Ek het nie ‘n damn – Non me ne frega un accidente

Dove eravamo rimasti?

Che cosa volete che racconti Il primo giorno a scuola con lui (100%)

Una campanella

Ricordo esattamente nei minimi dettagli il primo giorno di scuola, anche se avrei preferito che la mia mente mi concedesse di filtrate e trattenere le sfaccettature di altre giornate; ma va bene cosi. Ero tanto stanca di tutto, non avevo nessuna voglia di iniziare una nuova scuola…un’altra volta. Non volevo saperne di nuovi compagni, nuove amicizie, nuovi impegni. Era tutto decisamente troppo nuovo per i miei gusti! Sbuffavo, appoggiata alla balconata di cemento che circondava il piazzale esterno della scuola a cui si accedeva tramite la scalinata principale. Nello zaino portavo solamente un astuccio ed il diario. Ricordo che pensai che portare me stessa, per quel giorno, fosse più che sufficiente. L’istinto mi diceva di scendere quella scala e scappare il più lontano possibile da lì. Già, perché la diffidenza che evaporava dalla maggioranza dei professori li presenti era palpabile nell’aria. Sapevo che stavo per intraprendere una strada che mi avrebbe causato problemi. Ma, dopotutto, cosa sono io se non una catastrofe continua? Io sono una fonte di problemi. E non mi limito qui. Anche quando potrei vivere serena e tranquilla vado a cercarmi la parte peggiore della matassa, e la porto avanti. Perché? E che cavolo ne so. Ho imparato da tempo a convivere con me stessa e con le mie scelte irrazionali. Comunque, non divaghiamo. Sul viso mi ero stampata l’espressione più brutta che possedevo. Alcune ragazze della mia età, suppongo, mi sorridevano e cercavano di scambiare due chiacchere, giusto per conoscersi. Quando si accorsero, (e non ci volevano dei geni altamente sviluppati per riuscire nell’intento), che da parte mia esisteva soltanto un muro cementato, desistevano. Possibile che nessuno riuscisse a capire che io non volevo stringere amicizie? Che non avevo nessuna intenzione di essere li se non fosse che per costrizione? Tra la folla accalcata davanti all’entrata, in attesa che la prima campanella dell’anno annunciasse l’entrata, incrociai uno sguardo. Uno sguardo che non dimenticherò mai più. Il ragazzo a cui appartenevano quegli occhi rimase a fissare i miei, senza dire niente. La distanza tra noi era di qualche metro. In quegli occhi dello stesso colore della pece si estendeva una calma perfetta. Una calma che per prima cosa mi fece ricordare il rumore delle onde su di una scogliera. Le onde dell’oceano di notte. Sicuramente, pensai, deve venire da qualche parte dove c’è l’oceano. Questa “deduzione” non è scritta in italiano esatto, ma so per certo che sono le esatte parole che pensai, e cosi integrali le riscrivo. Non mi sorrideva, rimaneva impassibile. Lo stesso facevo io. Non sono mai stata una ragazza dolce. Tuttavia, quando annunciarono la divisione per classi, fui inconsapevolmente felice di sapere che saremmo finiti nella stessa. Ciò che accadde dopo fu veramente strano. Prima classe. Ultimo piano, quindi terzo in alto. La prima porta sulla sinistra. Attaccapanni di legno, odore di polvere di gesso e di matite spezzate. Banchi di un’improbabile colore verde sbiadito. Fui la prima a sedermi, nella prima fila a destra a ridosso del muro. Lui prese posto di fianco a me. Una voce insistente di qualcuno stava spiegando di cosa avrebbe trattato quel corso di studi e tante altre cavolate varie. Quando la campanella del termine della prima ora iniziò a trillare, restando a fissare il pavimento quadrettato al di sotto dell’orlo del banco, sicura che la mia voce non sarebbe stata colta, pronunciai “Elena”. Pochi istanti dopo, una voce vellutata e dalle R arrotondate, ribatte’: “Johan”. Non lo sapevo ancora, ma sarebbe stata la campanella più bella della mia vita.

Nel prossimo episodio

  • Complicità e razzismo (0%)
    0
  • Uno scontro (0%)
    0
  • Il primo bacio (100%)
    100

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