A casa da soli

Dove eravamo rimasti?

Cosa succede? Il tavolo della celebrazione prende fuoco (60%)

La luce e la cera

È una minuscola luce, in questo mondo bollente, a cambiare il corso delle cose. Scende piano, proprio da sopra di noi. Lentissima cade libera nell’enorme sala della celebrazione. Io, mentre la guardo, spingo i polsi ancora in fuori, perché so quale sarà il risultato. Ma mi taglio e basta.

Alla mia destra uno degli sfigurati del pubblico alza un braccio, indicando quella luce e urla, ma il suo urlo è silenzio.

Mio padre, mentre sta dicendo bene, procediamo è costretto ad alzare la testa.

Mia madre sorride, con una macchia nera sulla guancia.

La zia è prossima ad essere cenere.

La bimba è ancora incosciente.

Quella piccola luce scende, salvifica, da una trave del bellissimo soffitto di cui ci dimenticheremo molto presto, perché questa è chiaramente la fine del matrimonio.

Mentre la luce si avvicina agli occhi di mio padre io mi accorgo del mio errore.

Il tempo si ferma.

Era tutto su una bottiglia che è arrivata a casa un mese fa. Io non ho dato molto peso alla cosa perché papà e mamma sono sempre stati affidabili. Ma era quel sigillo che ha cominciato a far cadere la loro immagine sicura.

La fiamma e la goccia. Su cera rossa. Ero da solo a casa e quel pacco è arrivato, in pace, come se niente fosse. Ma lì sopra c’erano i sacrifici, c’era la paura e c’erano le storie che quella fabbrica nasconde. 

Sotto la cera, un biglietto. In una busta rossa, come un regalo di natale. Toccando la busta, lasciava giù il colore. Non avrei più potuto nascondermi, tanto valeva leggerlo.

“Manca poco, c’è da fare. Il sindaco non è felice della vostra scelta di non celebrare e sicuramente interverrà. Avete la possibilità di sacrificare qualcosa e non dovrete poi pentirvene. Il Paese ha bisogno di un segno, altrimenti le nostre energie si esauriranno. Daniel è solo un bambino. Lo infetteremo e poi lo spegneremo nel fuoco. Saranno tutti felici e voi sarete perdonati.”

Non c’era molto di più. Solo i segni delle mie dita sulla busta.

Papà mi chiese perché avevo aperto e io dissi che ero curioso della bottiglia.  Mi rispose che gli abitanti del paese non sono tanto a posto e che non c’era niente di cui preoccuparsi e che quel vino era buono. Poi cominciò a chiamare la zia, una volta al giorno. Non si faceva mai vedere, ma io lo sapevo. Daniel non ha mai sospettato di niente. Un giorno papà tornò con una fiaschetta, che mise in tasca direttamente dal baule della macchina, ma io lo vidi per caso dalla finestra della camera. Poi l’incidente e la zia che venne a casa nostra, quella donna orribile. Durante l’ultimo mese la fabbrica fumò un paio di volte, tutto lì. Non credevo che sarebbe andato tutto così e così in fretta.

Una celebrazione ogni tre anni, mi raccontavano. Anche a scuola ne parlavano tutti, ma io in quattordici anni non avevo mai visto niente. Danny nemmeno. Ci trattavano un po’ come malati, come appestati, ma a me gli appestati sembravano loro. A scuola raccontavano del fuoco, delle cerimonie, del sindaco che ci aveva liberato dalla società degli umani. Ma noi allora cosa eravamo? Ho sempre sognato di uscire, un giorno, e superare il confine. Ma poi c’era sempre una buona ragione e non trovavo mai la voglia e il coraggio. Mai avrei pensato che mamma e papà fossero come loro.

La piccola luce colpisce il viso di papà, che fa una smorfia al rallentatore. Io posso percepire le facce di tutti i presenti aprirsi in uno sguardo spaventato, anche se non li vedo, perché il tempo è lento, ma lo sono anch’io. 
Vedo la scintilla, la fiammata, e il tavolo che accende i volti dei miei genitori e del sindaco.
Si alza un urlo di sorpresa, più che di dolore e tutto attorno al mio carrello infernale prende fuoco.

La piccola davanti a me vomita e prende fuoco, Danny con lei. Era quasi pronto ad incidere, adesso la sua temperatura sarà la stessa della sua febbre così strana.

Io spingo con i polsi sulle fascette, mi devo liberare prima che le fiamme prendano anche me, ma fa tutto troppo troppo male.

“DANNY!”

È l’unica cosa che provo a dire, ma il fumo mi penetra in fondo alla gola e finisco per tossire incontrollatamente. Sanguino, ma rompo la fascetta destra. La mia gamba è aperta. Devo uscire da questo inferno merdoso. Ma che ne sarà del rito? La massa di persone è in agitazione e corrono in tondo, il sindaco è accasciato sul tavolo in fiamme e i miei genitori si stanno baciando, anche loro fatti di fuoco. Mamma, papà… perché?

Comincio a lavorare anche sulle altre tre che mi tengono imprigionato.

 

Ce la fa il protagonista a liberarsi?

  • Non riesce a liberarsi e affronta le fiamme (0%)
    0
  • Riesce a liberarsi e completa il rito (43%)
    43
  • Riesce a liberarsi e cerca l'uscita (57%)
    57
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66 Commenti

  • Ciao, ho letto solo ora il tuo finale.
    Anch’io, come Moneta, ho diversi dubbi d’interpretazione. Mi viene da pensare all’ipotesi del pensiero delirante… del resto il protagonista ci ha raccontato un crescendo di dettagli che hanno trasformato la realtà, o la presunta realtà, in una visione onirica…. Gli oggetti e le persone si sono deformate davanti ai nostri occhi, fondendosi e sparendo per sempre.
    Sì, se penso alla mente del protagonista come ad una mente malata tutto invece appare più chiaro, perché il delirio può giustificare l’incertezza e il dubbio.
    Ad ogni modo sei riuscito a mantenere alta la tensione fino a qui…. quindi complimenti 🙂
    Al prossimo racconto!

  • Non mi è ancora tutto chiaro, ma immagino sia inevitabile quando si entra nella mente di una persona malata. Ci lasci il dubbio di cosa sia, nel mondo del padre, quel ‘rito’ che noi abbiamo visto realizzarsi in modo così cruento. Immagino alluda ad uno ‘sposalizio’ giocoso, tra bambini. Boh, forse non è importante. Così come non so bene come interpretare il finale. Ci ho pensato su e ho concluso che alluda solo al fatto che il ragazzo sprofonda nuovamente nella propria allucinazione. Non è detto che abbia ucciso nessuno. Così come non è detto che la sua allucinazione non abbia un fondo di verità. Però, vedi, il problema è che noi lettori dobbiamo avere un punto fermo, qualcosa che dobbiamo considerare ‘realtà’. Se è la lettera, possiamo immaginare che il ‘rito’ sia qualcosa di innocuo che i genitori gli concedono, in cui recitano, per farlo uscire dal delirio. Ok, la interpreto così, facendoti però notare che è un po’ contraddittorio perché i genitori dicono di essersi allontanati. In questa ottica, l’amico del padre che si trasforma nel ‘sindaco’ cattivo fa ripartire il delirio, in cui mi immagino le parti reali rovesciate e un’altra vittima.
    Lo ammetto, sono confusa.
    Anche perché mi pare altrettanto giustificato un delirio sostanzialmente innocuo, iln cui tutta la morte è solo immaginata.
    Del resto, il finale ammicca ad un’interpretazione reale del delirio stesso…
    Sì, sono decisamente confusa 🙂

    Ciao ciao

  • Si va verso il finale e tutto brucia, esplode, smette di esistere.
    Mi ero persa un capitolo perché purtroppo alcune scadenze mi hanno tenuta impegnata altrove. Sai che non riesco a immaginare la conclusione di questa storia? Complimenti per aver mantenuto alta e costante la tensione 😉
    Ci si vede per il gran finale, a presto!

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