche molta farina del mio sacco; sono felice che ti sia piaciuto l’esordio, l’ho battuto di getto poche ore fa 🙂
      Senza volerlo ci hai preso: ho pubblicato sul mio blog una captatio benevolentiae dove spiego un po’ il background della storia, dato che significa molto per me.
      Iniziare con questo commento superpositivo mi dà la carica! Grazie mille!

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