Fino in cima, fino alla fine.

La partenza

Pronti?, domandò Stefano.
Un attimo, protestò Paolo. La borraccia, dov’è la mia borraccia?
Possibile che tu non trovi mai nulla?, ironizzò la madre di Paolo, porgendogli l’oggetto che cercava.
Ecco, disse. Ora siamo pronti.

E quindi, Pa’, ch’hai combinato più con quella lì?
Ma niente, niente di che, non ha voluto concludere.
Paolo portava dietro le spalle un grosso zaino. Dentro vi era di tutto, quasi avessero dovuto restare a dormire in montagna. Oltre alla borraccia conteneva: una torcia, una fune, due libri — Il Gattopardo e l’Eneide —, degli snack, un coltellino svizzero, l’inalatore per l’asma, lacci di ricambio, due paia di calzettoni, un cappello invernale, due paia di guanti, una lente d’ingrandimento, un binocolo, e infine una felpa.  
Si può sapere cosa devi farci con tutta questa roba?, chiese Stefano, da dietro. Con la mano destra si copriva gli occhi dal sole. La sinistra, beh, la mano sinistra riposava in tasca, comodamente. Portava anche lui uno zaino. Per lo più vuoto.
Non si sa mai, rispose Paolo. Guardala, fece indicando la montagna, ha un aspetto così oscuro, così maligno sotto certi aspetti. Il manto d’alberi che dolcemente la ricopre, osservalo bene, nasconde al suo interno sentieri di morte.
Stefano fu scorso da un tremito.
Stai leggendo troppi libri Pa’, gli disse. Io vedo solo una montagna.
Vedrai tutt’altro quando arriveremo in cima, sospirò Paolo. Tutt’altro. 

Una brezza leggera si infilò tra i rami mentre seguivano un percorso in pietra in salita. Stefano si asciugò la fronte con il dorso della mano: il sudore gli colava copioso lungo le tempie. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Paolo, invece, procedeva spedito, nonostante il grosso peso che si portava sulle spalle. Era trascorsa un’ora e mezza ed erano appena alla fine della prima, ripida salita. A breve avrebbero raggiunto la fontanella di San Rocco.
Quanto manca?, chiese Stefano.
Poco, rispose Paolo, pochissimo. Non senti questo gradevole profumo boscoso? Non cadere in tentazione Stefano, non inoltrarti tra gli alberi alla ricerca dell’origine di questo olezzo. Si tratta di una trappola della montagna.
Stefano sbuffò. Odori non ne sentiva. Provava soltanto un forte senso  di stanchezza. Il sole continuava a battergli sul capo senza interruzioni. Prese la bottiglia in borsa e versò un po’ d’acqua tra i capelli.
Ripresero il cammino. D’un tratto scorsero la fontanella di San Rocco. Gli ultimi metri furono i più faticosi. Si fermarono alla sorgente e riempirono la bottiglietta e la borraccia con l’acqua della montagna.
Anche questa è un inganno?, chiese Stefano.
Probabili, rispose Paolo. Ma la sete è troppa, beviamola comunque.
Risero entrambi, sollevati. Ma le amichevoli risate furono interrotte dal rombante arrivo di una jeep. La guidava uno strano uomo forse sulla cinquantina, prevalentemente calvo. Parcheggiata l’auto nel grande spiazzale dinanzi alla fontanella, si diresse a piedi verso quest’ultima, mantenendo tra le mani una cassa piena di bottiglie  di vetro. I due ragazzi presero le proprie cose e, augurando lui un buon pomeriggio, si apprestarono a proseguire il cammino.

Il tratto in pietra terminò, lasciando posto alla pura terra. Gli alberi iniziarono a infittirsi, l’aria a farsi più rarefatta. I raggi del sole, intrappolati dalla coltre di foglie, non riuscivano a toccare la terra. Una gradevole sensazione di tranquillità avvolgeva i due ragazzi. 
D’ora in poi, fece Paolo, dobbiamo affidarci al solo senso di orientamento.
Bene, disse Stefano, prepariamoci a qualche guaio.
Il sentiero proseguiva imperterrito lungo tronchi caduti e ampi strapiombi sui lati. Talvolta grandi buche comparivano sotto i propri occhi: da una di queste si levò d’un tratto una grande farfalla dalle ali variopinte e dopo di lei venne fuori un lungo ma disinteressato serpente.
Furono poi costretti a seguire il letto di uno spento ruscello. Qualche rivolo d’acqua ancora resisteva, involandosi verso la valle. Ma si trattava di spruzzi solitari, venuti chissà dove dall’alto. La pietra bianca del letto aveva ormai dimenticato la frescura dell’acqua.
Ormai alla fine del ruscello, risalito saltando da una pietra all’altra, si spostarono sulla sinistra, riprendendo un singolare percorso di umana fattura. Appena lo calcarono con i propri scarponi, un bizzarro verso animale arrivò alle loro orecchie.
Cos’è stato?, sibilò Stefano.
Paolo gli fece cenno di rimanere in silenzio, e con passo cadenzato si avviò verso il luogo da dove sembrava fosse venuto lo strano rumore. Ma un altro suono, stavolta ancora più forte, ancora più ferino lo fermò. Uno sbuffo, poi un grugnito. Infine un leggero scalciare sulla terra fresca. Un cespuglio di rovi tremò e dagli arbusti spuntò il muso di un… cinghiale?
Non può essere, pensò Paolo. Troppo grande per essere un cinghiale.
Un repentino terrore balenò negli occhi dei due ragazzi.

Quale animale si nasconde dietro i rovi e come si comporterà?

  • Un cinghiale sofferente, grondante sangue, appena ferito da un misterioso cacciatore dalla strane fattezze e abitudini. (75%)
    75
  • Uno strano omuncolo quadrupede con le sembianze di un porco, curioso abitante di un bosco lontano persosi in quegli anfratti. (13%)
    13
  • Un enorme cinghiale mangia-uomini che inseguirà i due attraverso la foresta, spingendoli verso un luogo a tutti sconosciuto. (13%)
    13
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43 Commenti

  • Il cacciatore racconta, sono curiosa di conoscerlo meglio.
    Ciao!
    Due o tre cose:
    Intanto fa un certo effetto vedere citata la frase della mia ‘biografia’, mi fa piacere e mi suggerisce che la condividi, per cui abbiamo qualcosa in comune. Sempre dai commenti leggo che citi Saramago: proprio lui mi è venuto in mente leggendo il primo capitolo e forse anche di più in questo. Diciamo che è una coincidenza, perché non conosco l’autore ma in questi giorni (mesi?) sto leggendo L’uomo duplicato. Ad essere onesta, non è che mi stia proprio esaltando, lo uso per addormentarmi, ma uno dei motivi per cui continuo a leggerlo è proprio questo stile così estremo e particolare. Ho apprezzato di più questo secondo capitolo, dove mi pare che tu l’abbia smussato e perfezionato. Ti segnalo la frase ‘che cadde a terra e precluse’ con il che immediatamente successivo che la appesantisce.
    Mi pare che la fantasia non ti manchi e la sai esporre piuttosto bene.
    Ciao ciao e continua a sperimentare!

    • Condivido pienamente la tua frase, quindi sì, abbiamo qualcosa in comune. Io L’uomo duplicato non l’ho letto, ma ho letto Storia dell’assedio di Lisbona e a breve finirò L’anno della morte di Ricardo Reis, forse dovresti partire proprio da questi per conoscere meglio Saramago. 🙂
      Il mio intento è proprio quello: sperimentare, e come ha scritto Napo, cercare la mia cifra stilistica che ancora non riesco a trovare. Ma prima o poi uscirà fuori.
      Alla prossima:) e grazie mille!

  • Nel primo episodio sembrava si trattasse di una semplice passeggiata ai giorni nostri; adesso non riesco più nemmeno a capire dove ci troviamo! Sì, mi hai confusa, ma anche incuriosita.
    Vorrei conoscere la storia del cacciatore, ma anche evitare qualcosa alla Hansel e Gretel, perciò voto per un incontro inaspettato.

  • Racconta la propria storia, ne sono incuriosita…
    Questo episodio è stato molto mimico, vivido e gestuale. Hai toccato le corde dell’inconscio di personaggi in scena e lettori dietro al monitor attraverso una sarabanda di gesti. Non è da tutti e non è tipico, perciò ribadisco i complimenti all’autore.

  • L’idea che si possa andar dietro o essere magari perseguitati da una cacciatore singolare, mi attrae. Inolte farei un bel “save the cat” con il soccorso di un cinghiale ferito. Mostrerebbe la loro capacità di aiutare e allo stesso tempo di “cacciare” il cacciatore. Finora la storia si è mostrata molto vivida, belle le descrizioni del luogo con l’aria rarefatta e la coltre figlie che riesce a impedire persino al sole di proiettarsi. benvenuto, felice di leggerti.

    • Felice io di leggere il tuo commento. 🙂
      Giocare con le storie degli altri è l’attrattiva e la gioia di questa oasi: di possibili strade da intraprendere ce ne sono a bizzeffe. Diciamo che il cinghiale, ahimé, è ormai in fin di vita. Più che salvare l’animale, i due ragazzi dovranno pensare a “salvare” loro stessi! 🙂
      Al prossimo capitolo! 🙂

  • Credo sia presto per commentare il tuo stile di scrittura. In realtà non so se questo è il “tuo” stile di scrittura, se hai scritto altro con lo stesso registro o se ancora stai cercando una tua strada. Metabolizza le tue letture e cerca di dimenticarne la fascinazione.
    La punteggiatura ha le sue regole, in parte anche modificabili in base al gusto personale, ma per stravolgerle bisogna esserne pienamente padroni e sapersi mettere dalla parte del lettore. La leggibilità di un testo è da tenere sempre presente.
    Vorresti fare della scrittura la tua vita, dici. In Italia è molto ma molto difficile, lo sai.

    • Napo, mi piace la tua schiettezza, la apprezzo. Ripeto: ogni critica, se costruttiva, è sempre ben accetta. Non credo questo sia il mio stile per eccellenza, ma vario ancora molto alla ricerca di una strada definita (che forse, per ora, non voglio prendere). Che dire sulla punteggiatura? Forse ho esagerato, forse no. Magari non mi sono messo nei panni del lettore, ma ad alcuni è piaciuto. Dispiace dirlo ma trovo veramente difficoltà a cambiare in corsa, nonostante siamo ancora al primo capitolo.
      Dico di sì, e so che è difficile. Ma uno ci prova, e ci prova, e ci prova ancora. Io voglio imparare. Tutto qui.

  • Ciao Lucian e benvenuto. 😉 Un incipit scritto bene con dei buoni passaggi descrittivi e anche poetici… Suggerimento: ci vogliono le virgolette, le benedettissime virgolette per i dialoghi e la virgola dopo il punto interrogativo io non la metterei, al massimo ci metterei il trattino. 😀 (proprio perché ti mancano le virgolette ai dialoghi). 😉 Dico cinghiale sofferente, mi sembra la più azzeccata. 😉

    • Grazie del benvenuto, grazie per aver colto la poeticità in ciò che ho scritto. Sembra si stia votando anche sulla punteggiatura 🙂
      Accetto la critica della virgola dopo il punto interrogativo (magari cambierò, magari non utilizzerò il punto interrogativo, lascerò che la domanda si legga da sola così com’è), però ora non me la sento di inserire le virgolette, tradirei lo stile utilizzato finora. Mi scuso fin da ora per la possibile confusione. 🙂
      Vada per il cinghiale sofferente, ormai in netto vantaggio!

    • L’incisività non è mai stata il mio forte, quindi, se lo sono stato, sono in parte soddisfatto. L’uomo visto alla fontanella ricomparirà dopo, non posso lasciarlo così. Alle spalle del cinghiale c’è invece un cacciatore dall’aspetto singolare che, qualora vincesse la terza opzione, conoscerete nel prossimo capitolo. 🙂

    • Farvi inalare profumi di bosco era il mio intento. L’immagine del cinghiale sofferente in vantaggio, a quanto pare!
      Diciamo che ho addotto la scrittura lirica che ha ravvisato la lettrice precedente alla lettura di Saramago di queste settimane. E lo stile del Portoghese, in L’anno della morte di Ricardo Reis, è una sorta di poesia in prosa, e io ne vado pazzo! Ovviamente qui si tratta di un’eco lontanissima, anzi remota. Ma è uno stile che a me piace molto. In un certo senso avrei voluto emularlo anche per quanto riguarda la scelta della punteggiatura, mi affascina, ma sinceramente avrei chiesto troppo e avrei creato solo confusione. Un po’ ne ho già creata così!

  • Mi piace molto questo primo capitolo e non mi dà troppo fastidio il fatto che tu abbia tralasciato le virgolette; lo trovo originale e un buon modo per non sprecare caratteri. È come se ci fosse sempre un discorso indiretto libero. Sembra tutto interessante e ti seguo 🙂 Per il voto, ci penso un attimo.
    Gli unici due appunti che ho da fare (perdonami, sono davvero puntigliosa e insopportabile) sono: “olezzo” forse non è una parola abbastanza usuale da essere detta da qualcuno; e poi non si augura qualcosa qualcuno, ma si augura A qualcuno. Perciò loro augurano buongiorno A lui.

    • Dispiace confessarti che tralasciare le virgolette non è una mia idea e che sono abituato a scrivere, magari erratamente, in questo modo. 🙂
      Grazie della puntigliosità, la apprezzo. Vuol dire che il racconto lo si è letto attentamente. Gli appunti, le critiche, mi servono per crescere, per migliorare. E ti rispondo: Paolo utilizza il termine “olezzo” perché è il personaggio più poetico, elegiaco (porta con sé l’Eneide, d’altronde, che forse, e dico forse, non ho nominato per caso); l’assenza della preposizione è stata da una parte una mia dimenticanza, dall’altra una sciocca equazione alla forma plurale, nella quale, la preposizione, può anche mancare.
      Una buona serata!

  • Una scrittura quasi poetica, vocaboli alti”, elegiache descrizioni dei boschi e delle emozioni dei due protagonisti, ci si aspetta a un finale con opzioni filosofico-riflessive, e ci si imbatte in un cinghio-porco-omuncolo. Spiazzante
    Scelgo il cinghiale sofferente e sanguinante, pora bestia.

    P.S. Io non la metterei la virgola dopo o punti interrogativi, ma è solo una mia opinione.

  • Se qualcosa di fantastico deve essere, esageriamo: uomo quadrupede.
    Ciao
    Un incipit interessante, parti con una descrizione di una razionalità estrema, conti i peli… no, i crini delle corde che andranno a portarsi dietro, e termini allo stesso modo il capitolo, poi dalle domande capisci che vorrai virare al fantastico, a meno che entrambi non siano in grave ipossia. Interessante! La scelta di eliminare del tutto i caporali non è un po’ estrema? Capisco che si risparmino caratteri 😀 , ma potrebbe ingenerare confusione.
    Sono curiosa di vedere come evolve.
    Ciao Ciao

    • Diciamo che non è tanto per risparmiare sui caratteri, però sì, mi sa tanto che ingeneri confusione; però per ora continuerò così, diciamo che mi ispiro ai Cavalli Selvaggi di McCarthy.
      Comunque mi fa piacere che ti piaccia e che tu sia curiosa. Essendo il mio primo racconto qui, un po’ lo sono anch’io: sono curioso di vedere come continuerò la vicenda.
      Alla prossima!

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