L’amore di una madre

Innamorarsi del nemico

Passi felpati, mossi da rugose scarpe di copertone e sughero, percorrevano l’accidentata scala della torre, mentre occhi azzurri, troppo grandi per il viso che li accoglieva, scrutavano, attraverso la flebile luce della lanterna, lo spazio sperando di non vedere anima viva.

Nessuno doveva sapere.

Flati gelati di un vento dicembrino filtravano dalle cicatrici sui vetri delle finestre improvvisate, mal adattate alle aperture di quella che un tempo era stata la dimora di principi.

Il cappotto verdognolo, stretto in vita, non riusciva a scaldare Grazia,troppo  eccitata, in bilico tra il desiderio di riuscire e la paura di essere scoperta. I neri capelli svolazzavano a ritmo, mentre si avviava all’appuntamento.

La porta di servizio si aprì sulla corte interna e il muggito di Rosina, nella notte stellata orfana della luna, la spaventò, facendole tirare il battente con più forza del necessario. Incespicando sul selciato corse verso il bosco lasciandosi il castello alle spalle.

Era stata una festa per lei e la sua famiglia, il giorno in cui la signora l’aveva scelta come cameriera personale. Il trasferimento al castello, non più dimora di principi medievali, ma riadattato regno di padroni della terra, l’aveva onorata. Guadagnarsi la giornata frugando tra sete e gioielli, senza l’obbligo di lavorare la terra, era l’aspirazione di molte figlie di mezzadri come lei.

La realtà si era rivelata diversa: le invidie e i tranelli erano all’ordine del giorno, mal compensati dal buon cibo e dai vestiti nuovi e puliti che la sua posizione imponeva.

Lei era la serva.

Nessuno, tra le signorili stanze, doveva dimenticarlo.

Poco importava se la giovinezza esaltava ciò che già la natura aveva favorito e il suo dolce sorriso incantava signorotti di tutte le età, compreso il maggiore dei figli della signora, mai si sarebbe dovuta dimenticare di rimanere al suo posto.

Poi era scoppiata la guerra, livellando le vite, riducendo le possibilità e razionando le necessità.

I buoni e i cattivi si erano più volte mischiati, confondendo la gente semplice che aveva preso una decisione: pensare a se stessi era la migliore strategia di salvezza.

Grazia si era adeguata, fino all’incontro con Frerich.

Una mattina di novembre, con il sole appena comparso all’orizzonte lo aveva scorto tra le vacche. Con il secchio pieno d’acqua fresca del pozzo, aveva seguito le tracce di sangue miste al fango sul terreno, pensando di trovare un animale ferito, invece si era imbattuta in quel soldato dagli occhi di ghiaccio e dai capelli di grano rannicchiato nell’angolo della stalla intento a curarsi la ferita al braccio.

La sorpresa reciproca, gli sguardi incrociati, la paura vicendevole. Le mutue parole erano risuonate vuoti sussurri nell’aria puzzolente di sterco fin quando Frerich aveva tentato la fuga e Grazia gli aveva offerto il secchio con l’acqua, con un sorriso di comprensione.

Erano passati quarantuno giorni. Il braccio era guarito, il cuore era stato colpito dall’amore. Un’amore sbagliato, un desiderio clandestino alimentato da incontri rubati, celati nella quotidianità dal manto dell’indifferenza. Entrambi sapevano di essere nemici. Un soldato del Terzo Riech e una contadina italiana non avevano il permesso di amarsi, non almeno, in quel dicembre ‘43.

I giorni passavano in attesa delle notti e quando il buio calava Grazia si dirigeva verso il bosco, per raggiungere il suo Frerich. Né il freddo, né il coprifuoco erano riusciti a mettere fine agli appuntamenti e quella notte non sarebbe stata diversa.

Appoggiata al loro olmo, al bordo del fosso, ripensava alle prime parole, agli incomprensibili suoni ruvidi alternati agli intempestivi gesti fino al primo bacio. Gli occhi di ghiaccio si erano trasformati in laghi di montagna, la paura della diversità era divenuta accettazione delle particolarità, i movimenti impacciati aveva lasciato il posto alle carezze, alle labbra bagnate, ai tocchi leggeri, ai profondi respiri.

La diffidenza aveva ceduto al desiderio.

Bastò un rumore tra le fronde per farla rannicchiare, ma un attimo dopo correva tra le braccia del suo straniero dal passo marziale e dal sorriso tentatore, avvolto nelle vestigia dei conquistatori. Troppe le cose da dire, pochi i minuti insieme prima di tornare al proprio ruolo, per prestare orecchio al bosco e ai rumori, nefasti, di quella notte.

Frerich allontanò Grazia da sé spingendola nel fosso, restando solo davanti ai nuovi arrivati. Un po’ ammaccata, ma salva si ricompose ascoltando le voci sul ciglio della strada. Non c’erano dubbi, le armoniche offese venivano dall’idioma indigeno, ragazzi italiani appellavano il tedesco solitario.

Alle parole seguirono le mani, un colpo di fucile e un tonfo sordo risuonò alle spalle di Grazia, mentre le urla degli assassini si perdevano nella notte.

Con gli occhi colmi di lacrime, consapevole dell’accaduto, a tentoni, si spostò in direzione del rumore udito.

Lo scorse tra i rovi di more, il suo amato, immobile e freddo con l’uniforme bruciacchiata all’altezza del cuore.

Con il Natale alle porte, la città aveva indossato il suo abito migliore, ma quel lunedì non aveva il sapore della festa...

  • Il tacco delle sue scarpe fortunate si era incastrato nel tombino, spezzandosi. (57%)
    57
  • il 25 passato velocemente, aveva centrato una pozzanghera, infangandola dalla testa ai piedi. (29%)
    29
  • il telefono aveva squillato e la voce all'altro capo aveva mandato a monte i suoi piani. (14%)
    14
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214 Commenti

  • Atmosfere, sentimenti, intrighi e misteri.
    C’è tutto nel tuo racconto. Miscelato con sapienza e rigore. Narrato con uno stile scorrevole e maturo. È la mia opinione, ovviamente. Brava, complimenti.
    Per quanto mi riguarda, in riferimento al commento di befana: sì, i misteri sono stati svelati o lasciati intuire a poco a poco. Il decimo è servito per avere la prova schiacciante. In certe situazioni si ha bisogno di conferme incontrovertibili, anche questo aspetto mi è piaciuto. Ok, ho capito tutto, sicuramente è così, ma… ne sono davvero sicura? Il decimo ha dato a Fanny questa certezza.
    Ciao, ci vediamo alla prossima

    • Grazie per i complimenti, concordo con voi quando dite cheil 10 “mette i puntini sulle i” e ci sta bene per finire la storia, ma come ho già detto sotto non nego che avrei preferito parlare degli anni avvenire, ma questo è solo il parere dell’autore!!! 🙂
      Alla prossima

    • Diciamo che più che un riassunto questo capitolo è una conferma, credo che le vicende erano già chiare, la fine era intuibile dalle date, dalle coincidenze, dalle parole di chi c’era. Almeno così credevo.
      Per il resto, posso immaginarmi Fanny che leggerà le lettere con calma, negli anni, rimuginando e fin quando sarà possibile chiederà a Bruna, magari non solo spiegazioni, ma racconti dei suoi genitori.
      Grazie per esserci stata.

  • Una scatola piena di lettere è tutto quello che resta a Federica del suo passato e delle sue origini. Non è molto ma sapere che era Grazia la sua vera madre penso possa esserle di grande consolazione. La storia, a mio avviso, meriterebbe di essere sviluppata fino a darle i connotati di un romanzo, sarebbe interessante, ad esempio, aprire una parentesi sui genitori di Federica e sulla loro storia d’amore, sulla notte dell’assassinio del suo papà, la convivenza forzata di Grazia e Rosalba in attesa della nascita del bambino. Scusami se mi sono permessa, ma questo racconto mi ha talmente affascinata che leggerei volentieri la versione estesa. Ovviamente la storia l’hai scritta tu, pertanto spetta a te l’ultima parola.
    Complimenti davvero.

    • Il tuo commento mi fa molto piacere, non nego che la storia qua ci sta stretta e esistono parti (es. rapporto con Sergej, vita studio fotografico, rapporto rosalba-fanny) che io avevo pensato di delineare che non hanno trovato spazio. Il romanzo l’ho pensato, un po’ intavolato…
      Vediamo il tempo ci dirà!
      Grazie comunque per il tuo sostegno.

  • Apriamo la scatola.
    Ciao Mrs, ho letto gli ultimi due insieme.
    Oddio, ma è una mia impressione o Bruna, tra le righe, dà qualche altra risposta a Fanny? No, apriamo la scatola, a questo punto voglio almeno sapere se ho capito bene.
    Ciao ciao

    • Lo sapevo che mi bacchettavi sulla tata, ho avuto la stessa sensazione mentre leggevo, ma mi sono detta, in quanto tata di famiglia nobile, qualcosa ha imparato, stando gomito a gomito con i nobili, quindi un po’ ho corrento un po’ ho lasciato.
      Convinto? 🙂
      Se proprio dobbiamo apriamo la scatola!

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