Il terrorista riluttante

Dove eravamo rimasti?

Ed adesso? Continuiamo a vedere che succede la mattina dopo (67%)

La mattina del secondo giorno

La dott.ssa Bignamini si alzò al suono della sveglia del cellulare, dopo diverse ripetizioni. Aveva la testa che le scoppiava, la notte era stata pessima, ma non ricordava assolutamente nulla. Dopo essersi trascinata al bagno, cominciò lentamente a riordinare i pensieri e riannodarli a quelli della serata precedente.

Un attacco terroristico, usando un aerosol di Ebola.

Folle, fantascientifico, improbabile ma estremamente inquietante allo stesso tempo.

Si preparò in fretta, prese solo un po’ di the, con poche fette biscottate per non rischiare di riacutizzare la sua solita colite e cominciò il viaggio dall’appartamento fino alla sede dell’Università della Virginia. Alla radio sentiva le notizie, ovviamente centrate sul presunto attacco, ma tutte tese a sminuirne la portata e mostrarne tutte le incongruenze. Citavano anche le frasi di un famoso comico, che informato del fatto che Russia, Cina e progressivamente anche altri paesi avevano da subito imposto un blocco ai voli da e verso gli Stati Uniti, faceva notare come non erano gli Stati Uniti ad essere isolati, erano gli altri ad essersi isolati. Il mondo stesso poteva isolarsi, non isolarli! Pensò tra sé quanto il concetto della “nazione indispensabile” fosse radicato nelle diverse classi sociali americane.

Alla base di questo blocco dei voli ci sarà sicuramente stata una motivazione politica e di “opposizione” alla Superpotenza, ma era un altro segnale non certo incoraggiante.

Arrivata al parcheggio dell’Università, entrò di corsa nell’ingresso, per poi dirigersi con maggiore calma verso la propria ala. Al suo dipartimento era in corso una riunione con tutti i diversi responsabili del programma congiunto di ricerca e protezione viro-batteriologica, ed  in videoconferenza riconobbe alcuni membri del dipartimento di medicina preventiva del Walter Reed National Military Medical Center di Bethesda. Riconobbe anche il logo del Joint Task Force National Capital Region Medical, e diversi militari. Evidentemente il loro Istituto era stato contattato in qualità di eccellenza su tutto quanto riguardava i virus e la loro diffusione epidemica.

Sentì un po’ di orgoglio, ma presto il tono e il tenore delle richieste che sentiva provenire dagli eminenti “ospiti” collegati in videoconferenza le fece presto passare ogni baldanza.

Insistevano in particolare per una analisi immediata in loco dei diversi elementi trovati nel locale tecnico di  trattamento aria all’aeroporto Dulles di Washington, e da quanto riusciva a capire, forse non tanto per prevenire gli inevitabili rischi collegati al trasporto, ma piuttosto per cercare di “non dare troppo nell’occhio” . Non volevano il trasporto di apparati diagnostici estremamente ingombranti, solo il minimo indispensabile per incominciare a valutare la serietà della minaccia.

Anche la squadra doveva essere ridotta all’osso, con pochi tecnici di rincalzo. I militari insistevano soprattutto che “erano già presenti in numero più che sufficiente tecnici ed esperti militari del Walter Reed, ed il numero di collaboratori civili non indispensabili doveva essere il più contenuto possibile!”

Con una rapida occhiata, il responsabile del suo dipartimento fece cenno a lei, alla sua amica e collega dott.ssa Naimirah Jhagavand  ed al dott. Scott Suskind di tenersi pronti, sarebbero tutti e tre partiti il prima possibile con la strumentazione ed il laboratorio mobile di emergenza.

Il viaggio fu breve, Scott si mise subito alla guida di quella specie di grosso camper, senza insegne particolari, che portava al suo interno tutta la strumentazione necessaria del laboratorio mobile di emergenza viro-batteriologica. Mentre viaggiava, Lorenza osservava il traffico, che le sembrava apparentemente meno intenso del solito, pensò “è solo una mia impressione? Chissà se la gente comincia già a sentire la psicosi e pensa di chiudersi in casa sperando di sfuggire al contagio…”

Già, il contagio… da Zaire Ebolavirus… a Washington e nel resto dell’America… più ci pensava, più respingeva l’idea. Si ripeteva, “è qualcosa di totalmente assurdo, irreale!” mentre guardava fuori dal finestrino quel panorama che in più di dieci anni aveva imparato a riconoscere come la sua nuova casa.

Più si avvicinavano all’aeroporto, più sentiva l’ansia crescere.

Anche Naimirah, solitamente sempre molto loquace, quella mattina era rimasta stranamente in silenzio. Lorenza si decise a rompere il ghiaccio, dicendo “tutta questa storia, il contagio…  mi sembra completamente folle, irreale, assurda…”

Naimirah, come se si fosse rotta improvvisamente la diga, cominciò “e poi quello che hanno detto, Zaire Ebolavirus, qui in America! Come cavolo lo avrebbero portato e soprattutto, conservato e trasformato in arma biologica? Ma per favore!” E cominciarono a discutere animatamente della riunione della mattinata, dei militari intervenuti. Anche Scott  intervenne, ma più distrattamente, finché tagliò corto l’improvvisamente animata chiacchierata dicendo “beh, adesso vedremo esattamente cos’è tutta questa merda!”

Ed adesso?

  • Passiamo a vedere chi è invece questo nuovo personaggio, la dott.ssa Lorenza Bignamini (25%)
    25
  • Manteniamo la suspence, ed andiamo a ritroso a conoscere la storia di Hamid (75%)
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  • Bando alle ciance, andiamo avanti a vedere cosa c'è dentro a quel locale tecnico dell'aeroporto! (0%)
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41 Commenti

  • Desidero riprendere, a distanza di anni questa storia. Vediamo cosa ne viene fuori! ringrazio già da adesso quanti vorranno leggerla e partecipare allo svilupparsi della trama!
    Purtroppo con il COVID da ormai più di un anno si è scoperto che pensieri e storie che sembravano impossibile purtroppo hanno un fondo di realtà. Lungi da me giustificare o condonare qualsiasi atto terroristico… questo è semplicemente un’avventura della mente in cui spero si potranno vedere i semi della redenzione, nonostante il male commesso!

  • Equipe dell’università e ti tolgo dal triplo pareggio 😀
    Ciao, Nahaman
    Storia interessante e a mio parere ben narrata. Personalmente trovo che manchino un po’ i dialoghi, il che rischia di rendere la narrazione simile a un resoconto. A proposito di dialoghi: il “·” non è bellissimo, potresti considerare i doppi apici o le virgolette caporali («»), ottenibili in molti modi, ma quasi sempre digitando 174 e 175 sul tastierino numerico mentre tieni premuto il tasto “Alt” (di destra, in genere). C’è anche qualche refuso evitabile, in un sito come questo, dove *non* puoi correggere, sono una mezza dannazione 😀
    Soprattutto nell’ultimo capitolo ho notato un proliferare di parentesi. Ecco, sarebbe preferibile evitarle il più possibile (sono tollerabili giusto nei commenti informali come questo 😀 😀 ), nel tuo caso vuoi fornire la traduzione, quindi vanno benissimo anche un paio di virgole.
    Questo:
    voglio sentire anche Scott… [il loro collega Scott Suskind]
    è brutto brutto brutto 😀
    Al massimo può andar bene come nota durante la stesura del testo, ma in un racconto non si può vedere. In casi simili ti devi fidare del lettore: ok, le dottoresse stanno conversando, parlano di Scott, io non so chi sia… mi preoccupo? No, perché so che se questo Scott è un personaggio importante apparirà in seguito… e sicuramente avrò modo di scoprirne anche il cognome. Del resto, mi hai preso per un babbalone? 😀 Se una dottoressa, parlando con una collega di questioni mediche, dice di voler sentire tale Scott, io cosa devo pensare? Che Scott faccia l’idraulico? 😉
    Insomma, spesso è utile scrivere qualcosa in meno piuttosto che eccedere nel didascalico,

    Ciao, a presto

  • Ciao Nahaman, anche il più insospettabile può nascondere un segreto così oscuro. Riflettevo sul tema molto attuale e di come spesso persone comuni si siano poi macchiate di delitti e stragi terribili. Dentro di me non ho mai saputo darmi una risposta , su cosa spinga un essere umano a tali atrocità. Aspetto il prossimo capitolo!:-)

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