Ancora una mezzanotte

Dove eravamo rimasti?

Nel capitolo finale dovremo compiere il destino, dobbiamo dare un senso a questo viaggio. Abbiamo bisogno di un dettaglio importante. Quale? Una fotografia. (55%)

Massimo

Papà, facendomi da Cicerone per la nuova, vecchia, piccola casa, mi mostra il risultato finale di tutti i lavori e le modifiche che ha apportato nelle varie stanze da quando mia sorella ed io li abbiamo lasciati soli.

Aperta la porta di quella che era la nostra cameretta, ciò che vedo è una stanzetta arredata da quella scrivania in legno antico di cui papà era molto fiero ma che, a causa della riluttanza di mamma, teneva depositata in cantina, un armadio di provenienza a me ignota ed una poltroncina vintage nera, priva di schienale.

“Adesso capisco tante cose, papà!” Lo schernisco.

“Che vuoi dire, sce’?” Risponde perplesso.

“Prima di tutto, fammi capire: che devi farci con uno studio?!”

“Che vorresti dire? Siccome sono ignorante e non sono studiato come te non posso permettermi uno studio in casa?” Ribatte offeso.

“Assolutamente, dottore! Sia mai! E sottolineo che io non ho alcuno studio in casa… Ma la cosa che comprendo di più, comunque, è il perché sei diventato un piccolo, vecchio gobbo!” rido, accarezzandogli il dorso simpaticamente.

“Uà, in un attimo sei riuscito a dirmi ca’ so’ scemo, vecchio e scartellato!”

“No, papà. Scemo è un’invenzione tua!”

Mi sorride e, gesticolando, mi manda a quel paese; poi mi fa cenno di seguirlo ed è quello che faccio. Zoppicando lievemente ed appoggiandosi al muro riprende a camminare mentre io, rimasto dietro di lui, mi rendo conto di quanto il tempo sia riuscito ad accarezzare in modo permanente quello che ai miei occhi era l’uomo più potente ed invincibile del mondo. È buffo che lo noti solo ora, dopo tutti questi giorni assieme.

Cosa pensavi, eh?!

Sarà questo tardivo riavvicinamento, sarà l’aria di casa, l’odore di un tempo passato di cui l’intero appartamento è impregnato, saranno il silenzio e la consapevolezza di aver perso una vita. Sarà, ma vorrei poterlo fermare un attimo e dirgli tutto quello che non sono riuscito a dire mai.

“Guarda qui, guagliò” mi anticipa papà, con un sospetto tono nostalgico che non credevo gli appartenesse, aprendo quella che un tempo era la porta della camera matrimoniale. Mi poggia delicatamente la mano sulla schiena invitandomi ad entrare.

La luce è buia; l’interruttore sembra non volermi dare retta.

Davanti a me, sulla parete bianca e leggermente illuminata dalla luce soffusa di alcune candele, si trovano incorniciate decine e decine di fotografie che non avevo mai visto prima.

Un capogiro di ricordi mi sovrasta.

Mia sorella a circa sei anni, seduta su un elefante al circo, mi tiene in braccio, avvolto in una copertina a pois mentre sorride a quelli che, probabilmente, sono mamma e papà.

Noi, la nostra famiglia, affacciati ad una sorta di balconcino, durante una qualche cerimonia: mamma e papà si guardano negli occhi con dolcezza, affiatati, innamorati, felici. Mia sorella sporge sotto di loro, accovacciata come a voler entrare nella foto di nascosto; io, molto meno discreto di lei, salto sulla schiena di papà che mi tiene con un braccio per evitare di farmi cadere.

Continuano, e la malinconia mi assale. Passano gli anni, passano le età. Noi cresciamo e voi sembrate sempre uguali. Noi diventiamo sempre meno ragazzini e voi sempre meno bambini dentro. Lo si legge dai vostri occhi.

Poi il nulla. Niente più foto. Niente più ricordi.

“Papà, com’è che non abbiamo altre foto?” Domando, angosciato, sapendoti dietro di me.

Ma tu non mi rispondi più. Non puoi farlo.

Mi giro ed eccoti lì a guardarmi un’ultima volta, a sorridermi come non potrò mai vederti fare mentre la tua immagine inizia a sfumare, perdendosi nel buio.

Avrei voluto che finisse così papà: tu, con i capelli color neve ed il sorriso in volto. Io accanto a te, e non dall’altra parte del mondo, a ricordarti quanto sei stato grande per me. Noi, insieme, rimasugli di una famiglia granitica incapace di arrendersi e sgretolarsi.

Pagherei con quanto di più caro possiedo per poter rivivere ancora una mezzanotte insieme, come quando da bambini, a Capodanno, ci portavi in giro a bombardare la città senza che nessuno riuscisse mai ad acchiapparci fin quando, poi, quell’anno maledetto ti rubarono il furgone. Mi guardo dentro e rivedo un ragazzino con gli occhi pieni di te, rimasto solo all’improvviso.

Promesse spezzate, memorie deboli, la tua voce che ho dovuto immaginare gracchiante, da anziano, perché di quella vera non riesco a ricordare più nemmeno il suono.

Gli errori si scontano, e tu hai preso di petto i tuoi e te ne sei assunto la responsabilità. Ma io? Io resto solo, qui, inerme, sprofondato in un circolo infinito di rimorsi per i quali continuo a pagare tutte le volte che penso di non essere stato mai più capace di guardarti in faccia e dirti “Ti voglio bene, papà”.

*

“Buon anno Massimo”, sussurro a bassa voce accarezzando con le dita la foto che ci ritrae sul furgone durante uno dei nostri capodanni esplosivi.

“Papà, puoi farmeli ad alta voce gli auguri, non c’è bisogno che bisbigli” mi corregge mio figlio, mentre solleva il calice per brindare all’inizio di questo nuovo anno.

“Hai ragione Massimi’, auguri!”.

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168 Commenti

  • Ciao Veners,
    E scusa per il ritardo mostruoso con cui commento il tuo racconto.
    E, quindi, se non ho capito male, è stato tutto frutto dell’immaginazione del protagonista, un sogno di riconciliazione ad occhi aperti che però si è scontrato contro la dura realtà di una parete bianca, orfana di fotografie più recenti? Eppure questo padre era così vivido, così verace, lo hai descritto che pareva fosse lì a dare dello “strunz” anche a noi 😉
    E’ venuto il magone anche a me, però non posso dirti se non BRAVO! Scritto proprio in grande, come grande è stata la tua capacità di accompagnarci in un viaggio fatto di sentimenti, incontri/scontri/malinconia. A volte viviamo senza renderci conto che le nostre azioni hanno un peso, che ogni giorno seminiamo un semino piccino che darà i suoi frutti, che facciamo scelte che ci portano in una direzione piuttosto che in un’altra. I rimpianti sono una brutta cosa accidenti!!!
    Veners, spero che tornerai a scrivere presto su questa piattaforma, perchè ho ancora voglia di leggerti.
    Un saluto,
    Cinzia

    • Buonasera Cinzia,
      Cavolo che bel commento! Ti ringrazio tantissimo per queste belle parole e per aver letto la storia. Come dico sempre, senza voi non riuscirei a migliorarmi e quindi siete una risorsa molto preziosa 🙂
      Ebbene sì, hai capito bene… Era tutta una fantasia scaturita dal fatto che, quando l’orgoglio maledetto prevale, tante volte le spese si pagano talmente tardi che rischiano di diventare un macigno. E non si può più spostare…
      Che dire: vorrei ringraziarti ancora perché sei stata molto gentile e mi ha fatto molto piacere averti come lettrice, sarò felice di continuare ad averti qui è a leggere le tue storie 🙂

      Buona serata, a presto!

  • Eccomi. Mi hai incuriosito con il tuo commento “a babbo morto” e ho pensato di leggere qualcosa di tuo. E bene ho fatto. Ho scoperto un autore bravo, con una bella fluidità e leggibilità della scrittura, e interessante per la sensibilità e per il tema trattato.
    Ti seguo in attesa di un tuo nuovo racconto.

    • Buonasera Napo,
      Apprezzo molto che tu abbia letto la storia e anche le cose che mi hai scritto. Detto da un autore di cui apprezzo molto la scrittura (tra l’altro mi troverai a spizzare le tue altre storie in questi giorni) mi fa molto felice e lo prenderò come un plus per provare a migliorare nei prossimi racconti.
      Grazie per essere passato!

      Alla prossima, ciao 🙂

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