Mille cuori nella Pietra

Don Nicola

Quando la notizia si sparse, i vari abitanti di Petrumiet si riversarono alla stazione in festa.

Erano tutti presenti, dal calzolaio al Pretore, il paese si era agghindato a festa per l’arrivo del nuovo prete.

Erano oramai passati quasi quattro mesi da quando Padre Gabriele, l’anziano religioso, se n’era andato lasciandoli senza una guida religiosa.

Si erano dovute scrivere molte lettere alla curia, la quale, non senza una certa pigrizia, si era messa alla ricerca di un possibile sostituto.

Giovanni, il capo stazione, aveva sparso in ogni direzione richieste di aiuto per quella situazione. Da una stazione all’altra, di bocca in bocca, la richiesta si susseguiva da quel piccolo paesello sparso nei monti Istriani fino a Fiume.

Da li giunsero a Udine, da Udine a Venezia, da Venezia a Bologna, Firenze e da li in giù, verso la capitale d’Italia.

Un certo Alfio si premurò di parlare direttamente con un cardinale affinché le procedure si sveltissero.

Bastarono un paio di salami e qualche bottiglia di vino per far ricadere la decisione su Don Nicola.

Appena questi giunse alla stazione, un gran vociare si alzò al cielo. La banda del paese iniziò immediatamente a suonare l’Inno degli Italiani, ma ben presto, quando Don Nicola fece capolino dalle scalette del treno, questa si fermò per un istante.

Quelle trecento persone si ritrovarono davanti un bel giovane, di circa 25 anni, i capelli neri portati un po’ lunghi sul dietro, una fisionomia da montanaro, spalle larghe e piedi ben piantati per terra.

Questi si fermò sul marciapiede sorridendo alla folla, e, preso forse da pia ispirazione, alzò l’indice e il medio uniti assieme e prese a comporre, nell’aria, il segno della croce.

Immediatamente gli uomini si inginocchiarono, e tutti, dal Pretore al contadino, dismisero dalla testa il cappello, in segno di profondo rispetto. Le donne tutte si prostrarono, pure la Rosi, la vedova del lavandaio, ottanta e passi anni suoni si inginocchio come mai si era vista fare.

Alcune giovani, più sfacciate di altre, ebbero l’ardire di alzare gli occhi ed osservare Don Nicola porre la benedizione, e più d’una riferì alla altre dell’eleganza e grazie di quel forestiero, vestito con una lunga tonaca nera e i paramenti bianchi.

Si disse anche che parecchi padri, quella sera, dovettero lavorar di cinghia per calmare gli ardenti spiriti delle figlie.

Con quel semplice gesto il giovane aveva fugato in loro ogni dubbio.

Costui sarebbe stata la loro guida.

La serata si concluse in una grande festa, dove vennero suonati diversi brani popolari e delle canzoni proibite dal Partito, con buona pace delle guardie e del Pretore.

Anzi, costoro non solo si unirono ai canti e alle grida, ma ne erano i primi promotori.

Mai festa più grande si registrò nel paese di montagna.

Solo sul tardi quando Giulio, ebbro di vino, si ricordò di suonare la terza dopo la mezzanotte, i paesani si ritirarono.

Soltanto il Pretore si fermò con Don Nicola.

Il giorno dopo, essendo mercoledì, si decise di lasciar tempo fino alla domenica al forestiero di ambientarsi per il paese. Furono quindi tutti concordi di sollevare il religioso dai suoi incarichi.

Il pretore non fece altro che tesser le lodi di Don Nicola.

Questi, infatti, non erano solo un giovine pieno di santo spirito, disse, ma era anche un eccellente membro del Partito Fascista.

“Pensate signori..:” continuava a ripetere in ogni dove “..pensate che quel baldo giovine è dipartito volontario, capite, volontario per guerreggiare in Abissinia! Questi ha operato molte cose laggiù nell’Africa, alleviando i soldati dalle sofferenze del corpo e dello spirito. Costui è un degno esempio della gloria italica!”

Alle gente in realtà poco importava cosa avesse fatto Don Nicola in guerra, o se fosse o meno un membro del partito. Quelli erano discorsi buoni solo per guardie e Pretore.

In quei luoghi non si badano a queste frivolezze, a questi “Girovamenti del mondo” come solea dire compare Nunzio.

Lì il tempo era ancora scandito dalla luce del sole e delle stelle, non esistevano mesi, ma semplicemente i ritmi della natura, della semina e dell’allevamento.

Fu così, che il 5 maggio del 1936, per Don Nicola iniziò la sua missione religiosa nel piccolo paesino di Petrumiet.

Nulla lasciava presagire che di li a poco, questo giovane prete si sarebbe ritrovato ad affrontare gli anni più bui della storia dell’uomo.

Nei giorni successivi, Don Nicola...

  • Si mise all'opera per ristrutturare la vecchia chiesa (27%)
    27
  • Si recò a Pola, alla diocesi vescovile (9%)
    9
  • Conobbe i vari abitati del villaggio (64%)
    64
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16 Commenti

  1. Già mi aspetto una risposta tipo ‘stay duro bello’… comunque c’è chi si batte per salvare il congiuntivo, e io per apostrofi e accenti. Sono tornato su theincipit dopo qualche settimana di latitanza, per aver letto in una mail ricevuta, del testo in caratteri bianchi con una chiesa sullo sfondo.
    Mancava un piccolo accento, proprio lí … sicuramente un refuso.
    Poi leggendo l’incipit, il concetto è stato subito ribadito un altro paio di volte… non so, forse avrebbe potuto essere il miglior racconto di sempre, ma non lo saprò mai.

  2. Salve Silenti, sgomberata la mia mente dal Subversive son qui a leggerti ben volentieri.
    Interessante anche il tuo stile, a parer mio ben strutturato. La lettura per quanto mi riguarda è molto piacevole.
    Ho trovato ben coordonato e nella giusta misura, e con sorpresa finale (vista la giovane età) il profilo di Don Nicola.
    Direi stile invidiabile il tuo. Il racconto ha tutte le premesse ed un inizio degno di una grande storia tutta da seguire…
    Da consigliare sicuramente a tanti.
    Complimenti

    ok ti seguo e opto per conoscere i vari abitanti.

  3. Se questo racconto non trova spazio nel genere storico, ma nell’avventura, mi lascia ben sperare.
    La descrizione mi ha intrigato, gli ultimi periodi stuzzicato, e le scelte… Quelle mi hanno incuriosito. Vorrei sapere presto qualcosa in più su questo giovine bardo missionario, magari dopo un tete-a-tete con il popolo.
    Complimenti, ti seguo con piacere.

  4. Guarda lo ho letto e mi viene da dire.

    Stilisticamente si individua lo storico che meritava e si sa sempre il motivo per cui lo pubblichi qua. Ma Dio, mi viene da chiedere alla fine della storia …. e allora ? Cioè di per sè non me lo vedo stimolante. Gli altri potranno pensare quello che vuoi, sinceramente a me i racconti militari e paramilitari me li vedo ben volentieri in un libro di storia (non artefatto se sai quel che intendo) …

    In sintesi, non trovo mordente sufficiente (che tra l’altro fa pure rima).

    • Beh vecchio mi spiace non ottenere la tua “approvazione”, sai che ci tengo al tuo parere.

      Di contro però ritengo che il testo invece abbia la sua forza, il suo mordente.

      Che probabilmente esula dallo stile che uso, ma che trova il suo mordente proprio nel periodo storico in cui è collocato .

      In ogni caso stay duro bello 😉

    • Grazie mille per il commento e per esser passata 🙂

      Sì, sono un cultore di De Andrè, non solo mi piace cosa r come scriveva, ma nel mio piccolo spesso cito componenti delle sue canzoni. Devo inoltre dire che sei la terza persona a cui questo incipit ricorda Bocca di rosa, benché non fossi ispirato direttamente dalla canzone 😉

  5. L’argomento è importante, un grande pezzo dello storia italiana, lasciato spesso in disparte. L’inizio è simpatico e convincente per questo rimango, pensando che si deve pur conoscere qualche abitante del viallaggio caratteristico insieme a Don Nicola.
    Interessatissima all’argomento e allo sviluppo della tua storia.
    Alla prossima.

    • Grazie mille per esser passata a trovarmi 😉

      Ti ringrazio per il commento, ammetto che il periodo storico a molti è ostico oppure poco conosciuto. Per questo ho deciso di lasciarmi in questa avventura, ho la ferma intenzione di sviluppare al meglio gli avvenimenti di quegli anni visti dell’ottica popolare, al di fuori di ideologie e comizi vari.

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