Labirinto Neurale

Dove eravamo rimasti?

Il cerchio si chiude. Scrivete nei commenti dove si trova Nevron secondo voi. Come deve concludersi questa storia di sospetti e misteri? In maniera realistica, con un sacrificio di alcuni e la salvezza di altri (70%)

L’uomo è un genio quando sta sognando

Il Fulcro.

Il cuore di Dedalo. Così diverso dal caos della metropoli. Nessun groviglio di passaggi. Nessuna insegna. Nessun passante. Solo schiere perpendicolari di edifici dello stesso colore. Geometrici. Identici. Perfetti.

 

– Finalmente, dottore! Adam! – gridò l’ispettore Morgan, entrando in uno dei magazzini. Era una grande sala con decine di madie sibilanti e luminose.

– Benvenuto – rispose un uomo biondo, alle prese con uno degli elaboratori.

– Avevo ragione! Nancy Golight aveva spedito uno di quei computer qui nel Fulcro ma in realtà c’eri tu dentro! – replicò il poliziotto, euforico.

– Un piccolo stratagemma per sfuggire ai miei inseguitori – rispose Nevron, collegando uno spinotto e avvicinandosi al poliziotto – Immagino vorrai delle risposte. Invece, permettimi di cominciare con una domanda. Dimmi, dove risiede la tua identità, Ray Morgan?

Ray incontrò gli occhi azzurri di Adam, colmi di carisma e curiosità.

– Intendi forse il mio distintivo?

Nevron sorrise con garbo.

– E’ la mente la chiave della nostra identità – disse lo scienziato – I ricordi e gli insegnamenti del passato sono la nostra anima. E’ la memoria a definire ciò che siamo. Ah, un concetto così affascinante!

Nevron abbassò lo sguardo.

– La mente è affascinante, vero, ma non è perfetta – continuò il dottore – Non è simmetrica rispetto al bene e al male. Tendiamo a dimenticare le esperienze positive mentre rimaniamo preda dei ricordi negativi. E spesso questi ultimi formano un labirinto traumatico, un corto circuito di dolore dal quale è difficile uscire…

Nevron smise di parlare.

Voltò le spalle all’ispettore e se ne allontanò.

– Adam, che… – farfugliò Ray, sorpreso.

– Il progetto Minosse era la mia soluzione ai dedali del passato – disse Nevron – Avevo trovato il modo di agire sui circuiti neurali della memoria. Attraverso simulazioni guidate da un’intelligenza artificiale, potevo trattare i miei pazienti. Come in un lungo sogno, si poteva dimenticare.

– Allora è vero. Hai inventato una macchina per rimuovere traumi? Tu sei… il Dedalo del segnalibro?

– Lo sono. E sono anche Minosse – disse Adam, voltandosi verso il proprio interlocutore. Gli stessi occhi azzurri di poco prima ora erano dilaniati dal dolore.

– Ray, come hai visto in quella simulazione, quando ero piccolo compii un crimine terribile. Se non avessi convinto Diego a salire su quell’albero allora forse…

– “Il tuo crimine non è ancora stato oscurato” – sillabò Ray, pensante.

– Sì, lo specchio non mentiva – ammise il dottore, stringendo i pugni – Volevo che tu pensassi a me come il criminale colpevole che in fondo sono. Un criminale che ha studiato neuroscienze allo scopo di ripulirsi la coscienza. E trovare sollievo. Tu non sai cosa voglia dire vivere le giornate nel terrore, cercando sollievo nel sonno. Nell’annullarsi della propria identità.

– Io credo che tu non sia un criminale, Adam. Il tuo genio ti ha permesso di creare una macchina prodigiosa! Però la DendriCorp ora ti è alle calcagna. Devi farti forza e reagire!

Il neuromante sorrise.

Una lacrima scintillante gli solcò il volto.

 – Grazie, Ray. Volevo condividere la mia storia e ho sempre confidato nella gentilezza degli sconosciuti. Ho provato a farlo con Madison ma mi ha respinto. E io l’ho accettato – Nevron fece una pausa – Non la merito.

– Adam, io ho visto il tuo ricordo. Quello che è successo non è colpa tua.

Lo scienziato s’irrigidì.

Si passò le mani sul volto.

E tornò a parlare con tono composto.

– Ti ho guidato attraverso questa ragnatela di menzogne per farti conoscere, Ray. Se fossi venuto direttamente da te, non mi avresti creduto. E avrei influenzato la tua opinione. Sono contento di averti dalla mia parte. Ti prego di prenderti cura di me.

– C-cosa?

– Non permetterò che la DendriCorp manovri l’identità e la mente degli uomini. Non siamo consumatori ma persone! – disse lo scienziato, coprendosi gli occhi con un visore azzurro – Ho cancellato tutti i miei progetti e grazie a te ho rimosso Arianna dal mio laboratorio. Ora cancellerò la mia memoria e l’ultima copia di Arianna allo stesso tempo. I segreti DendriCorp verranno resi pubblici e spero che questo basti.

– Adam, vuoi davvero sacrificarti fino a questo punto?

– Il mio ricordo infantile è connesso a tutti gli altri. Il solo modo per dimenticarlo è cancellare tutto. E così dimenticherò anche tutte le nozioni della macchina che potrebbero essermi estorte con la forza. E’ l’unico modo.

– No! Basta stronzate! Non ti permetterò di rovinarti la vita così! – gridò Ray, scattando verso lo scienziato.

Il neuro-poliziotto arrivò solo a sfiorare il neuromante. Scomparso e rintracciatore, finalmente ricongiunti alla fine dell’indagine.

– Scusa – sussurrò Nevron.

Poi tutto divenne bianco. Un bianco luminoso. Accecante. Abbagliante.

— 

Camminò alla luce del tramonto. La brezza gli scompigliò i capelli biondi.

Salì su per la collina. Salutò il bambino dai capelli neri.

Gli diede una mano e lo prese in braccio.

Sapeva che si trattava di un’illusione. Presto l’avrebbe dimenticato.

Finalmente era sereno.

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143 Commenti

  • Ciao Massimo
    Il tuo racconto mi è sembrato originale e ben scritto. Tuttavia, la presenza di tanti dettagli fantascientifici mi ha fatto perdere il filo varie volte.
    “Crederò nell’anima quando l’avrò sulla punta del mio bisturi…” disse qualcuno, più scettico di Adams.Che avesse ragione?
    ” E’ la mente la chiave della nostra identità … E’ la memoria a definire ciò che siamo”.
    Ma sarà proprio così?
    Potrei parlare con Adams giornate e giornate intere…
    …tra un bicchiere di coca ed un caffe’
    tiravi fuori i tuoi perché e
    proponevi i tuoi farò… ahah!
    E poi… Il sonno ed i sogni possono essere terrificanti quanto le sue giornate vissute nel terrore.
    Considerazioni a parte, spero di rileggerti ancora.
    ciaooooo

  • Mi è piaciuta la tua teoria, pur non condividendola. La mente – punti di vista scientifici, immagino – con i suoi ricordi, la sua memoria costituisce l’anima. Magari non è così, io sono più convinta che l’anima sia, sì, formata anche da ricordi, ma sia un progetto in divenire. In ogni caso è lunga da spiegare e non è questo il luogo adatto. Ti faccio i complimenti per il plot, l’esposizione e l’idea. Ti suggerisco nelle tue prossime scritture di indagare di più la tridimensionalità dei personaggi e meno il contesto fantascientifico. Lo sai che un luogo e l’influenza che il luogo esercita su un personaggio si possono esprimere anche attraverso il carattere ( caratterizzazione) del personaggio stesso senza nemmeno scomodarsi a descrivere ambienti e connotazioni temporali? Un abbraccio e a presto con la tua prossima storia 😉

    • Caro Ivano, apprezzo davvero tanto la tua stima, è contraccambiata al 100%!

      Ho un romanzo thriller/soprannaturale di cui ho fatto fare anche l’editing e la revisione e mi piacerebbe autopubblicarlo! E’ stato il primo romanzo che ho scritto, tra l’altro tanti anni fa, quindi non penso meriti di più dell’autopubblicazione, però gli ci sono affezionato! E poi ci sono molti temi simili a quelli di questo racconto, con un detective bravo quanto Ray e una fredda megalopoli sotto la pioggia!

      Devo solo decidermi a ultimare la revisione e sottomettere!

  • Finale amaro, molto amaro. Non ho mai visto l’oblio come una consolazione.
    Bene, hai condotto in porto questa bella storia.
    In genere, giunti alla fine, tengo a far sapere all’autore le mie impressioni.
    In realtà penso di aver già scritto tutto, quindi è più che altro un riassunto.
    La storia è ben costruita, coerente, narrata con accuratezza. Avrebbe meritato un’attenzione maggiore, ma immagino che ormai tu conosca le dinamiche ‘commerciali’ di questo sito 🙂
    Che, per inciso, trovo più interessante rispetto ad altri, perché trovare centinaia di commenti per un unico racconto è veramente raro.
    Spero di rileggerti presto
    Ciao

    • Caro JAW grazie mille! Grazie per avermi accompagnato in questo percorso, le tue dritte e i tuoi commenti sono sempre stati costruttivi e molto utili!

      Vero, purtroppo la fantascienza qui non è molto letta ma va bene lo stesso! Mi è piaciuto così tanto costruire questo racconto che non mi dispiacerebbe espanderlo.

      Spero di riuscire a finire la revisione di un romanzo che auto-pubblicherò a breve e poi forse con l’anno nuovo ci sarà un’altra novità 🙂

      Continuerò a leggere le tue storie qui e, chissà, magari inizierò un’altra storia qui su TheIncipit! Hai proprio ragione, è molto difficile trovare un sito così ricco e ben commentato!

  • Ciao a tutti!

    Sto lavorando sul capitolo finale, che sarà la conclusione di questa piccola saga futuristica. Riassumiamo i possibili nascondigli di Nevron per ricapitolare un attimo:

    – l’E-lusion, il piacevole e decadente club privato di Dedalo dove ci si incontra per chiacchierare, bere e godere di spettacoli voluttuosi;
    – la stazione della neuro-polizia, quale posto più sicuro di una stazione piena di poliziotti?
    – il Fulcro, il cuore della città di Dedalo. Chiuso al traffico e sorvegliato con telecamere a circuito chiuso, ospita i server che offrono i principali servizi telematici della metropoli.
    – i laboratori DendriCorp, dove si trovano gli uffici di Nancy Golight e di Adam Nevron. Attualmente sono metti a soqquadro dalla sorveglianza DendriCorp, che è alla ricerca di Ray.
    – gli uffici amministrativi DendriCorp, ospitati in una vecchia cattedrale. E’ il primo luogo della storia, dove Ray nota l’alveare operoso degli ingenui ma efficienti impiegati DendriCorp.

    Dove pensate si trovi Adam Nevron tra tutte queste possibili opzioni? 😉

  • Sacrificio di alcuni e salvezza di altri, perchè è più coerente con tutta la storia.
    In merito ascoltavo un uomo di legge, proprio ieri, spiegare una cosa interessante: quando si parla di sacrificare molte vite per un bene più grande, per esempio salvare il mondo, si pensa che la loro morte sia il male minore. Ma quest’uomo ha obiettato con una semplice domanda: e chi stabilisce quale vita sacrificare e quale salvare?
    E mi torna in mente Amleto: Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli.
    E i tuoi personaggi cosa fanno? sopportano o si sacrificano e lottano? 😉

    • Accipicchia pensavo di aver risposto a questo commento ma forse ero in aeroporto e la connessione mi ha giocato un brutto scherzo… Solo ora me ne rendo conto, ti chiedo umilmente scusa Alessandra!

      Vediamo di recuperare: porti alla luce un tema che mi è molto caro, ovvero quello delle motivazioni. Quale deve essere la giunta spinta motrice da dare ai propri protagonisti nel corso della narrazione? Perché mai devono sopportare le avversità dell’intreccio o sacrificarsi nel finale?

      Ammetto che, in qualità di autore alle prime armi, non ho una risposta compiuta e solida. Sono ancora nella fase esplorativa 😉 La mia idea, tuttavia, è proprio nel dubbio amletico: non ci sono solo due opzioni, ovvero l’Essere o il Non-Essere, ma c’è anche la classica moneta che cade di taglio, la terza opzione ovvero l’Essere nel Non-Essere, l’Illusione. Quasi tutte le mie storie affrontano personaggi che hanno a che fare con l’illusione. Talvolta la usano come metafora per rifuggire i dolori del mondo e quindi sacrificarsi con la giusta motivazione (ma non per un giusto motivo). Altre volte i miei personaggi sfruttano l’illusione come strumento di catarsi, cercano di ribellarsi all’Illusione per raggiungere l’Essere ma inevitabilmente ogni ribellione finisce male. E poi ci sono ancora altre volte in cui la ribellione è inutile ma il corso della storia premia comunque chi prendere le armi contro un mare di triboli, garantendo un finale giusto a chi è valoroso, un finale senza più illusioni, dove anzi l’Illusione è stata strumentale per la costruzione dei personaggi.

      Forse in questo dibattito pecco un po’ di essere troppo esistenzialista e poco realista. E mi rendo conto anche che nel finale di questa storia ricadiamo in uno dei primi casi: uno dei personaggi principali sublima l’Illusione senza però avere la forza di liberarsene. Credo sia un finale abbastanza realistico, in fin dei conti! Sono curioso di sapere cosa ne pensi tu, Alessandra!
      Ancora scusa per il ritardo nella mia risposta!

      • In verità nemmeno io aveo letto questa tua risposta… 😉
        Interessante la tua analisi. Ma tieni presente, quando crei un plot, che l’illusione non è un tema. La moneta che cade di taglio è una visione interessante, originale persino, ma è tematica all’interno del tema – lo so, detto così è ostico – non è il tema. La domanda che devi porti è “perché”. Grandi guru della scrittura creativa ( insegnanti) ci dicono che ognuno di noi ha un solo tema da affrontare che nasce dall’interno e che lo metteremo in tutto quello che scriveremo. Magari non ci faremo neanche caso ma ogni volta proporremo una nuova storia che, di base, dibatte sempre sullo stesso tema. Fa parte del nostro retaggio e del nostro fatl flaw. Infatti, ogni volta che proveremo a scrivere d’altro non riusciremo con la stessa efficacia né con lo stesso coinvolgimento. Facci caso. Se tu hai individuato “l’illusione” sei già un pezzo avanti. Ma illusione “dove, come, quando e perché” dovrai scoprirlo. Ah, dimenticavo, un finale realistico non significa nulla. Realistico è una visione delle cose soggettiva che non serve a niente ai fini di una storia. Il finale deve essere tematico, non ha importanza che sia surreale o realistico o come ti pare di definirlo. 😉

  • Cerco di essere sempre realistico, anche se qualche volta mi piacerebbe che la realtà somigliasse alle favole.
    Finalmente un po’ di luce nel mistero. Capitolo bello e interessante.
    Ora ne manca solo uno. Finalmente avremo il piacere di conoscere Adam. Nelle prime righe mi era sembrato di capire che Madison fosse davvero un drone. Drone, droide, androide, fai tu.
    Ciao a presto

    • Grazie mille per il tuo commento Jaw, sono contento che il capitolo ti sia piaciuto! Ne manca uno, vero, siamo proprio arrivati alla fine! Dovrò pensare bene a come concludere questa storia…
      Ottima associazione di idee tra drone, droide e androide, da vero maestro della fantascienza 😉

      Ti ringrazio di avermi dato la possibilità di spendere un paio di parole a proposito della scelta lessicale: prima che arrivassero gli aeroplanini comandati, era piuttosto facile appurarsi che il drone fosse il maschio dell’ape (chiamato anche fuco). Ora, questi simpatici animaletti non sono alla pari con le loro controparti femminili. I fuchi non hanno un pungiglione per difendersi e non possono sorbire il nettare. Devono dipendere dal miele delle operaie e la loro principale funzione è quella di inseminare. Una volta portata a termine la riproduzione sessuata diventano semplici bocche da sfamare e vengono uccisi con i pungiglioni dalle operaie.
      Trovo questo ruolo sociale semplicemente inquietante ma anche affascinante: i droni dipendono dalla società in tutto e per tutto e svolgono la propria funzione biologica senza davvero trarne alcun vantaggio, come fa al contrario la società di cui sono un mero ingranaggio. Allo stesso modo immagino persone principalmente vuote come Madison, ossessionate dal successo, incapaci di essere indipendenti e fautrici per questo della propria stessa disfatta, proprio come droni. Tutti quanti corriamo il rischio di diventare così, senza dare il giusto valore agli affetti e alla pluralità di situazioni della vita, credo.

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